La questione ebraica 28 – La vita futura

Francesco Lucrezi
Francesco Lucrezi
Ordinario di Diritto romano e di Diritti dell'Antico Oriente Mediterraneo presso l'Università degli Studi di Salerno, il suo ambito di studio riguarda principalmente l'ebraismo e, in particolare, il diritto ebraico, al quale ha dedicato diverse opere e di cui è considerato uno dei massimi esperti italiani.

Nelle scorse puntate del nostro commento al grande libro di Emanuele Calò La questione ebraica nella società postmoderna abbiamo iniziato a trattare del problema, alquanto complesso, delle cd. conversioni, ossia del passaggio da una religione all’altra, o anche del passaggio da una condizione di ateismo e agnosticismo a una determinata fede.

È da notare, al riguardo, che col termine ‘conversione’ si fa riferimento sempre ed esclusivamente a una sorte di ‘ingresso’ in qualcosa, oppure di ‘trasloco’ da un’identità a un’altra, mai di semplice ‘uscita’. L’abbandono di una professione di fede, non accompagnato all’abbraccio di un’altra, non viene mai chiamato ‘conversione’, anche se, in realtà, anch’esso potrebbe essere considerato tale. Il transito da una condizione di religiosità a una di non credenza viene generalmente svilito a una sorta di deminutio, di ‘perdita’, dettato probabilmente da una forma di semplice ‘pigrizia’, come se non potesse essere anch’esso il frutto di una libera e consapevole scelta: una sorta, appunto, anch’esso, di ‘conversione’ a un nuovo approccio con la realtà.

Inoltre, com’è noto, la conversione non è mai un fenomeno meramente privato, interiore, dal momento che richiede necessariamente una sua visibilità pubblica, altrimenti non avrebbe senso. E non è mai un fatto esclusivamente religioso, dal momento che, attraverso di esso, il soggetto deve cambiare anche riti, abitudini, frequentazioni. L’ebraismo, inoltre, com’è noto, non è solo una religione, una confessione di fede, ma anche un’identità, una tradizione, un popolo. Molti esponenti di questo popolo, ai nostri giorni, hanno un rapporto molto superficiale con la religione, o anche un atteggiamento di totale rifiuto nei suoi confronti. Eppure, essi restano ebrei, a meno non si convertano a un’altra fede. La religione, quindi, non è più (se mai lo è stata) la “condizione necessaria e sufficiente” dell’ebraicità, ma resta tuttavia ancora l’unica “porta d’ingresso” nel popolo ebraico. Un ebreo religioso può diventare ateo, così come il figlio di una madre ebrea atea considera a essere considerato ebreo, quantunque non credente. Ma un gentile ateo non ha nessuna possibilità di diventare ebreo al di fuori del ghiur, della conversione. Quella offerta dalla religione continua a essere l’unica “porta d’ingresso” nel popolo d’Israele.

“Nell’Italia dell’emancipazione – scrive Calò – furono frequenti le abiure oppure i distacchi. Fu un periodo irripetibile, nel quale era addirittura possibile che il Paese fosse guidato da ebrei, che erano però l’espressione fedele delle speranze riposte nell’emancipazione e dei traumatici rapporti col loro passato”.

Se, però, i fenomeni della conversione, dell’abiura e dell’apostasia, fino all’età moderna, erano sempre caratterizzati da grande nettezza e drasticità (essere “mezzo ebreo”, come anche “mezzo islamico” o “mezzo cristiano”, nel Medio Evo o nel Rinascimento,+ sarebbe stato inconcepibile, o molto pericoloso, così come anche dirsi “libero pensatore”, senza precisa identità religiosa), le cose cambiano dopo l’Illuminismo, e soprattutto nel XX secolo, quando la religione perde importanza, e diventa solo uno dei tanti connotati distintivi della persona.

Ebreo – quantunque non praticante – fu il Presidente del Consiglio Alessandro Fortis (marzo 1905 – febbraio 1906), mentre il suo successore, Sidney Sonnino, fu figlio di solo padre ebreo, e professò la fede anglicana. Certamente partecipe dell’identità e della fede mosaica fu invece il Presidente veneziano Luigi Luzzatti (marzo 1910 – marzo 1911), il quale manifestò, però, nei confronti dell’ebraismo, degli atteggiamenti oscillanti. “Io sono nato israelita – scrisse – e ci ritorno fieramente ogni volta che mi si rimprovera di esserlo e che l’esserlo mi espone a un pericolo. Vi è una dignità a sostenere il peso della persecuzione e sarebbe vile il cansarlo. Ma fuori di questo, la mia educazione, le mie aspirazioni intendono a un largo cristianesimo, come traspare dai miei scritti”. Ventenne, inoltre, scriveva: “non mi piace quando dici che gli ebrei sono fieri delle loro due patrie; io di patrie non ne conosco che una, ed è il luogo dove nacqui e dove spero di morire”.

Dunque, Luzzatti non rinnega la propria ebraicità, ma sembra diluirla in un’appartenenza – nettamente prevalente – a “un largo cristianesimo”. E rifiuta radicalmente l’ipotesi di potere avere altra patria fuori dall’Italia. Ebreo, dunque, ma soprattutto italiano e, “in senso largo”, cristiano. Le due ultime cose, in realtà, sembrano fare tutt’umo. L’Italia – anche dopo la rottura con la Chiesa del 1870 e la ricucitura del 1929 – restava comunque un Paese cristiano, e anche chi non fosse battezzato (come avrebbe poi scritto, in un suo famoso e discutibile articolo, Benedetto Croce) “non poteva non dirsi cristiano”.

Ma che cosa è, esattamente, questo “largo cristianesimo” a cui fa riferimento Luzzatti? Una religione, una tradizione, un’abitudine? È un’identità, o piuttosto qualcosa che, per la sua intrinseca “larghezza”, diventa generico e indefinito?

 “L’uomo – osserva Calò – sembrava essere rimasto alquanto colpito dalla scarsa attenzione riservata dall’ebraismo alla vita futura, a paragone delle altre due religioni monoteistiche, anche se non sembrerebbe aver riflettuto che, se tale vita esistesse, non gli dovrebbe essere preclusa per non esserne a conoscenza”.  

Calò spiega che Luzzatti era stato influenzato dalle idee di Moise Soave, fautore di una riforma dell’ebraismo che lo mettesse al passo con i tempi nuovi e la modernità. Sarebbe stato proprio un desiderio di ‘adeguamento’ e di ‘normalizzazione’ nei confronti della società dei gentili a spingere molti ebrei italiani (così come francesi, tedeschi, polacchi, americani…) a fare propria una visione blanda e generica della fede mosaica (spesso portata a diluirsi in un “largo cristianesimo”), quando non ad abbandonarla definitivamente, nella speranza di essere finalmente accettati come cittadini “normali”. Theodor Herzl, che aveva fortemente creduto nell’emancipazione, fu dolorosamente costretto a prendere atto, davanti alla furia antisemita scatenatasi in Francia a seguito dell’affare Dreyfuss (25 anni prima della presidenza di Luzzatti), a rendersi conto che tale speranza era solo una tragica illusione. Ma, com’è noto, non certo tutti gli ebrei europei lo seguirono, molti, anzi, lo attaccarono con grande violenza, considerando il sionismo una pericolosa prova dell’idea della dubbia fedeltà degli ebrei, “cittadini di due patrie”.

“Sta di fatto – constata Calò – che, fra Ottocento e Novecento, il cristianesimo possiede un’attrattiva che manca all’ebraismo, per svariate ragioni, alcune delle quali palesi, alle quali vi si aggiunga che l’ebraismo non poteva che apparire, agli occhi degli ebrei, come la causa di millenni d persecuzione, finalmente lasciatisi alle spalle”. “Quell’Italia così protesa verso il futuro, imbevuta del culto della ragione, anticlericale ma profondamente cristiana, doveva giustamente abbagliare chi, fino a ieri a Roma e fino all’altro ieri a Venezia, era chiuso nel serraglio degli ebrei”.

Quanto alla “scarsa attenzione” nei confronti della “vita futura”, c’è da chiedersi in che misura tale fattore abbia influito sulla scelta di molti ebrei di abbandonare una religione che non prometteva, su questo piano, granché, a favore di un’altra che, invece, prometteva molto. A tale domanda è arduo dare una risposta, dal momento che è pressoché impossibile decifrare quale sia il vero atteggiamento psicologico delle masse e delle singole persone, di qualsiasi fede, di fronte a tale questione. Recitare preghiere che parlano di Paradiso e Inferno vuol forse dire credere veramente nella loro esistenza? 

Certamente nell’ebraismo, com’è noto, riguardo alla vita futura, ci sono sempre state tante diverse visoni. Le fonti narrano che, ai tempi di Gesù, i Sadducei e i Farisei sarebbero stati nettamente divisi proprio dalla credenza in una vita ultraterrena, rifiutata dai prima e sostenuta dai secondi, e, nei secoli successivi, si sarebbero succedute, in tutto il mondo, le interpretazioni più disparate. I saggi dicono che la Torah comincia con la ‘bet’ di Bereshìt perché tale lettera ha la forma di un quadrato aperto sul lato sinistro, e ciò, dato che l’ebraico si legge da destra a sinistra, varrebbe come invito a non guardare dietro, né in alto, né in basso, ma solo avanti a sé, per seguire la strada indicata dal Signore. Il cristianesimo e l’Islam, invece, hanno sempre offerto sul punto una visione unica e chiara, quella dell’immoralità, associata al premio o al castigo. Hanno sempre inviato a guardare in altro, e in basso.  

Difficile, ripeto, dire se tale ‘promessa’ sia stato uno degli elementi del maggiore ‘appeal’ del cristianesimo. 

E tuttavia, la prossima puntata, mi azzarderò a dare due risposte. La prima negativa, la seconda positiva.  

Francesco Lucrezi
Francesco Lucrezi
Ordinario di Diritto romano e di Diritti dell'Antico Oriente Mediterraneo presso l'Università degli Studi di Salerno, il suo ambito di studio riguarda principalmente l'ebraismo e, in particolare, il diritto ebraico, al quale ha dedicato diverse opere e di cui è considerato uno dei massimi esperti italiani.
spot_img
spot_img

Ultimi articoli