La questione ebraica 29 – Forte come la morte

Francesco Lucrezi
Francesco Lucrezi
Ordinario di Diritto romano e di Diritti dell'Antico Oriente Mediterraneo presso l'Università degli Studi di Salerno, il suo ambito di studio riguarda principalmente l'ebraismo e, in particolare, il diritto ebraico, al quale ha dedicato diverse opere e di cui è considerato uno dei massimi esperti italiani.

Nella scorsa puntata del nostro commento al grande libro di Emanuele Calò su La questione ebraica nella società postmoderna abbiamo accennato al problema, certo di non poco rilevo, del diverso atteggiamento di ebraismo e cristianesimo di fronte alla vita ultraterrena, e alla questione se, tra i motivi che hanno indotto non pochi ebrei (nel secolo passato, ma anche in altre epoche) ad abbandonare la fede dei padri, per abbracciare la religione di gran lunga maggioritaria, ci sia stato anche il fatto che quest’ultima, con  la sua promessa di una vita ultraterrena, si mostrasse, agli occhi di qualcuno, più “conveniente”.

Rispondere a una siffatta domanda, come ho già detto, appare difficile, dal momento che si tratterebbe di entrare nella testa di tante persone. È arduo anche per noi stessi, poi, capire cosa crediamo veramente su certi argomenti, e perché, se cambiamo idea, lo facciamo. Personalmente, ho sempre provato grande antipatia per la cosiddetta “scommessa” di Pascal, il quale, com’è noto, scrisse che, se non possiamo essere certi dell’esistenza di Dio, conviene comunque scommettere sulla sua esistenza, perché, se non esiste, non ne riceveremmo comunque alcun danno, mentre, se esiste, guadagneremmo molto ad avere fatto la scommessa giusta. Un ragionamento che mi sembra piuttosto vile e opportunistico. E ho sempre molto ammirato, invece, la grande prova di dignità di Primo Levi, che, di fronte a una delle selezioni di Auschwitz, provò l’impulso di formulare una preghiera, per chiedere al Signore di salvargli la vita. Ma non lo fece: “Che diritto avevo di rivolgermi a un dio in cui non credevo? Non si cambiano le regole del gioco a partita in corso, e quando stai perdendo. Capii che, se avessi pregato, e fossi sopravvissuto, avrei dovuto vergognarmi di quella debolezza”.

In realtà, io credo che nessun uomo, di qualsiasi idea o fede, abbia alcuna possibilità di immaginare veramente cosa ci sia dopo la morte. Tanto una vita ultraterrena quanto il nulla sono concetti impensabili, perché la nostra mente funziona nel tempo, e solo in modo figurato o allegorico può pensare a qualcosa che sia fuori dal tempo. Come scrisse Jankelevitch, nel suo libro Pensare la morte, la morte è qualcosa di impensabile. In genere ci figuriamo l’eternità come un tempo smisuratamente lungo, ma questa finzione non corrisponde minimamente all’idea di qualcosa che sia “fuori dal tempo”, o “senza tempo”. Se, come disse Sant’Agostino, tutti riteniamo di sapere cosa sia il tempo, a meno che non ci chiedano di spiegarlo, nessuno sa invece pensare un “non tempo”. E il “nulla” non esiste, è solo una parola.

La morte, tanto per i credenti quanto per i non credenti, introduce nel “non tempo”, e non può essere pensata. Nel suo meraviglioso testamento spirituale, Norberto Bobbio scrisse che ogni immaginazione di una vita ultraterrena cerca in sostanza di edulcorare l’idea della morte, per trasformarla in qualcos’altro, e renderla, appunto, pensabile. Ma, osserva il grande filosofo, “la morte è la morte. Bisogna prendere sul serio la morte”.

Io penso che, nel chiassoso e superficiale mondo occidentale contemporaneo, l’idea delle morte, e la sua paura, siano molto scemate, e questo giustifica anche, in parte, il diminuito interesse per il cristianesimo. La speranza nei premi celesti, così come il timore dei castighi, fanno molto meno presa di un tempo. La Chiesa parla quasi sempre di tematiche sociali terrene, molto poco di fatti spirituali o di realtà trascendenti.

Nell’ebraismo questo cambiamento non si avverte, perché è una religione che, tradizionalmente, è sempre stata piuttosto prudente nelle promesse o minacce per il “dopo”. Credo che il mirabile, celeberrimo verso dello Shir haShirìm, “forte come la morte è l’amore”, sintetizzi in modo emblematico la posizione ebraica nei confronti della morte. Essa è invincibile, e neanche l’amore la sovrasta (non è scritto, infatti, che è “più forte della morte”). Ma anche l’amore è invincibile, e neanche la morte lo sovrasta. Un verso che rappresenta un meraviglioso tributo alla maestà dell’amore, e alla maestà della morte.

Perciò, alla domanda se, tra i motivi delle conversioni al cristianesimo, ci sia stato anche il desiderio di qualcuno di “fuggire” dalla morte, risponderei di no. Chi è cresciuto nella cultura ebraica ha più dimestichezza con la consapevolezza della caducità della vita, e della sua fine, dalla quale è stato abituato a non cercare di “fuggire”. Come recita il Qohelet, “c’è un tempo per tutte le cose”, e quindi le cose sono solo nel tempo.

Non esiste nulla fuori del tempo, e quale il sia il significato del tempo lo sapremo, forse, solo alla fine dei tempi.

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Proseguendo nella sua esposizione, a proposito di Luigi Luzzatti, Presidente del Consiglio dal marzo 1910 al marzo 1911, Calò riporta l’accusa di Dante Lattes, secondo cui le posizioni religiose del premier ebreo italiano rifletterebbero una formazione eterodossa, dal momento che Luzzatti avrebbe studiato l’ebraismo attraverso le opere della Chiesa e degli atei di origine cattolica o protestante, anziché quelle della tradizione ebraica. Il suo sarebbe stato, in pratica, un ebraismo “di riporto”, o “di seconda mano”, e quindi sostanzialmente falsificato.

Non siamo in grado di dire quanto tale annotazione fosse fondata, ma è certamente degno di analisi il contenuto di un messaggio indirizzato da Luzzatti agli ebrei di Palestina, e segnatamente ai lavoranti agricoli, che appare oggi, tristemente, di grande attualità.

Nell’indirizzare ai suoi correligionari lontani l’augurio di potere condividere con i loro vicini arabi un futuro di pace e cooperazione, rivolge a loro un monito che appare abbastanza eloquente: “la storia è piena di tristi esempi dai quali si trae che i perseguitati, mossi da vendette ataviche, divengono, a loro volta, persecutori. Sarebbe un delitto contro il Dio di clemenza e pietà che si espierebbe sulla terra”.  Si noti che Luzzatti, scomparso nel 1927, scriveva non solo, ovviamente, prima della nascita dello stato di Israele, ma anche prima delle gravi aggressioni arabe del 1929, che segnarono un purtroppo irreversibile deterioramento nei rapporti tra le due comunità. Il politico sembra prevedere che l’auspicata convivenza sarebbe stata difficile, ma quel che colpisce è che egli pare anche dare per scontato che la maggiore (o unica) responsabilità di tale peggioramento sarebbe stata degli ebrei. E non solo, dal momento che viene anche indicato il probabile motivo di questo grave comportamento, che sarebbe da cercare nel desiderio di “vendetta atavica” di coloro che per secoli erano stati i perseguitati per eccellenza, ossia gli ebrei, che domani, una volta conquistato un po’ di potere, avrebbero facilmente potuto trasformarsi in persecutori.

Se questa previsione e “accusa preventiva” fosse divulgata oggi, ovviamente, troverebbe infiniti consensi, e Luzzatti verrebbe immediatamente iscritto alla già nutrita schiera degli “ebrei buoni”, che sanno puntare l’indice contro i loro compagni ogni volta che sia necessario, offrendo, ovviamente nel loro interesse, le dovute lezioni di etica e di buon comportamento. Tanto più che, in altra occasione, parlando degli ebrei di Palestina, ebbe a scrivere: “Guai se suscitassero con la superbia e la soverchianza le giuste ire dei cristiani e dei musulmani!”.  Ebrei naturaliter inclini alla superbia e alla soverchianza, quindi, così come l’ira di cristiani e musulmani sarebbe naturaliter giusta e dovuta.

“Resta da domandarsi – annota Calò – se Luzzatti auspicasse che gli ebrei fossero un popolo santo, seguendo risalenti e nobili dettami, oppure se il suo atteggiamento fosse meramente remissivo. Tutte qualità (santità e/o mitezza) di difficile conciliazione coi sionisti cui si rivolgeva, la cui proprietà, a prescindere dalla corrente d’appartenenza, era quella di essere un popolo come gli altri”.

Dalle parole di Luzzatti, sagacemente interpretate da Calò, emerge la peculiare “condanna” a cui il popolo ebraico pare, da sempre e per sempre, legato: quella a doversi comportare, sempre e comunque, secondo i dettami della santità, ossia della perfezione. Una santità e una perfezione assolute ed estreme, che vengono misurate soprattutto quanto il popolo santissimo e perfettissimo è obbligato a confrontarsi con l’ira del “resto del mondo” (cristiani, musulmani, ma anche atei, fascisti, comunisti, razzisti… insomma: tutti), la cui ira è sempre (come direbbe Totò, “a prescindere”) “giusta”.

Hai voglia, caro popolo santissimo, di chiedere di essere considerato “normale”. Non lo sarai mai.

Francesco Lucrezi
Francesco Lucrezi
Ordinario di Diritto romano e di Diritti dell'Antico Oriente Mediterraneo presso l'Università degli Studi di Salerno, il suo ambito di studio riguarda principalmente l'ebraismo e, in particolare, il diritto ebraico, al quale ha dedicato diverse opere e di cui è considerato uno dei massimi esperti italiani.
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