Per anni il turismo è stato soprattutto una questione di mete. Monumenti da visitare, attrazioni da fotografare, luoghi iconici da spuntare in una lista sempre più lunga. Il viaggio si misurava in tappe: quante città viste, quanti musei visitati, quante fotografie scattate.
Oggi, però, ci troviamo di fronte a due modi di pensare la vacanza. Da una parte i viaggi troppo veloci, concentrati in un weekend e consigliati dai nuovi influencer viaggiatori sulle piattaforme social, quindi le brevi vacanze (spesso per mancanza di tempo o ferie) preferite soprattutto dalle nuove generazioni che danno molta importanza alle foto e ai reel da postare sui canali social e ai percorsi enogastronomici che vanno per la maggiore.
Dall’altra parte per fortuna, in questi ritmi così veloci, sempre più viaggiatori sembrano cercare non tanto luoghi da vedere, quanto esperienze da vivere. È la logica del cosiddetto turismo immersivo, una forma di viaggio che privilegia l’incontro con le persone, le storie e i ritmi autentici dei territori. In questo approccio il viaggio non è più una sequenza di attrazioni, ma un’esperienza che si costruisce attraverso relazioni. Non basta più osservare un luogo: si desidera entrarci dentro, comprenderne la cultura, i gesti quotidiani, i sapori.
In parte si tratta di un ritorno alle origini. Prima dell’esplosione del turismo di massa, viaggiare era spesso un’esperienza più lenta e meno programmata. I percorsi erano meno rigidi e gli incontri con la popolazione locale rappresentavano una parte naturale del viaggio.
Chi ha viaggiato negli anni Settanta o Ottanta ricorda spesso episodi che oggi sembrano quasi romantici: una sosta improvvisata in una trattoria di paese, una conversazione con il proprietario che finisce per raccontare la storia del luogo, o un abitante che accompagna un visitatore a scoprire scorci nascosti non presenti nelle guide.
Con la diffusione del turismo organizzato, soprattutto tra gli anni Novanta e i primi Duemila, il viaggio ha progressivamente accelerato. Itinerari serrati, visite concentrate in poche ore, weekend “mordi e fuggi”. Un modello che ha portato grandi numeri ma anche una certa perdita di profondità nell’esperienza del viaggio.
E proprio per non perdere esperienze immersive e valorizzare maggiormente il territorio, non mancano iniziative in alcune regioni. La Calabria, più che nota per l’invasione solo nei mesi estivi delle coste Jonica e tirrenica, sta diffondendo sul territorio nazionale le “buone pratiche” di consumo e produzione e di valorizzare le specificità e le eccellenze, in rete e in sinergia con il tessuto istituzionale, associativo e imprenditoriale locale.
Si tratta dei cammini calabresi tra natura, spiritualità e immersione in esperienze uniche. Si tratta di 11 percorsi inseriti nel catasto regionale: il Sentiero dell’Inglese, il Cammino Basiliano, il Sentiero dei Briganti, il Cammino di San Francesco di Paola (rinnovato il marchio “Cammino Certificato Touring) e il Calabria Coast to Coast (premiato come il 5 nella top 10 dei cammini più ricercati d’Italia). Percorsi che attraversano il cuore dei territori, che hanno portato a una trasformazione dell’offerta turistica, dell’accoglienza e delle collaborazioni locali, con il sostegno della Regione. Non sono solo sentieri ma progetti territoriali, fatti di accoglienza, comunità, natura, storia e spiritualità.
Sempre al Sud nel 2025 un recente report stilato da Airbnb, in collaborazione con YouGov, ha premiato la Sicilia e i suoi abitanti sul tema dello “slow tourism”. Secondo gli esperti, infatti, la Sicilia – insieme a Sardegna e Toscana – rientra nella Top-3 delle mete italiane del 2025 per quel che riguarda un turismo all’insegna dei cammini, dei sentieri e dei percorsi naturalistici, con il marchio dei ritmi rilassanti e delle attività legate al territorio che non può mancare per un siciliano su quattro. Come dimostrato dal sondaggio infatti, il 26% della popolazione locale vorrebbe provare una vacanza del genere. Inoltre, luoghi rurali come le campagne della Val di Noto e i borghi dell’entroterra siciliano sono stati letteralmente presi d’assalto dai turisti di tutta Italia, con il dato che indica come il 24% degli italiani opta proprio per i percorsi naturalistici offerti dall’Isola. Dunque, non solo spiagge e acqua cristallina a caratterizzare la Sicilia.
Anche la Regione Lazio dopo il Giubileo 2025 punta su una nuova idea di viaggio: più lenta, più consapevole, più legata ai territori. È questa la filosofia alla base di “Itinerari Urbani Religiosi”, la nuova piattaforma digitale, non una semplice guida online, ma uno strumento pensato per accompagnare pellegrini, turisti e cittadini alla scoperta dei capoluoghi laziali e valorizzare il patrimonio religioso e culturale non solo della Capitale, ma anche di Viterbo, Rieti, Frosinone e Latina.
Negli ultimi anni, sta emergendo anche una domanda diversa. Sempre più turisti cercano esperienze legate alla vita quotidiana dei territori: partecipare a una vendemmia, imparare una ricetta tradizionale, ascoltare i racconti di chi vive e lavora in un borgo. Il viaggio diventa così occasione di conoscenza e condivisione. In questo scenario anche il concetto di ospitalità cambia. Non si tratta soltanto di offrire una struttura accogliente o un servizio efficiente, ma di creare un contesto in cui il visitatore possa sentirsi parte – anche solo per qualche giorno – della vita del luogo.
Chi accoglie non è più soltanto un operatore turistico: diventa spesso ambasciatore del territorio, custode di tradizioni, narratore di storie locali. L’esperienza fatta in un viaggio va oltre la destinazione. Molti viaggiatori raccontano che i ricordi più intensi di un viaggio non sono legati ai luoghi più famosi, ma agli incontri casuali.
Una chiacchierata con un pescatore al porto. Una lezione improvvisata di cucina in una casa di campagna. Un artigiano che apre il suo laboratorio e racconta un mestiere antico. Sono momenti semplici, ma capaci di trasformare una visita in un’esperienza memorabile. È proprio qui che il turismo immersivo trova la sua dimensione: nella capacità di andare oltre la dimensione del consumo turistico, per costruire relazioni, anche brevi, ma autentiche.
Il turismo immersivo si lega spesso alla filosofia della slow life, un approccio che invita a rallentare e a valorizzare il tempo e la qualità delle esperienze. Non significa fare meno, ma vivere meglio ciò che si fa: fermarsi più a lungo in un luogo, scoprirne i dettagli, ascoltarne le storie.
Questo modello porta con sé anche una maggiore attenzione alla sostenibilità. Un turismo più lento tende infatti a valorizzare le economie locali, a distribuire meglio i flussi e a rispettare l’identità culturale dei territori. In fondo il turismo immersivo propone una domanda semplice ma importante: che cosa resta davvero di un viaggio? Le fotografie possono riempire una galleria digitale, ma spesso ciò che rimane nel tempo sono le relazioni, i racconti, le esperienze condivise.
Per questo sempre più viaggiatori scelgono di rallentare e di mettere al centro ciò che rende ogni luogo davvero unico: le persone che lo abitano. Ed è proprio in quell’incontro, spesso spontaneo e inatteso, che il viaggio torna a essere ciò che è sempre stato nella sua forma più autentica: un’esperienza umana prima ancora che turistica.



