Di fronte alle ossa e a quello che fu il corpo mortale di Francesco d’Assisi…

Pasquale Giustiniani
Pasquale Giustiniani
Pasquale Giustiniani è Ordinario emerito di Filosofia teoretica nella sezione san Tommaso d’Aquino della Facoltà di teologia dell’Italia meridionale in Napoli; membro del Centro Interuniversitario di Ricerca Bioetica (CIRB).

1. Il senso dell’ostensione pubblica di ossa umane nell’era contemporanea

Ha provocato, in moltissimi, un certo effetto la ricognizione dei resti mortali del Santo di Assisi e l’ostensione pubblica prolungata delle sue ossa nella basilica inferiore. Ha ricordato il nuovo vescovo eletto di Assisi, esperto di storia del francescanesimo: «Quel mucchietto d’ossa ci rimanda a un’esperienza di vita cristiana che da otto secoli non cessa d’affascinare uomini e donne d’ogni condizione e latitudine geografica… Tommaso da Celano, il primo a dare un ritratto del Santo, non si fece scrupoli a descriverlo “di statura mediocre, piuttosto piccola, testa regolare e rotonda, il viso un po’ ovale e proteso, fronte piana e piccola, occhi neri, di misura normale e pieni di semplicità, capelli pure oscuri, sopracciglia diritte, naso giusto, sottile e diritto, orecchie dritte ma piccole, tempie piane, lingua mite, bruciante e penetrante, voce veemente, dolce, chiara e sonora, denti uniti, uguali e bianchi, labbra piccole e sottili, barba nera e rada, collo sottile, spalle dritte, braccia corte, mani scarne, dita lunghe, unghie sporgenti, gambe sottili, piedi piccoli, pelle delicata, magro, veste ruvida, sonno brevissimo, mano generosissima”». 

In una stagione, come la nostra, che mostra un vero e proprio culto dell’immagine fisica, cos’hanno da dire delle ossa, peraltro in via di consunzione come tutte le altre cose mortali, come anche i cuori, soprattutto se trapiantati già “bruciati” in corpi malati che spererebbero di vivere ancora, e invece drammaticamente destinati alla consunzione? Che cosa potrebbero mai dirci delle parti di scheletro appartenute all’uomo della perfetta letizia e del Vangelo sine glossa, a colui che chiamava sorella perfino la morte e che lasciò, come Regola propria della sua comunità religiosa, soltanto le parole del Vangelo?

Certo, a qualcuno potrebbe sembrare che, anche nella disillusa epoca contemporanea, persista come un osceno “gusto del macabro”. Esso si rivelerebbe nell’andare a vedere (per i credenti, si direbbe a venerare) in massa, fino al prossimo 22 marzo, dei resti mortali, seppure appartenuti a un grande-piccolo Santo. Eppure, quanti sarebbero felici di poterne conservarne almeno una minuscola reliquia, magari ottenuta per contatto (ma attenti alle truffe, purtroppo già tentate, proprio in occasione dell’evento di Assisi)!

Già nel 2017, l’allora Congregazione vaticana (oggi. Dicastero) per le cause dei santi pubblicò un’Istruzione sulle reliquie nella Chiesa. In essa s’insegnava, tra l’altro, che esistono delle reliquie insigni (il corpo dei Beati e dei Santi, o le parti notevoli dei corpi stessi, oppure l’intero volume delle ceneri derivanti dalla loro cremazione); delle reliquie non insigni (piccoli frammenti del corpo dei Beati e dei Santi, o anche oggetti che sono stati a contatto diretto con le loro persone); oppure dei resti mortali (exuviae) di persone elevate agli onori degli altari tramite la beatificazione o la canonizzazione, che possono perciò godere di culto pubblico e di privilegi che sono riservati, appunto, soltanto al corpo di chi è stato beatificato o canonizzato. Per la Chiesa cattolica (nei suoi due polmoni, occidentale e orientale) «sono assolutamente proibiti il commercio (ossia lo scambio di una reliquia in natura o in denaro) e la vendita delle reliquie (ossia la cessione della proprietà di una reliquia dietro il corrispettivo di un prezzo), nonché la loro esposizione in luoghi profani o non autorizzati» (art. 25 della citata Istruzione).

Qualche studioso di diritto ha potuto parlare di “reliquie” dei beati e dei santi come dei “frammenti sospesi tra cielo e terra”, le cui prime memorie documentali si possono rinvenire in una Constitutio del 26 febbraio 386. In essa gli imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio istituirono un chiaro interdetto, affinché nessuno fosse autorizzato a trasferire un corpo inumato in luogo diverso da quello della sepoltura, non senza altresì inibire lo smembramento dei martiri per fare delle loro vestigia un possibile oggetto di mercimonio.

Ma ormai il culto dei resti di persone sante si andava diffondendo un po’ dovunque. In epoca medievale, addirittura si bollivano i corpi dei santi per facilitarne l’estrazione di parti del corpo da destinare alla venerazione. Tommaso d’Aquino, morto nel 1274 nei pressi dell’abbazia benedettina di Fossanova ed ivi sepolto, fu presto “vantato” dai suoi confratelli domenicani, i quali cercarono in tutti i modi di ri-ottenere le ossa del proprio confratello; anzi, con l’aiuto del conte di Fondi, le fecero addirittura trafugare. Papa Urbano V in persona decretò che le reliquie del grande filosofo e teologo andassero a Tolosa, mentre il braccio destro fosse dato al convento di S. Jacques a Parigi, luogo dove Tommaso aveva studiato e poi insegnato in due distinti periodi di docenza universitaria. Per secoli le reliquie di san Tommaso rimasero indisturbate in un bel monumento nella chiesa domenicana di Tolosa, fino all’arrivo di un principe, Ferdinando I duca di Parma-Piacenza e Guastalla (1751-1802), che ottenne dai papi la possibilità di avere per la propria devozione personale sia la calotta cranica di San Domenico (reliquia concessa mal volentieri dai frati di Bologna), sia l’avanbraccio sinistro dell’Angelico, che era ben chiuso nel grande reliquiario di Tolosa. Vicende analoghe per altre parti del corpo dell’Angelico si ripeteranno all’epoca della Rivoluzione francese e nella stagione di papa Pio IX. Oggi, chiunque visiti le zone dove i conti d’Aquino avevano dei castelli (da Roccasecca, ad Aquino, da Grottaminarda a Belcastro, lungo la dorsale tirrenica meridionale) può trovare più di qualche cranio attribuito all’Aquinate!

2. I corpi dei santi tra folclore, culto e fede religiosa

La venerazione delle reliquie (scheletri, parti del corpo, oggetti…) in ambito cristiano si fonda sull’idea dell’incarnazione di Cristo e sulla fede nella risurrezione dei morti, cioè sulla cosiddetta dottrina della risurrezione della carne. In diverse epoche, comincia a configurarsi una sorta di “caccia alle reliquie”, dovuta alla convinzione della presenza del santo nel suo corpo mortale, quindi della presenza efficace di un protettore celeste. E tutti conoscono la prescrizione di inserire reliquie del corpo del santo in ogni altare su cui si celebra. Risvolti negativi di questo fenomeno, che s’incrementa tra folklore, culto e fede, sono i veri e propri furta sacra: celeberrimo, quello delle reliquie di S. Marco da parte dei Veneziani ad Alessandria nell’anno 847. Per non dire, poi, della frammentazione e della dispersione dei corpi dei martiri, per non parlare della pressoché infinita produzione di falsi.

Tutti ricordano l’antifona che si canta, a Napoli e nel mondo, per san Gennaro, di cui la Cappella del tesoro nel Duomo di Napoli, custodisce la teca con le reliquie del sangue: il vescovo e martire Gennaro Neapolitanae urbis illustrat ecclesiam. Ovvero – come già avveniva nella concezione del culto dei santi martiri del periodo tardoantico, si riconosce un legame protettivo istituzionalizzato tra territorio flegreo-partenopeo e santo, che in quei luoghi ha subito il suo martirio. In quei territori, le sue spoglie (per Gennaro, le reliquie di sangue, periodicamente ribollente) finalmente riposano, peraltro dopo numerose peripezie storicamente accertate (cfr. Episcopus et martyr. San Gennaro e la città di Napoli, a cura di G. Di Palma-P. Giustiniani, Capua 2022).

Da parte sua, il riformatore Martin Lutero era molto perplesso sul culto delle reliquie a motivo di due temi centrali della teologia protestante: la lotta alla superstizione e all’idolatria popolare, le quali spesso erano collegate alla venerazione del corpo dei santi; la teologia della figura del santo stesso, incapace, con i soli meriti umani, di ‘riempire’ quel “deposito” essenziale, per la remissione terrena dei peccati, senza la previa e unica “giustificazione” del Cristo. Già nel 1517, in uno dei suoi sermoni seguenti l’affissione delle Novantacinque tesi di Wittenberg, Lutero non usa mezzi termini: «[Reliquias] fidelium seductiones»; insomma, le reliquie sono delle vere e proprie “seduzioni” per la fede genuina di chi crede nel Cristo.

Nel corso del XVI secolo, anche grazie alle numerose ulteriori perplessità dei riformatori protestanti, il concilio di Trento (1545-63), nella sua venticinquesima sessione, pose delle precise regole per il culto delle reliquie, ma solo se autentiche: «La Chiesa, secondo la sua tradizione, venera i Santi, le loro reliquie autentiche e le loro immagini». Precisando che, per reliquie, devono intendersi soltanto i resti mortali dei santi canonizzati o dei beati venerati o anche degli oggetti a loro collegati: strumenti di martirio, vestiti, utensili…, che sono tanto più preziosi quanto più furono certamente a contatto con il cristiano additato come esemplare. 

Tuttavia, tutto questo non impedirà la circolazione, in età moderno-contemporanea, di ampolle coi sangui dei martiri, perfino di dentini da latte del bambino Gesù o, come accade a Napoli, del bastone fiorito di san Giuseppe: con uno strano percorso, infatti, la “mazzarella e’ san Giuseppe” arriva in una casa nobiliare napoletana dove, a guardia, viene posto un evirato, il quale a ogni visitatore ricordava di “non sfruculiare a’ mazzarella e’ san Giuseppe”.

Tra storia e ricorrenti polemiche, fino a marzo 2026, in Assisi si potranno comunque venerare queste speciali reliquie del Poverello, esposte ai visitatori: essi sono, infatti, parte integrante del culto cristiano della reliquia, considerata come oggetto, in quanto corpo concreto. Oltre alle reliquie ex ossibus, ex carne, ex corpore, ex praecordis, ex piliis, ex cineribus…, ecco adesso anche quanto resta dello scheletro del Poverello medievale.

3. Di fronte al corpo di Francesco

Un recente volume dell’artista (e ora anche poeta) Lavinio Sceral (Francesco d’Assisi. Un santo senza tempo, Napoli 2026), ci propone ora delle belle e suggestive incursioni, ponendosi proprio dal punto di vista del corpo e della materialità di Francesco d’Assisi: bocca, muscoli, sorriso, peli, orecchio, naso, schiena, braccia, mani, piedi, polmoni… Soprattutto cuore di quell’uomo santo, perché, come ci ricordano disegni e testi di Sceral, è dal cuore degli esseri umani che procedono ed escono i cattivi pensieri, gli adulteri, le fornicazioni, gli omicidi, i furti, l’avarizia, la cattiveria, la frode, l’impudicizia, l’occhio cattivo, le false testimonianze, la bestemmia, la superbia, la stoltezza… (cfr. Mt 15,19). La materialità carnale è il varco di accesso all’interiorità: ecco il trasferimento dalla carne all’anima, che è, e resta, tutta invaghita e innamorata delle cose eterne. Nel cuore dell’uomo di Assisi, «Tutto è amore» (Il cuore). Anche quando egli riposa sul povero giaciglio, riesce a incontrare la luminosità che proviene da altrove: «Addormentarsi / Sopra/ Un giaciglio/ E sognare./ L’ incontro avverrà/ e/ sarà / Luce» (Sonno-sogno). Sempre guardandosi bene dalla malizia e dall’astuzia di Satana, il quale vuole che l’essere umano non abbia la sua mente e il cuore – nonché il corpo con le braccia e i piedi e i polmoni – sempre rivolti al Signore Dio: «Il più grande / Sospiro / I tuoi polmoni / l’emisero / nel vedere / la sorella / tanto attesa. […] E Dio ti baciò» (I polmoni). Un corpo concreto e cosmico, che s’interseca con i corpi delle piante e degli animali della madre Terra. Del resto, un agnellino, durante il suo soggiorno a Roma, il santo di Assisi aveva tenuto con sé, mosso proprio dalla sua devozione a Cristo, mitissimo agnello: la nobile matrona, madonna Jacopa dei Sette Soli, lo custodiva in casa sua e quell’agnellino, quasi ammaestrato da Francesco nelle cose dello spirito, non si staccava mai dalla compagnia della signora, anche quando lei andava in chiesa, quando vi restava o ne ritornava. Come chiosa la Leggenda maggiore, l’agnello era ormai diventato un maestro di devozione (Leggenda maggiore di san Bonaventura, n. 1149). 

Sì, i fratelli agnellini e i fratelli uccellini stanno lodando ancora il loro Creatore attraverso il cranio e lo scheletro di Francesco; perfino i fratelli insetti, dei quali, nelle visioni poetiche di Sceral, diventano come la culla dei piedi del poverello di Assisi. 

Anche le consunte ossa di un morto, a cui ri-accostarsi e quasi toccare con mano, restano, insomma, delle parti di una parte corporea di un tutto personale, quello di Francesco d’Assisi, che si trasforma, e trasfigura ogni realtà con cui viene in contatto. In termini filosofici e spirituali, quello è un corpo personale, capace di operare, in chi venera e crede, la metànoia, la trasformazione profonda del proprio sé nel corpo spiritualizzato della persona umana. E questo è bello, anche nella stagione di corpi cremati dalle bombe delle guerre “intelligenti”, o dei corpi usati, e abusati, di bambine e bambini, vilipesi in nome del potere, del denaro e del sesso di altri corpi assetati di sangue e di carne umana.

Pasquale Giustiniani
Pasquale Giustiniani
Pasquale Giustiniani è Ordinario emerito di Filosofia teoretica nella sezione san Tommaso d’Aquino della Facoltà di teologia dell’Italia meridionale in Napoli; membro del Centro Interuniversitario di Ricerca Bioetica (CIRB).
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