Considerazioni critiche minime

Silvio Mastrocola
Silvio Mastrocola
Docente di Letteratura italiana a Salerno con R.Montano negli anni 70/80; ordinario alla SM Nunziatella e commissario alla AM di Modena. Dal 1990 ad oggi è prof. a contratto al S. Orsola Benincasa per la Formazione primaria nella cattedra della prof. S. Zoppi. All'attivo numerose pubblicazioni.

L’avventura della parola scritta nei secoli

I primi decenni del secolo XX furono caratterizzati dalla rivoluzione globale dei sentimenti e dei rapporti umani che Marx, Freud, Federico Nietzsche offrirono come nuova, definitiva interpretazione della vicenda umana, nelle sue innumerevoli manifestazioni. Accanto ai tre filosofi del sospetto che, probabilmente, hanno completamente rivoluzionato e, soprattutto, in gran parte distorto la lettura della lenta, ma continua evoluzione del discorso letterario e, naturalmente, filosofico. In Italia i primi decenni del ‘900 furono sicuramente dominati dalla personalità e dal carisma culturale di Benedetto Croce.

Il filosofo abruzzese, in primo luogo, costruì un sistema critico che, peraltro, sia pur con sfumature di pseudo marxismo, resiste impavido da almeno un secolo, nel quale l’opera d’arte andava aggiudicata di per sé, indipendentemente dalle sue coordinate storiche. Per il Croce, dunque, era necessario accostare la lirica, il quadro, la scultura alla sensibilità del critico che, naturalmente, avrebbe espresso un giudizio definitivo: è un’opera d’arte, è una produzione letteraria, come tante altre. Nei libri troviamo, quindi, le opere e gli autori messi in un ordine del tutto occasionale. Ciò che conta è il giudizio del critico, capace di stabilire se si tratti di poesia o di pura prosa. Questa lettura, naturalmente, elimina ogni possibilità di comprendere le circostanze  e i tempi nei quali l’opera fu composta. Si finì così per eliminare completamente.

Il giudizio storico scegliendo, di volta in volta, i criteri critici che prescindevano del tutto dal mondo culturale e dalla formazione specifica di ciascun autore. Croce, infatti, affermò senza mezzi termini che le opere importanti sono soltanto opere d’arte e che non ha senso chiedersi se sono classiche o romantiche o gotiche o rinascimentali. Si trattava di un criterio, del tutto falso, della immortalità dell’arte al quale Croce restò fortemente legato e che – fondamentalmente – vige ancora nella critica contemporanea, sia pur con sfumature diverse di carattere politico o socio culturale. Ma invece dobbiamo osservare che un’opera del passato non resta immortale: incarna un pensiero valido ancora oggi per noi e, per così dire, perenne . Non esiste un discorso filosofico o poetico perenne. Esiste piuttosto la capacità da parte del critico di riandare a quel momento della storia, ricostruire Il mondo che la circondava e, soprattutto, comprendere che quel momento è qualcosa che ha determinato la crescita, lo sviluppo della cultura.

Se leggiamo la Divina Commedia di Dante, dobbiamo renderci conto che essa è l’emblema assoluto di un’epoca nel nostro passato, di cui possiamo, sia pur relativamente,  ricostruire le strutture fondamentali. L’opera di Dante fu aggiudicata naturalmente con le esigenze di un ideale del ‘300. Se Dante tornasse a vivere nel nostro tempo, dovrebbe scrivere tutta un’altra commedia! Il criterio di Giudizio della bellezza, così come quello della moralità, non possono mai essere immutabili. Ciò che oggi noi reputiamo bello è il risultato di tutto quello che si è nel tempo condensato. E alla fine ha prevalso il bello della Commedia, così come quello della Sistina, insieme a  ciò che si poteva realizzare al massimo grado in quel momento della storia.

La necessità dello storicismo

Lo storico che vuole giudicare  Pericle e Augusto deve, innanzitutto, conservando naturalmente le proprie idee, mettersi a quel punto preciso della storia, ricostruire fedelmente le coordinate culturali di quel periodo, affrontare con puntigliosa precisione le scelte politiche, il gusto preminente e, soprattutto, essere assai pietoso verso Il linguaggio di quel tempo. Il linguaggio dell’artista è il frutto più cospicuo di terreno comune nel quale egli si forma. Come possiamo comprendere Picasso, senza tener conto delle intuizioni pittoriche del primo Novecento che, naturalmente, sfociano spesso nell’irrazionalismo e trovano nella sua arte, la definizione più probante e precisa? Ciascun individuo, in qualsiasi secolo sia vissuto, si è formato innanzitutto in un linguaggio. Ciascun uomo di ogni tempo ha forgiato la propria personalità nel crogiuolo delle parole in cui è vissuto.

Si tratta di una crescita comune che ci unisce a tutti gli altri uomini della nostra comunità e, pertanto, le nostre strutture sentimentali, mentali – che ne sono il risultato – dipendono completamente da questa interazione continua. Appare così evidente che qualsiasi giudizio su un’opera d’arte di qualsiasi genere emerge innanzitutto dalla giusta collocazione storica e, soprattutto, dalla concreta valutazione dei progressi che è riuscito a produrre nella lunga strada del linguaggio del suo tempo. La poesia, come la prosa, non è altro che un processo di forme e di figure. Gli eventi creano un nuovo linguaggio di cui la poesia, la prosa, l’arte in genere, diventano naturalmente la cassa di risonanza più importante e risolutiva. Se noi continuiamo a ricostruire fedelmente le vicende politiche e gli eventi storici della fine del secolo XIII e la prima metà del secolo XIV, probabilmente, riusciremo a raccogliere un numero considerevole di eventi più o meno importanti, ma non capiremo nulla dell’opera di Dante, di Petrarca e di Boccaccio, se non studieremo a fondo e se non riusciremo a ricostruire la vicenda personale del singolo autore;  se non capiremo quali sono stati gli autori che l’hanno influenzato;  quali siano state le persone che più da vicino hanno potuto determinare la sua evoluzione.

Continuare ad inseguire all’interno dell’evoluzione politica e culturale di un intero periodo storico la personalità dei singoli autori significa commettere un duplice peccato di superbia culturale e, soprattutto, di profonda ignoranza dei percorsi sotterranei della mente di ciascun Autore.

Per una possibile ricostruzione della storia letteraria

Nel pieno dell’epopea garibaldina e risorgimentistica, molti critici – a cominciare da Francesco De Sanctis – ritennero che fosse possibile, anzi, necessario sottoporre le opere d’arte alla valutazione delle esigenze politiche o di altro genere del loro tempo. Alla ricerca di una visione politica legata direttamente al patriottismo risorgente si scambiò Il valore civile con il valore letterario.

Del resto, chiunque conosca, con qualche precisione la storia della poesia europea, sa bene che Edgar Allan Poe visse nella completa asocialità; Paul Verlaine distrusse completamente la sua famiglia; Pasolini conobbe la morte in una vicenda, per molti versi, ancora oscura. Coloro i quali giudicano il valore di un’opera d’arte sulla base delle loro aprioristiche valutazioni politico-sociali e credono che l’opera d’arte sia il frutto diretto delle condizioni socio-economiche in cui l’autore si trovò, sono profondamente antistorici e giudicano il passato con criteri ideologici che appartengono alla modernità.

Conosciamo, infatti, illustri critici del mondo antico e della letteratura classica che inseguono disperatamente analisi socio-politiche, persino di Erodoto, di Tucidide e anche di Ciro il Grande.

I modelli critici più importanti del Novecento 

L’avvento dello strutturalismo ha condizionato e continua naturalmente a condizionare gran parte della critica dal 1960 in poi, facendo giungere le sue richieste anche al nostro tempo che vive, peraltro, una stagione, quanto mai indecifrabile, di distruzione del passato, alla ricerca di una mitica età dell’oro che finalmente abolisca le differenze di genere, razza, di cultura, in una violenta quanto spropositata azione di rivalsa verso chi ha imposto naturalmente con la forza in tutte le vicende umane il proprio dominio, la propria cultura, la propria visione della vita, la propria religione ad altri popoli.

La strutturalismo appare anche oggi come una forma preminente di interpretazione e di lettura dell’opera letteraria. Come un anatomopatologo, il critico strutturalista cerca di ritrovare moduli, sequenze ricorrenti componendo diagrammi statistici per trarre tutti i significati possibili costruendo, così, una sorta di analisi scientifica che non ha nulla di certo ma che, soprattutto, varia da critico a critico. È stata la grande e straordinaria avventura del progresso della critica a partire dagli anni Settanta del ‘900, trovando sia negli Stati Uniti che in Inghilterra e, naturalmente, in Francia – attraverso la mediazione di alcuni esuli russi – un rigoglioso terreno di sviluppo. È nata così l’adorazione del testo, la sola cosa che conta senza nessuna possibilità di riferimento all’opera e all’autore e dall’autore all’opera. Così facendo, naturalmente, si è distrutto del tutto la possibilità di leggere Il mondo del passato, sono state abolite le distanze dei secoli.

Occorre soltanto ritrovare, come in un’immensa sala di registrazione, il testo dell’autore completamente avulso dal suo tempo, vagante come una monade nel mare eterno della scrittura. Così facendo si è eliminata completamente la possibilità di esprimere un giudizio di valore. Resta solo lo scritto; il poeta, il romanziere non contano. Questa impostazione critica ha creato, quindi, una scuola di pensiero profondamente capace di incidere sulla cultura contemporanea, eliminando qualsiasi giudizio di valore ma, soprattutto, facendo dell’opera d’arte una sorta di puzzle ben costruito, con una serie di figure retoriche sempre più complesse, aggiungendo, inoltre, un’analisi pseudo musicale dei vocaboli.

Tutto questo per dimostrare che la poesia non è altro che una sorta di gioco ben riuscito, eliminando completamente qualsiasi riferimento ai sentimenti e alle  profonde riflessioni morali, nella certezza di un materialismo ateo determinato ad eliminare qualsiasi ricorso alla metafisica.

Soluzioni provvisorie

È necessario sicuramente cercare di ricostruire la storia della letteratura attraverso il recupero dei generi letterari più importanti, includendo la narrativa, la poesia e la lirica in particolare e, naturalmente, le opere teatrali. Occorre, d’altra parte, eliminare completamente la vecchia pretesa romantica di unificare tutti i generi in una mescolanza completa, in nome del genio creatore. Solo ricostruendo fedelmente la lunga evoluzione dei generi letterari nel corso dei secoli è possibile offrire una lettura non occasionale, ma piuttosto fedele, alla lenta evoluzione nel corso del tempo.

Come accade in tutte le nazioni europee di antica tradizione culturale è opportuno separare completamente, o quasi, il discorso politico dalla ricostruzione letteraria, accertando, per quanto possibile, la capacità dell’autore di cogliere i segni più determinanti dalla propria epoca, ricongiungendosi idealmente alle voci migliori della letteratura che lo ha preceduto, offrendo così un’ipotesi di ulteriore sviluppo in una fase storica nella quale la globalizzazione ha prodotto, da un lato, una singolare commistione di linguaggi e, dall’altro, la radicalizzazione dello scontro di civiltà.

Non diversamente da quanto accadde in molte altre fasi del processo storico può essere d’aiuto alle giovani generazioni una ricostruzione della lunga strada del Logos ad ogni livello, attraverso la letteratura nel paese dove il sì suona.

Silvio Mastrocola
Silvio Mastrocola
Docente di Letteratura italiana a Salerno con R.Montano negli anni 70/80; ordinario alla SM Nunziatella e commissario alla AM di Modena. Dal 1990 ad oggi è prof. a contratto al S. Orsola Benincasa per la Formazione primaria nella cattedra della prof. S. Zoppi. All'attivo numerose pubblicazioni.
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