La poesia del nuovo pensiero filosofico: lo Stil novo

Silvio Mastrocola
Silvio Mastrocola
Docente di Letteratura italiana a Salerno con R.Montano negli anni 70/80; ordinario alla SM Nunziatella e commissario alla AM di Modena. Dal 1990 ad oggi è prof. a contratto al S. Orsola Benincasa per la Formazione primaria nella cattedra della prof. S. Zoppi. All'attivo numerose pubblicazioni.

La diffusione della riscoperta di Aristotele trovò In primo luogo a Bologna, grazie agli studiosi della libera università, e solo successivamente a Firenze, largo sviluppo, fino a costituire la più importante scuola poetica nella penisola italiana, dopo la lirica siculo-toscana. Chi diede definitivo impulso ad una nuova formula poetica, nella quale per la prima volta venivano espresse nuove considerazioni sull’amore, frutto dell’assimilazione degli scritti di Avicenna, e di gran parte dell’aristotelismo arabo, fu Guido Guinizelli: magistrato a Bologna e – probabilmente – anche Maestro nell’Università. Egli seppe elaborare forme espressive e concetti filosofici destinati a diventare fondamentali per le generazioni successive di giovani poeti, soprattutto in Toscana.

Determinante fu la sua accettazione dell’idea che la bellezza è da Dio diffusa fra le creature attraverso gradi diversi che permettono all’uomo di superare la sfera umana e di cercare il ritorno verso il Creatore. Infatti, la sua poesia più rilevante, che può essere definita anche il manifesto più chiaro della nuova poesia  denominata, successivamente, da Dante e De Sanctis Dolce stil novo, ha come titolo Al cor gentil rempaira sempre amore.  In essa, pertanto, possiamo trovare equilibrati In giusta misura i segni della nuova cultura comunale, accanto alla completa accettazione delle concezioni neo-aristoteliche. Per la prima volta Il tema dell’amore (che, sostanzialmente, nella poesia toscana di tanti rimatori  era rimasto fermo all’idea dell’omaggio feudale che genera nobiltà e gentilezza), viene completamente rinnovato alla luce delle razionali spiegazioni della nuova filosofia. 

Così come, infatti, gli influssi benéfici del principio primo, cioè Dio, si cala nelle intelligenze motrici celesti, cioè gli angeli e giunge fino all’uomo, alla stessa maniera la donna si pone di fronte all’uomo. Questi  non è più nobile per origine e fama familiare, ma è dotato delle migliori qualità che un cittadino può avere. La donna così può sceglierlo  rendendolo partecipe del proprio talento. In tal modo, l’uomo stesso sarà disposto alla totale ubbidienza,nella  fedeltà. Per la prima volta, dunque, veniva esclusa la concezione feudale della nobiltà d’animo collegata all’origine. Compare così un nuovo concetto fondante, ovvero il valore cittadino e la capacità di essere utile agli altri. 

Naturalmente, il discorso di Guinizelli raramente è stato spiegato nella sua vera dimensione filosofica ed è rimasto, piuttosto, come il manifesto delle nuove rime d’amore dolci e leggiadre. Sicuramente i suoi versi sono assolutamente più moderni e, per così dire, levigati, in particolare rispetto ai temi siciliani o all’esaltazioni provenzale. Alla base della nuova poesia si poneva nel poeta la consapevolezza di poter rivelare, attraverso le sue parole, un messaggio nuovo, fortemente moderno e razionale.

Terribile fu la reazione dei poeti della vecchia scuola, animata ancora da Guido Orlandi e,  soprattutto, da Bonagiunta degli Orbicciani. Questi ultimi, in risposta alle nuove scelte poetiche, usarono una critica violenta, affermando che era stata completamente messa da parte la gentilezza dei piacevoli detti d’amore, sostituiti da un modo di parlare e di esprimersi piuttosto oscuro, poco convincente. Alla fine di un suo sonetto, infatti, Bonagiunta sostenne che l’opera di Guinizzelli era ritenuta una grande novità, pur provenendo dal centro culturale più importante di Bologna: in quest’ottica, la poesia guinizelliana altro non era che un tentativo di affidare alla forza della scrittura tutto il nuovo orizzonte filosofico aperto delle traduzioni arabo-giudaiche di Aristotele. 

Del resto, soltanto dopo pochi anni Dante cercò di chiarire l’equivoco in cui era caduto Bonagiunta. Insieme agli altri poeti della vecchia scuola. In una delle cornici del Purgatorio, il poeta incontra proprio Bonagiunta, che gli chiede come abbia saputo inventare le nuove rime della ben nota  canzone Donne che avete intelletto d’amore. Nel dialogo del XXIV canto Dante evita di porsi come caposcuola e cerca di far comprendere che la nuova poesia aveva voluto trovare accenti naturalistici precisi della fenomenologia dell’amore, che poi erano stati descritti In forma chiara e molto realistica. E’ qui che Bonagiunta ammette i suoi limiti e, soprattutto, confessa di non essere riuscito a comprendere la grande novità espressiva della nuova maniera di poetare, accomunando alla propria incapacità critica anche Il più importante dei poeti siciliani, qual era Jacopo il Notaro.

Silvio Mastrocola
Silvio Mastrocola
Docente di Letteratura italiana a Salerno con R.Montano negli anni 70/80; ordinario alla SM Nunziatella e commissario alla AM di Modena. Dal 1990 ad oggi è prof. a contratto al S. Orsola Benincasa per la Formazione primaria nella cattedra della prof. S. Zoppi. All'attivo numerose pubblicazioni.
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