Negli ultimi decenni del secolo XII nelle corti della Francia meridionale si sviluppa una forma nuova di poesia, destinata a diventare il modello per i poeti di almeno tre generazioni. Le corti della Provenza e del Sud della Francia in generale erano protette dal potere centrale, rappresentato dal re di Francia. Riuscirono così rapidamente a raggiungere un notevole livello culturale, grazie all’indispensabile conforto offerto, innanzitutto, da un tenore di vita molto elevato e dalla presenza di dame e cavalieri di raffinata cortesia.
Fu così che in Provenza poté svilupparsi una poesia d’amore che mise completamente da parte ogni remora di carattere morale o religioso. I primi trovatori (il cui nome derivava dal verbo trobar, inventare espressioni adatte) erano tanto uomini di corte nobili, quanto giullari che giravano nei vari castelli. Essi, a suon di musica presentavano le loro poesie, nelle quali la passione d’amore, la giovinezza e il vivace richiamo dei sensi, la gioia di vivere trovavano il loro ambiente naturale, in particolare nella bellezza della natura e nella felicità della primavera.
Prima di affrontare in maniera precisa le migliori prove di questa nuova forma di celebrare l’amore, conviene soffermarsi sulla loro precisa volontà di uscire dal mondo reale, fatto di mille oppressioni, sia sociali che religiose, allo scopo di ritrovare la bellezza sorgiva dell’amore e della natura, vivendo un sogno continuo di gioia, di giovinezza, di raffinata leggiadria.
Si trattò comunque di poeti che inseguivano un chiaro proposito di poesia aristocratica, fatta di larga consapevolezza filosofica e storica, di assoluta novità tanto nella scelta degli argomenti, quanto nella forma espressiva. Non va neppure dimenticata la compresenza di uomini provenienti da diversi ceti sociali: da una parte sovrani aristocratici di alto profilo, dall’altra cavalieri di basso lignaggio o monaci piuttosto dimessi o uomini di Chiesa di ogni rango, oppure molti artigiani, che anticipavano la grande fioritura della lirica Toscana delle origini. La poesia provenzale trovava la propria forza espressiva nel canto e, naturalmente, nella musica. Il giullare che recitava si serviva di una viola piuttosto semplice e leggera, o anche di una piccola arpa. Il genere metrico preferito era la canzone, che raccontava tanto la tematica d’amore quanto argomenti legati a circostanze particolari. Fra questi componimenti, troviamo i sirventesi, rivolti ad un signore da un troviere della sua piccola corte. Non mancavano i planh, scritti per la morte e per il compianto funebre; le tenzoni, che vedevano due o più poeti concorrere sullo stesso argomento. Fondamentale, poi, fu Il plazer, che elencava le cose piacevoli in un rapporto sentimentale caratterizzato da toni e modalità opposte, in una piccola diatriba tra un uomo e una donna.
Naturalmente, il fin amor rappresentava in pieno la forma più riassuntiva di tutta la tematica d’amore. Di solito era la dama, cioè la moglie del signore del luogo, ad essere cantata dal poeta, che celebrava le sue virtù e la sua bellezza, dichiarandosi suo umile vassallo. Il sentimento d’amore, pur così ben delineato, si presenta come un desiderio irrealizzabile, infinito, impossibile, lontano da ogni contatto fisico. In effetti, siamo di fronte a una sorta di precisa gerarchia fra l’amata e l’amante, che si dichiara leale, fedele vassallo.
Questo rapporto feudale, così particolare, è stato interpretato da Kohler in chiave sociologica, ritenendo che sono i cavalieri più poveri, privi di vere risorse economiche a creare la necessità del fin amor come disprezzo aristocratico di giovani nobili che non possono accettare il libertinaggio e l’immoralità dei grandi feudatari. L’interpretazione, probabilmente, ha una sua forte motivazione ma dobbiamo osservare che non furono soltanto giovani cavalieri diseredati ad affrontare la poesia, dal momento che Guglielmo I di Aquitania era un grande feudatario e Jaufrè Rudel era un principe. Sul piano storico, possiamo ricordare Guglielmo di Poitiers, forse uno dei più amabili poeti provenzali capace di comporre versi di raffinata e delicata sensibilità. Merita altresì di esser lodato Bertrand Born e, insieme a lui, Arnaldo Daniello, caro anche a Dante.



