Perché la politica non si spiega più: il lato oscuro del consenso immediato

Il linguaggio povero di una politica prigioniera del consenso

Fulvio Bellassai
Fulvio Bellassai
Già alto ufficiale dell'EI con incarichi all'estero segue da tempo l'evolvere del pensiero politico in Italia e all'estero.

Ascoltando gli immancabili resoconti quotidiani sugli interventi dei leader dei partiti italiani sull’argomento del giorno (a questo siamo, altro che concentrarsi sulle prossime generazioni*), mi viene da chiedermi se la politica contemporanea non comunichi così male perché non sia capace di fare meglio o se invece ci sia dietro una precisa scelta.

La mia risposta è, lo dico subito, che comunica in questo modo perché ha imparato che così funziona.

Funziona perché semplifica, riduce, divide. Funziona perché abbassa il livello del confronto fino a renderlo istintivo, emotivo, binario. Funziona, soprattutto, perché trasforma la complessità da condizione naturale della realtà in un ostacolo da rimuovere.

La comunicazione politica ha scelto un linguaggio elementare non per rendersi più comprensibile, ma per ridurre lo spazio del ragionamento. Non per spiegare la complessità, ma per evitarla. È una comunicazione che non mira a convincere, ma a condizionare; che non costruisce consenso, ma lo amministra; che non cerca cittadini, ma audience.

Ǫuesto modello comunicativo sfrutta una forma di povertà che cresce da anni, senza fare rumore e senza suscitare indignazione, pur essendo gravissima: l’analfabetismo funzionale. Non riguarda il numero di parole che si conoscono, ma la capacità di usarle, comprenderle, metterle in relazione, valutarle criticamente. È l’incapacità di distinguere un fatto da una narrazione e una proposta concreta da uno slogan, azzerando la partecipazione sociale.

In parte è il prodotto della fretta, della superficialità, del bombardamento informativo che invade la nostra quotidianità. Ma, per chi governa, è diventato soprattutto una risorsa. Una società che fatica a collegare i concetti è più facile da guidare emotivamente, più disponibile ad accettare scorciatoie, meno attrezzata per opporre resistenza quando i diritti vengono compressi in nome di obiettivi presentati come imprescindibili.

Ogni giorno, utilizzando i luoghi dell’informazione più seguiti, la realtà viene ridotta a sequenze semplici e urlate. Allarme sicurezza, emergenza sociale, nemico, violenza, sicurezza, diventano parole-chiave. Si parte quasi sempre da un fatto reale, che viene ingigantito, isolato dal contesto, caricato emotivamente e trasformato in chiave universale di lettura. L’istinto prende il posto dell’analisi. Il tifo quello del discernimento.

In questo modo diventa facile far passare qualsiasi scelta come necessaria o inevitabile, anche quando comporta limitazioni pesanti delle libertà individuali, non solo di chi delinque, ma di tutti. Spiegare richiederebbe tempo, attenzione, capacità di tenere insieme più piani. Molto più semplice affidarsi a una parola d’ordine e suscitare una reazione.

Il risultato è una società che si polarizza o si ritira.

Da un lato tifoserie indisponibili a ragionare, dall’altro un progressivo disimpegno che viene scambiato per distanza critica, ma invece è solo rinuncia.

La politica, che finge costernazione di fronte al dilagante astensionismo, è la principale responsabile di questo processo, ma non agisce da sola.

Sul versante dell’informazione, un giornalismo sempre più ideologico e spesso servile verso il potere ha finito per adottarne gli stessi codici comunicativi: velocità, polarizzazione, conflitto permanente. Non sempre per malafede, spesso per assuefazione. Così la notizia smette di essere uno spazio di mediazione critica e diventa un amplificatore, con tempi sempre più ridotti prima di essere sostituita dalla news successiva.
In questa escalation continua, la complessità viene trattata come un difetto, un limite, anziché per ciò che è: una condizione strutturale della realtà.

E questo meccanismo non resta confinato nelle stanze del potere o negli studi televisivi. Si propaga. Entra nelle conversazioni quotidiane, nelle chat familiari, nei commenti sui social. Persone comuni finiscono per ripetere schemi narrativi costruiti ad arte, convinte di ragionare con la propria testa mentre stanno solo recitando un copione scritto da altri.

Detesto apparire nostalgico e anzi resto convinto che il futuro possa essere migliore del passato. Ma quando il livello si abbassa così tanto, non per rimpianto ma per contrasto, la memoria corre a figure che non avrebbero tollerato questa regressione. Uomini per i quali il coraggio non era un incidente da evitare, ma una virtù richiesta. Uomini come il capitano Emilio Lussu, capace di assumersi responsabilità personali oltre ogni cautela verso se stesso, o come Gaetano Salvemini, inflessibile nel rifiuto del trasformismo politico e del compromesso senza principi.

Come avrebbe reagito Indro Montanelli di fronte a un giornalismo che finge indignazione mentre partecipa al banchetto. Avrebbe colpito le parole, ne sono convinto, prima ancora delle idee, sapendo che è dal linguaggio che comincia ogni forma di manipolazione.

Figure diverse, in tempi diversi, accomunate però da una stessa postura: non adattarsi. Non accettare che la semplificazione diventi la norma e l’approfondimento l’eccezione. Non confondere l’ordine con l’obbedienza, né la sicurezza con la rinuncia ai diritti.

È  qui  che,  nonostante  tutto,  si  conferma  il  senso  dell’impegno  politico. Che non può ridursi a gestione del consenso, per essere invece esercizio di fatica cognitiva sulle cose che ci riguardano tutti. Perché capire costa, dubitare logora, tenere insieme i molti piani della realtà richiede tempo. Ma è indispensabile.

La politica che promette di semplificare tutto non libera: solleva dalla responsabilità di capire. Ed è forse questa la tentazione più pericolosa del nostro tempo.

Per questa ragione, difendere la democrazia non significa alzare la voce, ma accettare di rallentare, assumere che non tutte le risposte stiano in uno slogan e che solo in casi eccezionali le decisioni possano essere prese sull’onda dell’emergenza.

Ǫuando il linguaggio si impoverisce e il pensiero si ritira, il problema non è solo chi governa così, ma una società che accetta di essere governata in questo modo.

L’astensione, il disimpegno, il rifiuto permanente non sono forme di neutralità: sono spazi lasciati vuoti che qualcun altro occuperà.

È per questo che faccio politica.

Perché rinunciare alla politica non significa sottrarsi al gioco, ma lasciarlo in mano a chi lo riduce a tecnica di consenso immediato.

La  politica  può  degradarsi  fino  a  diventare  strumento  di  manipolazione. Proprio per questo, quando accade, non smette di essere necessaria: diventa più urgente.

Fare politica, per me, significa accettare il conflitto delle idee, il tempo lungo della spiegazione, il rischio di non piacere. Significa trattare le persone come adulti, anche quando questo costa consenso.

Nessuno è escluso da questo dovere, che anzi riguarda anche chi non milita, non si candida, non partecipa direttamente. Votare, informarsi, discutere seriamente, esercitare il dubbio sono atti politici essenziali. Perché una democrazia non si difende solo nelle istituzioni, ma nella qualità delle scelte quotidiane di chi ne fa parte.

Pensare di potersene chiamare fuori è l’illusione più comoda e più pericolosa. Non è una forma di superiorità morale.

È una resa.

* La differenza fondamentale tra un politico e uno statista risiede nella visione temporale e nell’interesse perseguito: mentre il primo si concentra sulle prossime elezioni, lo statista guarda alle prossime generazioni. Citazione attribuita ad Alcide De Gasperi, ma concetto espresso anche da Winston Churchill e James Freeman Clarke.

Fulvio Bellassai
Fulvio Bellassai
Già alto ufficiale dell'EI con incarichi all'estero segue da tempo l'evolvere del pensiero politico in Italia e all'estero.
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