La città di Sorrento ospiterà il 7 e l’8 novembre prossimi un convegno in occasione della 430° anniversario del suo illustre cittadino, il poeta Torquato Tasso. In preparazione a questo momento si è tenuta una tavola rotonda il 25 aprile scorso, durante la quale ho presentato alcune considerazioni sulla geografia e l’umanità del suo grande poema. Infatti, l’opera di Torquato Tasso in generale, e in particolare la Gerusalemme Liberata, e senza dubbio la Conquistata, richiama una rete fittissima di rapporti letterari, che vanno dai classici latini ai palesi echi danteschi e petrarcheschi, nonché notevoli riferimenti filosofici. Non sono da meno, però, anche i rimandi biblici, liturgici, patristici e, in senso più lato, teologici. Gli studi tassiani hanno abbondantemente posto in risalto tali influssi, rilevando l’originalità di quest’autore, dal vissuto molto travagliato. D’altronde, non è stata soltanto la sua esistenza, ma anche la sua epoca a essere difficile. Infatti, la domenica del 7 ottobre 1571, secondo il calendario giuliano[1], nelle acque antistanti la città di Lepanto, nome medievale dell’attuale Naupatto (dal greco ναῦς, “nave”, e πήγνυμι, “costruisco”), situata sulla costa settentrionale dello stretto che separa il Golfo di Corinto da quello di Patrasso, si combatté l’omonoma battaglia navale vittoriosa per la flotta della Lega Santa, promossa dal papa Pio V con grande sforzo diplomatico. In quel periodo dell’anno Torquato Tasso, nato a Sorrento l’11 marzo del 1544, grazie all’intervento di Lucrezia d’Este, era stato inserito nella cerchia di familiari che accompagnava il duca Alfonso, fratello di costei, ai fanghi di Sant’Elena nel Padovano, in attesa di essere inquadrato stabilmente nelle attività di corte [2].
Il XVI secolo è stato un periodo intenso sotto il profilo del confronto tra l’Europa, spesso non compatta perché divisa da interessi economici e politici dei singoli stati, e l’arrembante e unitaria aggressività turco-ottomana. La minaccia ottomana era diventata più concreta fin dal 29 maggio 1453, quando l’esercito guidato dal sultano Maometto II aveva conquistato Costantinopoli; poi le guerre turco-veneziane si susseguirono cominciando dal 1463 per ben 255 anni (fino al 1718); inoltre, nel 1529 Solimano il Magnifico aveva guidato l’assedio di Vienna, che non ebbe successo; senza esito positivo fu per i turchi anche la battaglia di Vienna del 1683.
Ai tempi di Torquato Tasso la Palestina era ormai saldamente in mano all’impero ottomano. Selim I aveva sconfitto il sultanato dei Mamelucchi della dinastia Burjī nel 1517 e annesso i suoi territori, comprendenti l’Egitto, la Siria, la Palestina e l’Arabia. Figlio di Selim I fu il già citato Solimano (Suleyman), detto in Occidente il Magnifico e in Turchia il Kanuni, ossia il Legislatore[3]. Egli promosse vari programmi edilizi anche a Gerusalemme, dove fece restaurare la Cupola della Roccia e, negli anni tra il 1537 e il 1541, costruire le attuali mura della Città vecchia, che però, a differenza delle mura bizantine, non racchiudono la città di Davide, ma includono comunque importanti monumenti come il Monte del Tempio, la Cupola della Roccia, la Moschea di Al-Aqsa e la Basilica del Santo Sepolcro[4]. Testimonianza della situazione di quei tempi ci è stata lasciata da uno degli ultimi pellegrini: si tratta di un resoconto del viaggio in Terra Santa compiuto da Bernhard von Breidenbach. Costui partì da Oppenheim nell’aprile del 1483, s’imbarcò a Venezia dove fece ritorno nel gennaio del 1484; scrisse la Peregrinatio in terram sanctam tra il 1484 e il 1486. Notevole è il frontespizio di quest’opera, pubblicata a Magonza da Erhard Reuwich l’11 febbraio 1486, sul quale è ritratta, molto ben riconoscibile, la facciata del Santo Sepolcro e degli edifici adiacenti come appare ancora oggi.
È probabile, a parere di alcuni studiosi, che il quindicenne Torquato abbia iniziato a comporre un poema sulla Prima Crociata durante il periodo veneziano (1559-1560), mentre contribuiva alla correzione del poema cavalleresco Amadigi di suo padre Bernardo, pubblicato nella città lagunare nel 1560. Tale composizione giovanile è il Gierusalemme[5], un poema di tenore epico eppur anche storico, binari sui quali si muoverà ancora in seguito il promettente poeta, il quale non lo portò a termine avendo scritto solo 116 ottave. Ben poca cosa rispetto alla Gerusalemme Liberata, invece, che consta di 1917 ottave, divise in 20 canti di diseguale lunghezza [6].
Com’è noto, l’argomento del poema di Tasso è collocato cronologicamente al tempo della Prima Crociata, svoltasi tra il 1096 e il 1099. La Palestina era stata conquistata dai Turchi Selgiuchidi una ventina d’anni prima, ma i Fatimidi dell’Egitto avevano ripreso il controllo di Gerusalemme nel 1098. Questo passaggio durò molto poco, perché la città cadde nelle mani dei Crociati il 15 luglio 1099.
Si può concludere, quindi, che insieme al Concilio di Trento (545-1563) e alla cosiddetta Controriforma, che tanta influenza ebbero su Torquato Tasso[7], il tempo in cui visse è stato senza dubbio contrassegnato anche dal confronto politico e bellico con la potenza ottomana e dalle continue scorribande dei pirati saraceni; dal punto di vista biografico notevole impressione produsse su di lui la scorreria di pirati turchi a Sorrento del 1558, da cui si salvò “miracolosamente” la sorella. La scelta del tema del poema pare denunciare, pertanto, un clima quasi da “scontro di civiltà”: da una parte quella europea e cristiana, dall’altra quella orientale e prevalentemente mussulmana.
1. La Terra santa nel poema: censimento e significato dei luoghi
Il primo aspetto su cui attiro l’attenzione è quello dei luoghi geografici della Palestina[8] citati nella Gerusalemme Liberata e sul loro significato simbolico, su cui non mancano studi[9]; spero che si possa aggiungere qualcos’altro nel Convegno. Per prima cosa, censendo tali luoghi, ricordo che il poeta ha citato la Giudea, regione in cui è situata Gerusalemme, almeno nove volte[10]. Essa costituisce l’ampio contesto geografico nel quale si trova la città di Gerusalemme, o Gierusalemme, che rappresenta, com’è noto, il vero centro dell’azione epica e dei valori sui quali il poema si basa[11]. Essa è detta “città santa” in I, 8,6: «vide [Dio] Goffredo che scacciar desia / de la santa città gli empi pagani»[12]; talvolta anche “città”: «Osano a pena d’inalzar la vista / vèr la città, di Cristo albergo eletto, / dove morì, dove sepolto fue, / dove poi rivestì le membra sue» (III, 5,5-8), versi nei quali riecheggiano le parole del Credo niceno-costantinopolitano. Secondo una felice intuizione di alcuni critici, Gerusalemme in mano ai pagani è da considerarsi, nel pensiero di Tasso, civitas diaboli, quindi profanata nella sua natura di civitas Dei[13]. Evidente è il riferimento ad Agostino e al suo opus magnum, il De civitate Dei. Urge, allora, la sua conquista da parte dei crociati per riportarla nel suo alveo sacro di culla del cristianesimo e liberare i cristiani che ancora vi abitano sotto il giogo islamico. Funzionali a questa visione sono gli altri vari luoghi importanti di tale città nominati:
– il colle di Sion, frequentemente e tradizionalmente metonìmia per indicare Gerusalemme nel suo complesso: «Ma fu de’ pensier nostri ultimo segno / espugnar di Siòn le nobil mura, / e sottrarre ai cristiani al giogo indegno / di servitù così spiacente e dura» (I, 23,1-4)[14];
– il Sepolcro di Cristo, detto anche tomba di Cristo[15], il luogo sacro per antonomasia, da liberare prima possibile dalle mani degli infedeli come dichiara l’incipit del poema, eco di quello dell’Eneide: «Canto l’arme pietose e ’l capitano / che ’l gran Sepolcro liberò di Cristo» (I, 1,1-2);
– il monte Oliveto, cioè degli Ulivi, teatro di importanti momenti della vita del Cristo, come di solenni atti di culto: «Così cantando, il popolo devoto / con larghi giri si dispiega e stende, / e drizza a l’Oliveto il lento moto, / monte che da l’olive il nome prende, / monte per sacra fama al mondo noto, / ch’oriental contra le mura ascende, / e sol da quelle il parte e ne ’l discosta / la cupa Giosafà ch’in mezzo è posta»[16];
– Giosafà (valle di Giosafat): XI, 10,8;
– la foresta (bosco, selva) di Saron[17], situata dal poeta a poca distanza da Gerusalemme.
Il valore simbolico di tali luoghi è indiscutibilmente evidente, perché vi si riflettono concezioni opposte, come il combattimento tra il bene e il male, il caos e l’ordine[18]. Gerusalemme, città che rappresenta ancora oggi la meta di frequentati pellegrinaggi terreni effettuati dai credenti delle tre religioni che rivendicano uno speciale legame con essa, è diventata figura dell’approdo definitivo da realizzarsi nel tempo escatologico perché sarà sostituita da quella celeste; anche nel poema tassesco è simbolo di salvezza e di conquista spirituale[19].
Altri luoghi della Palestina vengono citati: Betelem: III, 57,8; Emaùs: II, 55,8; II, 56,1; Giordano: III, 57,2; VII, 3,7; XIII, 67,6; Samaria: III, 57,6; Betel: III, 57,5[20]; Sodoma: XVIII, 48,2; il Monte Seir: I, 77,1; Raffia (Refah): XV, 15,1; Rinocera (el-Arish): XV, 15,4; Gaza: I, 67,3; VIII, 51,3; X, 4,8; XIV, 50,7; XV, 3.4; XVI, 75,8; XVII, 1,1; XIX, 99,8; Ascalona: XIV, 32,3; XV, 10,1; XIX, 57,5; Carmelo: XIV, 43,3; Tortosa, corrispondente a Tartus, è un porto della costa meridionale della Siria, importante anche per i crociati, che però viene sostituito da Tasso nella Gerusalemme conquistata con Cesarea Marittima, che si trova a sud del monte Carmelo e, quindi, in Israele.
2. Il mussulmano nella Gerusalemme Liberata
Abdulhafeth Ali Khrisat, stimato professore di Letteratura inglese in Arabia Saudita, ha scritto qualche anno fa un articolo in cui tratta dell’immagine dei mussulmani nella Gerusalemme Liberata[21]. Egli si pone un paio di domande: come presenta Tasso i personaggi cristiani in quanto opposti a quelli mussulmani? Quali effetti ha prodotto la presentazione dei mussulmani che Tasso ha effettuato nella sua opera?
L’autore sostiene che Tasso, sulla scorta della cultura del suo tempo in Europa, fortemente ostile all’islam, offra un’immagine negativa dei personaggi mussulmani nel suo poema. Egli ricorda, per esempio, che già Dante colloca Maometto nella IX bolgia dell’VIII cerchio dell’Inferno, tra i seminatori di discordia: siamo nel Canto XXVIII, versi 22-63. D’altronde, molta letteratura cavalleresca, dalla Chanson de Roland all’Orlando furioso di Ariosto, ha sempre visto nel mussulmano il nemico per eccellenza, il “saraceno” come ladro (dall’arabo saraq, “rubare”). Nondimeno la teologia cristiana, in chiave apologetica, non aveva alcuno spirito improntato al dialogo. Pertanto, i personaggi islamici vengono giudicati malvagi, idolatri, oppressori; essi sono “infedeli” e addirittura subumani: come potrebbero essere definiti diversamente il mago Ismeno o Argante? Tra l’altro, le tre principali protagoniste donne sono mussulmane e coinvolte amorosamente con cavalieri cristiani: Clorinda, battezzata da Tancredi stesso in XII, 68[22]; Erminia, innamorata da Tancredi, che a sua volta ama Clorinda; Armida, la maga, che s’invaghisce di Rinaldo. Clorinda ed Erminia, tuttavia, benché a titolo diverso, sono riscattate: la prima, perché in punto di morte, dopo aver ignorato per colpa di Arsete le sue vere origini, che erano cristiane, realizza il desiderio di sua madre e si fa battezzare[23]; la seconda per il suo amore struggente per Tancredi, mai a lui svelato. Resta Armida, nella sua ambiguità a servizio del male con le arti magiche, in palese opposizione con la cristiana Sofronia, in cui si ravvisano tratti della Madonna[24].
In definitiva, per Khrisat Tasso è partecipe e perfino amplificatore degli stereotipi che ancora oggi prevalgono in Occidente, per i quali il mussulmano è il violento, il terrorista, comunque associabile al negativo e di cui aver paura. È un giudizio ingeneroso, perché non tiene conto del contesto storico richiamato all’inizio di quest’articolo. Si prospettano, però, delle eccezioni proprio nel contesto femminile e, se si scava, anche nel confronto tra Goffredo di Buglione e Solimano: quest’ultimo non viene completamente “salvato”, ma Tasso lo considera comunque per non pochi aspetti simile al primo, che è un modello di fede, essendo entrambi accomunati da un compito simile. Un esame approfondito rileva che «Tasso attribuisce a Solimano molti tratti del capitano perfetto, che egli condivide con Buglione: magnanimità, prudenza, eloquenza, ferocia − quella di Goffredo più misurata di quella belluina di Solimano – e ratio; anzi, il turco pare andare oltre il modello di Goffredo in alcuni passi del poema per quanto riguarda l’accortezza e l’empatia umana. Con Solimano Tasso dà forma e lascia spazio, nel complesso della Liberata, a un perfetto principe saraceno parallelo a quello cristiano, esemplificato da Goffredo, e addirittura a lui superiore per complessità»[25].
Tasso è stato paragonato anche al suo contemporaneo portoghese Luìs Vaz de Camões, autore del poema epico I Lusiadi, nell’ambito della polemica circa «la superiorità della scrittura del vero sulla scrittura mitologica e fantastica dell’Odissea e dell’Eneide»[26]. L’italiano ha dato al suo poema, come sappiamo, un tenore storico; come il lusitano, poi, Tasso ha parlato dell’Oriente, di cui pur subisce il fascino, nonostante il suo sguardo poco conciliante con quanto non è cristiano. Certamente egli si mostra più radicale nel vedere il male nel nemico islamico rispetto a Camões. In entrambi, però, non manca il senso della curiosità per il “nuovo”, benché letto secondo i parametri culturali e religiosi europei.
3. Conclusioni
Per finire, credo che la visione del diverso, del nemico islamico nell’opera tassiana sia alquanto più complessa di quanto ritenga Khrisat. Fatto la debita precisazione sul contesto storico, culturale e religioso che conosciamo, il poeta nato a Sorrento non sembra totalmente cieco di fronte alle qualità altrui, come nel caso di Solimano e nell’attribuire sentimenti di umanità e giustizia a Clorinda che difende Sofronia e Olindo accusatisi per salvare dall’ira di re Aladino i loro correligionari (II, 14-53).
Un altro spunto da sviluppare proviene, inoltre, dalla riflessione sulla mentalità di Tasso e del suo periodo. Si potrebbe sostenere che in fondo il Medioevo non sia ancora del tutto scomparso, perché nel poema ci si affida ancora alla tripartizione della società con un ordine gerarchico preciso: la guida religiosa (Pietro l’Eremita), la guida militare (Goffredo) e gli artefici, coloro che devono essere governati (Tancredi e Rinaldo)[27]. Per la vittoria di Lepanto è stata necessaria la guida religiosa di Pio V, la guida militare dei vari comandanti, in primis di don Giovanni d’Austria e, infine, delle migliaia di soldati che hanno sbarrato il passo alla potenza ottomana.
[1] Com’è noto, il calendario giuliano fu elaborato dall’astronomo greco Sosigene di Alessandria e promulgato da Giulio Cesare, da cui prese il nome, in qualità di pontefice massimo, nel 46 a.C.; rimase in vigore dal 45 a.C. fino alla sua sostituzione con il calendario gregoriano, secondo le disposizioni date da papa Gregorio XIII con la bolla Inter gravissimas del 24 febbraio 1582. Per il calendario gregoriano la battaglia si sarebbe svolta non il 7 ottobre, bensì il 17 ottobre.
[2] Cf. C. Gigante, Tasso, Salerno Editrice, Roma 2007, 25.
[3] Costui nacque a Trebisonda il 6 novembre del 1494 e morì a Szigetvár, in Ungheria, il 6 agosto 1566, molto probabilmente per un ictus durante una battaglia contro l’esercito croato. Era succeduto al padre il 30 settembre 1520.
[4] Cf. V. Lemire e altri, Jerusalem: History of a Global City, University of California Press, Oakland 2022, 165-178; Z.I. Al-Sinwar, Jerusalem in the Ottoman Rule (1516-1917 AD), in International Journal of Humanities Social Sciences and Education 6 (2019) 1, 43-51.
[5] Varie sono le proposte sulla datazione di stesura di quest’opera. Cf. la sintesi in Gigante, Tasso, 52.
[6] Cito l’edizione di F. Tomasi (a cura di), Torquato Tasso. Gerusalemme Liberata, Rizzoli, Milano 142024.
[7] Cf. ad esempio G. Scavizzi, Gerusalemme Liberata e Controriforma, in Quaderni d’Italianistica 9 (1988) 2, 199-227.
[8] Cf. I, 23,5; II, 54,4; V, 88,8; IX, 5,8.
[9] Cf. D. Marredda, Luce e ombra in Tasso: alterità geografica e simbologia del paesaggio, in B. Alfonzetti – G. Baldassarri – F. Tomasi (a cura di), I cantieri dell’italianistica. Ricerca, didattica e organizzazione agli inizi del XXI secolo. Atti del XVII congresso dell’ADI – Associazione degli Italianisti (Roma Sapienza, 18-21 settembre 2013), Adi editore, Roma, 2014, in http://italianisti.it/Atti-di-Congresso?pg=cms&ext=p&cms_codsec=14&cms_codcms581 [consultato il 22/04/2025].
[10] Cf. II, 65,3; II, 87,5; IV, 13,5; VII, 100,6; IX, 7,2; X, 58,5; XVII, 1,1; XVIII, 51,7; XIX, 10,2.
[11] Cf. le citazioni esplicite in I, 12,4; III, 3,5-6.8; VI, 59,1; VI, 60,8; IX, 14,5.
[12] Il nome Goffredo è germanico ed è composto dalle parole Got, Dio, e fridu, “pace”. Quanto al nome “città santa”, ricordo che Gerusalemme è stata chiamata per diversi secoli dagli arabi Ilya, dal latino Aelia, imposto dall’imperatore Adriano dopo la Guerra giudaica del 132-135; poi il Saladino (1138-1193) impose a denominazione di Al-Quds, abbreviazione di Madinat bayt al-Maqdis (“città della casa del Tempio”), derivante a sua volta dall’ebraico Beit ha-Miqdash.
[13] Cf. per i rimandi Marredda, Luce e ombra in Tasso: alterità geografica e simbologia del paesaggio, 3.
[14] Cf. I, 23,2; I, 81,8; I, 84,5; IX, 64,2; X, 28,6; XIII, 1,7; XIII, 51,8; XVIII, 92,6; XVIII, 100,7.
[15] Cf. per il sepolcro di Cristo I, 1,2; I, 87,7; VII, 74,5-6; XX, 144,7-8; per tomba: I, 23,8.
[16] Cf. XI, 10,3; XVIII, 12,5.
[17] Cf. III, 56,7-8; III, 74-76; XIII, 1,6; XIII, 5,2; XVIII, 17,3.8; XVIII, 40,6. In realtà, Saron è il nome della pianura costiera che si estende tra il monte Carmelo e Tel Aviv, lunga circa una novantina di chilometri e profonda tra i dieci e i quindici chilometri. Tuttavia, a quanto sembra esisteva una foresta nei dintorni di Gerusalemme.
[18] Cf. N. Bianchi, Presenze dantesche nella «Liberata»: la selva di Saron, in Studi Tassiani (1999) 29-44.
[19] Riferimento del poeta per la descrizione della città è Guglielmo, arcivescovo di Tiro (1130 circa -1186), autore della Historia rerum in partibus transmarinis gestarum. Cf. per esempio A.R. Aquino, «Est autem civitas et minor maximis et mediocribus maior». La Gerusalemme di Guglielmo di Tiro: descrizione fisica, geografia sacra e prospettiva storica, in Eurostudium 2 (2022) 18-33.
[20] A p. 214 di Tomasi, Torquato Tasso. Gerusalemme Liberata, si dice a proposito di «ch’alzò l’altare / al bue de l’oro» che il riferimento è a Es 32,1-6. È vero che in questo testo si trova il racconto dell’episodio del vitello d’oro, ma esso è ambientato nel deserto durante l’esodo, mentre Tasso si riferisce al vitello fatto costruire da Geroboamo e collocato a Betel, di cui si parla in 1Re 12,28-30, allo scopo di impedire ai suoi sudditi i pellegrinaggi a Gerusalemme.
[21] Cf. A.A. Khrisat, The Image of Muslims in Torquato Tasso’s Le Gerusalemme liberata, in Asiatic 15 (2021) 2, 66-79.
[22] «Non morì già, ché sue virtuti accolse / tutte in quel punto e in guardia al cor le mise, / e premendo il suo affanno a dar si volse / vita con l’acqua a chi co ’l ferro uccise. / Mentre egli il suon de’ sacri detti sciolse, / colei di gioia trasmutossi, e rise; / e in atto di morir lieto e vivace, /dir parea: S’apre il cielo; io vado in pace». A Clorinda Tancredi riserva poi un onore particolare: cf. G. Gorni, Armi «in forma di trofeo» sul sepolcro di Clorinda (Gerusalemme Liberata XII 94-95), in Italique [Online], IV (2001) 104-121.
[23] Cf. L. Carpanè, «E ’l vero a te celai». Arsete, Clorinda ovvero la negazione delle origini, in Studi Tassiani 68 (2020) 157-213.
[24] Cf. E. Curti, Armida disvelata. L’immagine del velo nella Gerusalemme Liberata, in Italianistica 10 (2019) 33-46.
[25] L. Verbaere, Solimano, l’arte pagana del comando nella Gerusalemme liberata di Torquato Tasso e la Historia belli sacri di Guglielmo di Tiro, in www.rivista-incontri.nl 34, (2019) 2, pp. 21-36, qui 35.
[26] Cf. A. Cerbo, Camões e Tasso: l’Oriente nel poema eroico, in Between 1 (2011) 2 (http://www.Between-journal.it/).
[27] Cf. F. Giunta, L’ideologia tripartita nella Gerusalemme liberata di Tasso, in RILUNE (Revue des littératures européennes), n° 17 (2023), pp. 1-18 (version en ligne, www.rilune.org).



