La questione ebraica 30 – La svolta

Francesco Lucrezi
Francesco Lucrezi
Ordinario di Diritto romano e di Diritti dell'Antico Oriente Mediterraneo presso l'Università degli Studi di Salerno, il suo ambito di studio riguarda principalmente l'ebraismo e, in particolare, il diritto ebraico, al quale ha dedicato diverse opere e di cui è considerato uno dei massimi esperti italiani.

Nel suo grande libro su La questione ebraica nella società postmoderna, Emanuele Calò affronta un argomento che è di fondamentale importanza non solo per la storia del popolo ebraico, ma anche per quella di tutti gli altri popoli, di tutte le culture: insomma, del “resto del mondo”. Si tratta, a mio avviso, di una svolta epocale radicale, che avrebbe completamente cambiato o capovolto modi di pensare, intere categorie logiche, etiche, politiche.

Si potrebbe obiettare che non si è trattato di una vera svolta, dal momento che, in fin dei conti, prima e dopo questo evento c’erano e hanno continuato a esistere delle coordinate di riferimento che sono rimaste, tutto sommato, le stesse: il blocco orientale e quello occidentale, il capitalismo e il socialismo reale, la NATO e il Patto di Varsavia, la destra e la sinistra ecc. Queste cose, in fondo, non sarebbero cambiate, e sarebbe perciò eccessivo parlare di una “svolta radicale”, che avrebbe interessato addirittura tutto il mondo.

Io penso, invece, che la svolta ci sia stata, e che quelle categorie che sono sembrate restare uguali, prima e dopo di essa, sarebbero in realtà mutate, e anche profondamente.

Un’altra obiezione che si potrebbe fare è che questa cosiddetta svolta, se c’è stata, non è stata comunque subitanea, né radicale. Sì, le cose sono cambiate, ma stavano cambiando già prima., e la trasformazione non si sarebbe consumata con uno strappo, una lacerazione improvvisa, dal momento che il mutamento avrebbe richiesto molti anni, diversi decenni per maturare e compiersi.

Si dice, com’è noto, che “historia non facit saltus”, e che la storia non si lascia mai “spezzare in due”. Si può dire di un singolo evento che, se non fosse accaduto, o fosse accaduto in modo diverso, tutto sarebbe stato diverso? Che sarebbe successo se la congiura delle Idi di marzo o l’attentato di Sarajevo fossero falliti? O se l’attentato a Hitler fosse riuscito? È ovvio che la storia sarebbe cambiata, ma sarebbe cambiata davvero in modo radicale? A considerare ogni bivio epocale, ogni “ora del destino” nel contesto dell’eterno flusso del tempo, tutto può essere ridimensionato, relativizzato. E, se si pensa all’“eterno ritorno” nietzschiano, la stessa storia non avrebbe alcun senso. Ma, se invece, banalmente, riteniamo che un senso lo abbia, non possiamo esimerci dal leggerla e interpretarla. E, leggendola e interpretandola, vediamo che le “svolte” (o i saltus) ci sono. Con le loro dovute premesse, incubazioni, ridimensionamenti, retromarce ecc. Ma ci sono. E questa è una di quelle.

Una terza obiezione, riguardo a questa idea della “svolta radicale”, è che, trattandosi di qualcosa che riguarda la storia ebraica, bisogna smettere di pensare che tutto ciò che riguarda gli ebrei debba sempre interessare tutti. Ci sarà stata anche una svolta, sarà anche stata radicale, ma non avrebbe interessato tutto il mondo, dal momento che gli ebrei, attualmente stimati in circa 13 milioni e mezzo di individui, rappresentano circa lo 0,3 della popolazione mondiale. Basta pensare che ciò che riguarda gli ebrei riguardi tutti.

A questa obiezione rispondo dicendo: magari! Magari ci potesse stare un po’ meno attenzione nei riguardi degli ebrei! Magari, accendendo la televisione, potessimo sentirne parlare un po’ di meno! Magari scomparisse, o almeno di affievolisse un po’, il noto proverbio secondo cui “no Jews, no news”, se non ci sono ebrei, non ci sono notizie. Ma, piaccia o non piaccia, non è così. Anche se gli ebrei sono solo lo 0,3 del mondo, quelli che si occupano di loro, nel bene e nel male, solo leggermente di più. La Chiesa, Verus Israel, non potrà mai dimenticare il Vetus Israel. L’Islam non è mai stato indifferente al “popolo del libro”, dalla cui tradizione tanto ha preso. Senza l’ebraismo, il comunismo non sarebbe mai nato. E potremmo continuare.

No, non si tratta di una svolta che investe il solo popolo ebraico. Investe tutti, ma proprio tutti. E in modo molto profondo, anche se molti sembrano non rendersene conto.

Ci sarebbe poi una quarta e ultima obiezione. Non si sarebbe trattato di una svolta, ma piuttosto dell’esplosione improvvisa di un qualcosa che stava covando da molto tempo (esattamente 22 anni), in attesa di una deflagrazione violenta, che non poteva ulteriormente tardare. Come lo scoppio di una enorme pentola a pressione.

A questa ultima obiezione non ho nulla da replicare, perché è vero. È proprio così. Chiamiamola quindi non “la svolta”, ma “l’esplosione”. O, ancora meglio, “l’esplosiva riapparizione”.

Ha una data ben precisa: 5-10 giugno 1967, ossia quella della famosa “Guerra dei Sei Giorni”

Qualcuno potrebbe obiettare che può sembrare un po’ eccessivo considerare questo conflitto una svolta radicale non solo nella storia di Israele e del popolo ebraico, ma addirittura in quella del mondo, dal momento che si è trattato pur sempre di un conflitto locale, che difficilmente avrebbe potuto sfociare in una nuova guerra mondiale (gli Stati Uniti non erano allora ancora tanto amici di Israele, né l’Unione Sovietica era ancora tanto amica dei Paesi arabi, come sarebbe stato nei due decenni successivi). Il peggio che avrebbe potuto accadere (e che anzi, secondo ogni logica, avrebbe dovuto accadere) sarebbe stata la distruzione del giovane stato ebraico. Una cosa che, certamente, sarebbe stata per molti tragica, ma per molti altri sarebbe stata una bellissima notizia, mentre per altri ancora non avrebbe rappresentato niente di più che una notizia di cronaca. In fin dei conti, sarebbe stato annientato uno staterello che, all’epoca, contava appena due milioni di anime, che esisteva da solo diciannove anni, e che per molti non avrebbe mai dovuto esistere. Si sarebbe soltanto eliminata una piccola anomalia della storia e della geografia.

L’andamento del conflitto è noto e, a distanza di quasi 60 anni, ha ancora dell’incredibile.

Da anni il Presidente egiziano Nasser, autoproclamatosi leader della grande nazione araba, eccitava le masse di tutti i Paesi dell’area, annunciando la prossima distruzione del piccolo cancro sionista. Da mesi ingenti truppe si ammassavano ai confini del piccolissimo stato, in procinto di schiacciarlo. Il 19 maggio Nasser ordinò alle trippe di interposizione ONU di andarsene, per non intralciare l’imminente invasione. L’ONU, ovviamente, non se lo fece ripetere. All’alba del 5 giugno il governo d’Israele ordinò di attaccare e l’aviazione, volando sotto la linea radar, distrusse quasi completamente l’aviazione militare egiziana, ancora a terra. Scoppiarono i combattimenti tra le truppe di terra egiziane e siriane e quelle d’Israele. Subito tutti i Paesi arabi (22: tutti) dichiararono guerra a Israele. Il governo di Nevi Eshkol chiese formalmente a quello giordano (che allora, si ricorderà, controllava tutta la Cisgiordania e tutta la città vecchia di Gerusalemme) di non intervenire. Ma l’appello cadde nel vuoto, e anche re Hussein entrò in guerra. Ma gli eserciti arabi furono tutti sbaragliati. Israele conquistò le alture del Golan (allora controllate dalla Siria), tutto il Sinai e Gaza (allora di dominio egiziano: cosa che ovviamente tutti fingono di dimenticare), tutta la West Bank (allora facenti parte del regno hashemita: idem come sopra) e riunì la città di Gerusalemme (dalla cui parte orientale, da 19 anni, quasi ogni giorno piovevano su quella occidentale colpi di mortaio e di armi da fuoco). I soldati di Tsahal poterono raggiungere il Muro Occidentale, al quale, dal 1948, era vietato, per gli ebrei, avvicinarsi. La sera del 10 giugno la guerra era finita. Israele ebbe solo 700 perdite, degli arabi non si hanno stime ufficiali (anche perché i loro governi rifiutarono persino di ammettere la sconfitta), ma si crede che ci siano stati almeno 20.000 caduti, la maggioranza dei quali soldati egiziani abbandonati dai loro superiori a morire di sete nel deserto.

Un popolo di due milioni di anime era sopravvissuto, sventando un tentativo di distruzione organizzato dai governanti di almeno 100 milioni di uomini. Già il giorno dopo la fine della guerra, Israele invitò tutti i governi arabi a colloqui di pace, e l’unanime risposta fu quella dei famosi “tre no”: no ai negoziati, no al riconoscimento di Israele, no alla pace.

Il sei giugno, commentando le vicende del giorno prima, la Pravda sostenne il diritto di autodifesa di Israele, imitata dall’Unità e da tutta la stampa comunista mondiale. Ma lo stesso sei giugno qualcosa cambiò, non solo nelle stanze del Cremlino, ma in qualche anfratto nascosto della psiche del mondo: il 7 giugno la Pravda, l’Unità e moltissimi altri giornali condannarono con parole di fuoco l’“aggressione israeliana”.

Cominciava allora (e solo allora) la famosa “questione palestinese”, di cui, fono a quel momento, nessuno aveva mai parlato. L’OLP, Organizzazione per la Liberazione della Palestina, esisteva già dal 1964 (quando Gaza, Sinai, Golan, Cisgiordania e Gerusalemme erano territori tutti sotto esclusiva sovranità araba), ma non aveva affatto nessuna intenzione di risolvere una “questione palestinese”, che, come già detto, non esisteva. Non esistevano “territori occupati”. Ma esisteva già il lillipuziano Israele, e quindi una “questione israeliana”. Solo quella.

Che significa questa trasformazione della “questione israeliana” in “questione palestinese”? In che modo le due questioni (israeliana e palestinese) sono espressione della ben più antica “questione ebraica”, ricordata nel titolo del libro di Calò? Le “questioni” sono allora tre? O potrebbe essere, invece, una sola? E, soprattutto, perché questi sei giorni di 58 anni fa avrebbe rappresentato un momento di svolta, addirittura a livello mondiale? Cosa accadde, in quell’anfratto nascosto, il sei giugno del 1967?

Cercheremo di rispondere nelle prossime puntate.

Francesco Lucrezi
Francesco Lucrezi
Ordinario di Diritto romano e di Diritti dell'Antico Oriente Mediterraneo presso l'Università degli Studi di Salerno, il suo ambito di studio riguarda principalmente l'ebraismo e, in particolare, il diritto ebraico, al quale ha dedicato diverse opere e di cui è considerato uno dei massimi esperti italiani.
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