Dopo l’Aminta che in effetti è una favola senza impegno morale, una sorta di raffinato esercizio letterario, Tasso cominciò a concepire grandi ambizioni. Si rese conto che era necessario da parte sua giungere alla composizione raffinata e al tempo stesso capace di porlo al livello dei più grandi letterati italiani di ogni tempo. Pensò allora di comporre un libro che avrebbe potuto renderlo celebre nel tempo. È necessario a questo punto chiarire che la scelta della poesia epico non fu il frutto di contraddittorie ispirazioni momentanee. Fu invece il risultato, o meglio il punto di arrivo di un programma ben chiaro.
Già molti anni prima della composizione della Gerusalemme nei suoi Discorsi intorno all’arte poetica aveva definito con certezza gli aspetti fondamentali della poesia epica, così come l’aveva concepita. Si convinse inoltre che la poesia epica poteva ancora essere la grande ispirazione della sua epoca e tenne ben chiaro questo suo progetto mentre ancora si occupava di altre opere . Occorre a questo punto una precisazione critica. Sin dall’inizio continuò a parlare di poesia eroica piuttosto che di poesia epica. Infatti, era convinto che alla base di ogni sua opera avrebbero dovuto esserci come elementi fondamentali l’eroismo personale, l’impresa nobile del Cavaliere e poi ancora i duelli, l’amore, l’ideale, la morte. Inoltre determinante gli sembrò la necessità per la poesia epica di non poter rinunciare al verisimile. Che, come egli stesso afferma, è la condizione propria e intrinseca dell’essenza dell’epos.
Contemporaneamente si convinse che il meraviglioso è un elemento necessario, anche se non può essere mai aggiunto allo schema dell’opera. Deve però rappresentare al meglio un’azione che così possa apparire già da sola, contemporaneamente meravigliosa e verosimile. Più volte appare evidente nella sua opera che la poesia epica o eroica deve contenere al suo interno qualcosa di straordinario, ma al tempo stesso leggendario qualcosa di reale, ma sempre meraviglioso. Su questa strada egli finì per credere che il meraviglioso di cui aveva bisogno, poteva essere la rappresentazione degli anelli fatati e degli scudi incantati dei corsieri volanti, delle navi che diventano ninfe. Insomma, di tutto l’armamentario del mondo gotico. Ritenne a questo punto che fosse sufficiente fare apparire credibili questi eventi.
Alla fine imboccò la strada del fantastico del poco credibile. Si poneva davanti alla sua ricerca un ulteriore problema, quello dell’amore. La lettura ripetuta e coinvolgente dell’Eneide lo aveva spinto a comprendere che il fondamento di quella storia è sicuramente l’amore di Didone per Enea anche se a corollario conclusivo, appare Lavinia. Sapeva bene che pure l’Iliade che certamente non è una storia d’amore, nasce da una contesa per una donna. Inoltre, aveva compreso che l’incontro alle porte Scee di Ettore e Andròmaca era un momento fondamentale di tutto il poema. All’interno dell’Odissea la presenza femminile era stata varia e ricca di spunti diversi. L’episodio di Nausicaa così leggero e al tempo stesso straordinariamente drammatico, insieme alla presenza di Calipso, all’inquietante incontro con Circe, ne avevano fatto il centro di tutto il poema. Il nostro poeta aveva di fronte le storie dei paladini che Boiardo e Ariosto avevano reso presenti nella coscienza popolare.
Nel suo impegno poetico, però, l’amore prendeva la parte più importante. Citò addirittura Platone che nel Fedro afferma che l’amore è il più nobile e il più bello dei sentimenti. A questo punto il suo errore fu quello di mettere da parte la veridicità della storia per scegliere invece la commozione del lettore attraverso vicende quanto mai sentimentali e drammatiche. Su questa strada si trova a insistere sul concetto della varietà.
Gli antichi-egli affermava – avevano messo da parte la varietà espressiva, ma essa era necessaria. Il poeta la poteva ottenere solo variando all’interno del suo poema i temi. Inoltre, affermò che si potevano ottenere contemporaneamente ordinanze ed eserciti, battaglie terrestri e navali, scaramucce, duelli, giostre, descrizioni di fame e di morte. E poi ancora tempeste, incendi, prodigi ed ancora concili celesti sedizione discordia e violenze infernali, opere di crudeltà, ma anche di audacia, di cortesia, avvenimenti di amore felici, infelici, lieti, compassionevoli. D’altra parte avvertiva che la cultura del suo tempo andava in cerca del meraviglioso, del molteplice. Si muoveva infatti verso le nuove avventure del mondo manieristico e barocco. Non dimentichiamo infatti che la battaglia di Lepanto aveva riacceso formidabili entusiasmi di carattere epico, ma anche religioso nel mondo cristiano. All’improvviso erano tornate attuali le storie dei paladini, delle crociate. In esse era ancora possibile intessere vicende d’amore, magia e miracoli, eroismi individuali. All’improvviso gli venne in mente l’idea che avrebbe potuto dare all’Italia un nuovo poema nazionale basato sul trionfo della religione.
Pensò allora di scrivere una sorta di nuova Eneide più ricca, più moderna, più varia e più commovente. Con un comandante che segue la volontà di Dio con molti protagonisti, con molti personaggi vicini alla verità storica. Era necessario peraltro rispettare le unità di tempo e di luogo e di azione, ma al tempo stesso era possibile superare il dettato aristotelico con la varietas degli episodi. Fondamentale a questo punto fu la scelta dell’ottava eroica, di cui ormai era un straordinario interprete Ne venne fuori una creazione travolgente, ricca di ispirazione. Il risultato fu davvero al di là di ogni aspettativa. A nessun poeta, infatti, era mai capitato di poter scrivere una storia così ricca di eventi drammatici con belle vicende, con amori infelici, con situazioni inaspettate, con vicende di alto eroismo, duelli battaglie, donne bellissime, luoghi di straordinaria bellezza, incantesimi, miracoli, atti di pura fede.
Come hanno riconosciuto illustri protagonisti della letteratura del 900 così come l’Ariosto era riuscito a creare una musicalità avvolgente grazie alla singolare capacità di costruire scene antitetiche nel giro di pochi versi, la poesia di Tasso conteneva dentro di sé qualcosa di magico. Poteva rendere quasi inavvertito il cambio di tono e di sensibilità. Va pure rilevato che Tasso a quel tempo aveva appena trent’anni e riusciva a trovare nel suo poema tutto ciò che lo aveva sempre affascinato: il realismo individuale, le scene di massa, la ricchezza, le donne, i paesaggi, la meraviglia, la maniera, i contrasti, le terre lontane, gli amori perduti, l’innocenza e la sensualità. Fondamentale appariva poi il senso religioso: il Papa era il comandante supremo.
Altri eroi bravi, determinati nella difesa della propria religione, che affiancavano il protagonista assoluto Goffredo modello di virtù e di eroismo. La poetica di Sperone Speroni pretendeva modelli di virtù e di eroismo, Ho sempre pensato che la poesia di Tasso rappresenta in qualche modo l’equivalente in letteratura delle tinte delle sfumature, degli straordinari paesaggi che Tiziano e Tintoretto riuscivano a creare nei loro quadri eterni. Sicuramente sul piano poetico l’opera del Tasso era il frutto più maturo e più completo di quell’età del Rinascimento che ormai si avviava lentamente, ma inesorabilmente a sfociare nella nuova cultura dell’eccesso dell’iperbole, dell’assoluto senso di libertà della parola che il barocco prediligeva.
Non a caso si può dire che l’opera doveva essere al centro fra la gravità semplice del tragico e la fiorita vaghezza del lirico ma li doveva superare entrambi nello splendore di quella meravigliosa maestà che è quella propria del mondo della tragedia. Troviamo infatti la musicalità propria del melodramma, le scene delicate e l’idillio e il senso del patetico, la capacità di esprimere le cose più nobili in modo semplice ma vigoroso .
L’epica mancata
Presto sin dai primi anni dall’edizione l’opera del Tasso fu sottoposta ad una feroce revisione critica. Gli studiosi del tempo non accettavano la dizione di poema epico. In verità il poeta cercò di raggiungere, attraverso i suoi personaggi, una descrizione oggettiva ma si lasciò spesso vincere dall’immaginazione, soprattutto dalla volontà di costruire un mondo fatto contemporaneamente di armi, di amore, di dame e di cavalieri, di grandi gesti, di straordinarie avventure, di amori impossibili. Possiamo certamente affermare che si tratta di un mondo che segue in pieno l’immaginazione propria del tardo 500 che il poeta vuole trasferire nei tempi duri e cupi delle crociate. Occorre a questo punto aprirsi ad una forma nuova di interpretazione dell’intero poema.
Alcuni critici anglosassoni già nei primi anni della presenza del libro nella cultura europea affermarono senza mezzi termini che quello di Tasso era un grande romanzo secondo la dizione moderna del termine. Al posto della prosa aveva usato le ottave splendide, rapide e incisive, sempre nuove e affascinanti. Romanzo per gli inglesi, infatti, è una storia nella quale si trovino i filtri d’amore, gli incantesimi, i colpi di scena, gli incontri patetici, gli amori improvvisi, le lacrime, gli abbandoni. Naturalmente, di fronte alle accuse dei suoi più tenaci avversari, Tasso disse che le storie vere delle crociate parlavano di amore, dei paladini, dei matrimoni in Oriente e anche di figli non riconosciuti. Rileggendo il poema però ci rendiamo conto che, pur nella sua coerenza narrativa, non riesce mai a raggiungere il tono tipico della leggenda epica.
Infatti, prevalgono gli elementi romanzeschi, nel senso che le grandi gesta sono sempre all’interno di storie d’amore spesso inestricabili. Tasso dunque non riuscì a rappresentare una vera leggenda eroica alla maniera, per esempio della Chanson de Roland. Pertanto, almeno dal nostro punto di vista, il poeta creò qualcosa che non era mai esistito. Infatti, se analizziamo la storia del romanzo nel suo lungo progredire nel corso dei secoli ci rendiamo subito conto che quello antico era fatto di novelle oppure era un tentativo pedagogico piuttosto limitato. Del resto il romanzo medievale era assolutamente privo di senso della realtà, solo un intreccio di fatti, senza nessuna introspezione psicologica.
Tasso invece fuse gli elementi narrativi e quelli immaginari nella rappresentazione delle vere passioni umane. in qualche modo creò una sorta di romanzo moderno. Per la prima volta, infatti, proprio a cominciare dall’opera del Tasso, il romanzo segue a lungo le vicende dei personaggi, apre luminosi scenari sulla loro psicologia, non si occupa solo di un’impresa, ma cerca una larga e lunga unità di intenti, insomma, tende a rappresentare una realtà complessa come nella realtà storica. Era il primo romanzo moderno. Possiamo dunque dire che egli ha creato un vero romanzo di amore, di guerra, qualcosa che nell’Ottocento divenne del tutto usuale come per esempio nel caso de Il rosso e nero di Stendhal o addirittura di Guerra e pace di Tolstoj.
La drammatica consapevolezza del fallimento
L’intreccio romanzesco ed i colpi di scena nelle storie che il poeta aveva inserito nel suo grande affresco, erano totalmente lontane dallo spirito dell’epica. Con l’orgoglio però del grande scrittore, egli cercò di difendere la propria opera affermando che si trattava di una vera creazione epica, ribadì l’assoluta verisimiglianza dei fatti, citò le fonti e soprattutto si sforzò di dimostrare che la sua poesia non aveva mai valicato i limiti aristotelici della poesia epica.
Dobbiamo però constatare che lo spirito epico era del tutto assente nel poema. Successivamente il poeta affinando il suo senso critico, si accorse di questa mancanza. Contemporaneamente nel 1574, pochi mesi prima di poter ultimare l’opera, una terribile febbre quartana lo colpì e lo debilitò completamente. La mente del poeta fu fortemente deviata da questo morbo, il carattere già di per sé piuttosto debole trasformò in vere e proprie manie di persecuzione tutti gli eventi che gli apparivano contrari.. Non possiamo dunque dimenticare che Torquato era divorato da una grande sete di fama e da un morboso bisogno di amore e naturalmente dalla volontà di essere sempre vicino al potere nella corte.
Finì per commettere ben presto più di un atto violento e conobbe la prigione. Il duca però non intendeva più perdonare le sue manie. Per uscire da questa terribile situazione egli cercò di riabilitarsi offrendosi all’Inquisitore per avere finalmente una completa assoluzione. Il processo fu lungo e alla fine il giudice lo lasciò libero, ricordandogli però di evitare ogni fisima, ogni angoscia, che rendevano impossibile la sua vita sociale. Il poeta però era convinto di aver realizzato un’opera completamente in linea con le esigenze della poesia epica e quindi assolutamente obbediente alle richieste dell’autorità religiosa. Cercò allora un riconoscimento ufficiale. Voleva una dichiarazione accademica che gli permettesse di ottenere finalmente la gloria sperata. Il suo bisogno di lode, però, si scontrò ben presto con i mille cavilli di una lunga schiera di letterati di piccola levatura culturale che cercavano di trovare in ogni verso un motivo di rimprovero o quantomeno di suscitare dubbi sulla sua poesia.
Di fronte a tanta severità critica Il poeta scrisse una Apologia della Gerusalemme, senza però ottenere alcun risultato. Dobbiamo ripetere ancora una volta che la Gerusalemme appariva a tutti un romanzo più che un poema epico. Fu allora che decise di accettare i sospetti, le paure dell’Inquisizione e pensò di riscrivere il proprio poema secondo le tendenze moralistiche oppressive, proprie della sua epoca. Non possiamo dimenticare però che tentare la revisione fu per lui una grande prova di eroismo. Fu anche il segno della volontà di rivincita di un uomo perseguitato dalla sfortuna, roso dalla malattia, ma deciso a non arrendersi.
La Gerusalemme liberata. d’altronde, era stata pubblicata mentre era ancora in carcere. In molti luoghi apparivano errori, mutilazioni inutili. Del resto, dal 1581, data della pubblicazione a Ferrara si giunse così al 1592, quando concluse la revisione scrisse La Gerusalemme conquistata, pubblicata poi nel 1593. Pare utile ricordare ciò che scrisse in una lettera ad un caro amico: “la migliore ragione che io possa addurre nell’ultima apologia della mia vita è la certa cognizione che io ho di me stesso e delle mie cose”.
La Gerusalemme conquistata, una scelta sofferta
Occorre in primo luogo dare il giusto risalto alle condizioni alle quali l’opera fu scritta nella evidente menomazione fisica che lo angustiava, soprattutto nell’età ormai avanzata del poeta. In un certo senso si può ritenere che la correzione fu efficace e quindi più che valida. Il poeta voleva anche arrivare ad un’opera più completa, eliminando tutti i motivi in qualche modo estranei all’epica e soprattutto In frizione con la cultura religiosa che ispirava l’opera. Mise da parte per primo l’episodio di Olindo e Sofronia, che già nell’altra edizione interrompeva l’andamento epico. Sacrificò ancora le scene e le descrizioni che non fossero in linea con l’ideale epico; si lasciò vincere dalla volontà di amplificare, di aggiungere altri passi cercò di abbellire le scene accrescendo la sublimità della parola e la profondità del significato allegorico.
La vera difficoltà era che un poema che era nato con una impostazione totalmente romanzesca potesse diventare una vera e propria epopea. Il poeta, d’altro canto, era convinto di aver scritto il vero poema epico intorno alla crociata e riteneva che l’amore e l’avventura erano parte essenziale di questo tipo di poesia. La ricerca di una aggettivazione più completa e più ricca diventò allora Il suo primo obiettivo. Tasso era sempre diviso fra la volontà di rendere più austera e lineare tutta la struttura epica e il desiderio di dare sempre maggior spazio alla meraviglia ed al fascino. Cominciò allora a sacrificare le scene e le descrizioni non fondamentali per la linea epica.
D’altro lato non poteva rinunciare al bisogno di aggiungere nuovi passi, nuove ottave, sempre alla ricerca di sublimi pensieri, di sensi allegorici di eventi eroici. Fu così che il poeta perse la visione unitaria della sua revisione. I critici usarono le espressioni più complessa e diverse nei confronti del rifacimento. La parte più importante della critica del tempo riteneva che il vero scopo della revisione fosse quello di eliminare tutto ciò che non fosse in linea con il moralismo eccessivo della Controriforma. Vennero così mutilati gran parte degli episodi e delle vicende sentimentali, degli idilli che erano stati il traguardo assoluto della poesia della Liberata. Il poeta si era lasciato vincere dalle considerazioni esterne; cercò di abbellire, di rendere sublimi i significati allegorici. Il risultato però non fu dei migliori.
Comprendiamo bene che sarebbe stato impossibile che un poema nato con una forte impostazione romanzesca, diventasse rapidamente un’epopea leggendaria. Tasso del resto era convinto di aver scritto un poema epico sulla crociata e riteneva che l’amore l’avventura e la gloria erano la naturale essenza di una poesia di tal genere. Purtroppo il suo rifacimento si fermò sui particolari e soprattutto non riuscì a mantenere un’unica linea espressiva. Se seguissimo con precisione tutta l’evoluzione, o meglio tutto il procedimento attraverso il quale il poeta revisionò o meglio riscrisse le sue ottave, probabilmente finiremmo per scrivere, come diceva Manzoni, un altro poema. Non mancano motivi e linguaggi danteschi in più parti. Ad esempio, quando l’eremita parla della discendenza di Rinaldo si avverte forte l’aura dantesca che circonda e accompagna quell’episodio. Quando Argante incontra sua moglie non possiamo non pensare ad Ettore ed Andromaca davanti alle porte Scee.
Purtroppo lo sforzo di liberarsi degli elementi epici non riuscì assolutamente. Sarebbe stata necessaria un’opera completa di rifacimento. Il poeta però non aveva più né le forze fisiche né quelle poetiche per tentare una simile impresa. Sicuramente l’opera non fu né migliore né peggiore di quella precedente. I dettagli sono però spesso diversi ed anche numerose sono le aggiunte. Resta molto difficile stabilire se il poema vale solo nella prima versione e perciò la revisione sia stata un vero fallimento. Probabilmente le vicende ultime della sua vita ci possono aiutare. Sappiamo che il dramma della revisione lo tenne impegnato per molti anni, dopo l’uscita dalla prigione di Sant’Anna. Tasso era però convinto che la Gerusalemme conquistata doveva diventare la vera sua opera epica prendendo il posto della prima redazione del poema.
I dotti gli uomini di cultura del tempo non accettarono il rifacimento, affermando che il lavoro era stato del tutto inutile Fu a quel punto che il poeta cercò una nuova strada per conquistare la critica e finalmente il successo. Volle portare a termine la tragedia che aveva già iniziato al tempo della Gerusalemme liberata. Tornò così ad occuparsi di teatro con un impegno molto più severo rispetto al tempo della Aminta. La tragedia completamente legata al sistema aristotelico poteva finalmente aprigli la strada del favore dei letterati del suo tempo. La presenza autorevole di Sperone Speroni costituiva ancora un ostacolo Insormontabile.
Nel frattempo l’Europa si era mossa verso nuove grandi conquiste culturali. La Spagna con il Don Chisciotte affrontava per la prima volta tematiche assolutamente realistiche presenti nella coscienza popolare. Allo stesso tempo nell’Inghilterra si levava alta l’intelligenza innovativa e moderna di Guglielmo Shakespeare che rivoluzionava completamente il mondo della tragedia e dava al teatro una dimensione totale di realismo di superiore livello. Si può dire che con Tasso la grande stagione del Rinascimento entra nella sua parte finale e tende definitivamente a perdere contatto con Il mondo nuovo che le grandi nazioni europee avevano ormai costruito. Da quel momento l’influenza italiana sulla cultura europea diventa marginale.



