La Vita Nova

Silvio Mastrocola
Silvio Mastrocola
Docente di Letteratura italiana a Salerno con R.Montano negli anni 70/80; ordinario alla SM Nunziatella e commissario alla AM di Modena. Dal 1990 ad oggi è prof. a contratto al S. Orsola Benincasa per la Formazione primaria nella cattedra della prof. S. Zoppi. All'attivo numerose pubblicazioni.

La consapevolezza di dover dedicare a Beatrice morta già da qualche anno una lode speciale – nella certezza che essa incarnasse la fede più pura – spinse Dante a ripercorrere sulle tracce delle Confessioni di Sant’Aurelio Agostino, il tempo lieto della giovinezza, in una narrazione in prosa che volle intitolare La vita nuova, cioè la vita lieta della giovinezza. 

Scelse così una narrazione molto simile a quella della classicità greca e latina attraverso un simbolismo rapido ed efficace, che proponesse tutti gli eventi, i momenti più felici, tenendo un preciso conto degli incontri e persino delle date. Conoscendo con grande familiarità il racconto allegorico, Dante usò le figure di due donne presenti nella sua esistenza: la fede e la filosofia. Si convinse, infatti, che la sua vita si era svolta secondo i segni evidenti del miracolo. Il numero 9 era infatti multiplo del numero 3, che rappresenta la Trinità. La fanciulla che egli aveva conosciuto all’età di 9 anni era riapparsa quando il poeta compì i 18; ma, soprattutto, occupava sempre il numero 9 tra le donne più belle di Firenze. La sua autobiografia spirituale si compose allora di presagi divini, di paesaggi simbolici, di eventi soprannaturali.

Era un’allegoria – comunque – completamente diversa da quella usuale nella cultura medievale. Infatti, Dante volle mantenere fedelmente la concretezza nella vita reale, tenendo sempre chiari gli eventi, descrivendo le zone della città e anche le persone: tutto ciò lo fece ricordando pure la morte del padre di Beatrice e, poi, naturalmente, la scomparsa della giovane donna, la quale diventava sempre di più per lui Il segno evidente della fede. L’amore di un’altra donna diventava, pertanto, l’allegoria della sua dispersione culturale, successivamente risolta attraverso l’impegno filosofico. Sul piano teorico, fondamentale appare l’influenza di Guido Guinizelli, in particolare, nella identificazione dell’amore con la nobiltà e nella conquista della donna. Notevole pare all’inizio anche la presenza del grande amico Guido Cavalcanti, che suggerisce a Dante l’altro impegno filosofico, allo scopo di affrontare ed elaborare la tematica dell’amore. 

Bisogna subito dire, tuttavia, che Dante conquistò una posizione nuova e completa all’interno di questo mondo letterario. I suoi maestri vengono facilmente superati attraverso la costruzione di una nuova poetica nella rappresentazione della donna amata, dal momento che le lodi della bellezza e della virtù di lei superano qualsiasi limite. È la prima volta che la natura angelica della donna viene descritta in senso teologico: per la prima volta, poi, probabilmente seguendo il procedimento di Boezio, il poeta trova singolare coincidenza fra le cose umane e quelle divine. Infatti, nel simbolismo medievale era molto diffusa la credenza derivata direttamente dal mondo latino, e soprattutto da Cicerone, che esistesse una corrispondenza diretta e immediata fra il mondo trascendente e il mondo dell’uomo. Secondo questa teoria, il mondo umano assume significato e valore se riesce a cogliere il trascendente attraverso rappresentazioni simboliche. Beatrice, quindi, rappresenta il punto più alto di questa lettura del mondo. La sua morte, di conseguenza, non può distruggere il contratto fra i due mondi, ma piuttosto implica la necessità di ritrovare nuovi modi di comunicazione. La morte di Beatrice mette da parte ogni conoscenza simbolica illuminata e immediata; il lutto deve essere rielaborato e, nel primo anniversario della morte dell’amata, Dante scrive un sonetto dal titolo Era venuta nella mente mia, che ne testimonia la sua assoluta originalità. In effetti, egli volle creare una storia nella quale la produzione poetica era segnata da un commento in prosa che seguisse e, al tempo stesso, chiarisse le idee proposte dalla poesia. Nasceva dunque, nella letteratura italiana, un nuovo modello, chiamato “prosimetro”. Esisteva peraltro un procedimento assai simile anche nelle Vite dei Santi e dei grandi difensori della fede, soprattutto nel modello francescano. Si tratta di narrazioni nelle quali si alternano inni al Signore, lodi dei Santi e, naturalmente, lunghi racconti che illustrano gli eventi sul piano stilistico.

 La Vita nova offre un chiaro esempio, specie nei primi componimenti, di una scelta poetica molto vicina ai modelli più importanti di Guinicelli e Cavalcanti. La prosa, invece, costituisce l’esempio più probante della lunga ricerca dantesca di una espressione che fosse al tempo stesso ricca di concetti, ma di facile interpretazione. 

Mancano comunque delle forme stilistiche particolarmente innovative, poiché il poeta resta palesemente all’interno della tradizione letteraria del suo tempo. Dante cerca di costruire periodi fondati sull’uso appropriato di avverbi e di preposizioni, anticipando la singolare e complessa struttura della sua prosa nel Convivio. Dobbiamo, a questo punto, affermare che Dante costruisce una narrazione della propria vicenda intellettuale, ancor prima che sentimentale, restando del tutto fedele ai passaggi sostanziali della propria esistenza giovanile, che trovano finalmente una linea di sviluppo unica, nella certezza che Beatrice fosse divenuta il miracolo incredibile da mostrarsi alla gente.

Silvio Mastrocola
Silvio Mastrocola
Docente di Letteratura italiana a Salerno con R.Montano negli anni 70/80; ordinario alla SM Nunziatella e commissario alla AM di Modena. Dal 1990 ad oggi è prof. a contratto al S. Orsola Benincasa per la Formazione primaria nella cattedra della prof. S. Zoppi. All'attivo numerose pubblicazioni.
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