Honorè de Balzac, grande romanziere francese che si autodefiniva “veterinario in medicina sociale”, affermò più volte che l’unico autore antico capace di descrivere una storia dei costumi di un’intera civiltà e soprattutto in grado di aprire una fondamentale finestra sulla società del suo tempo, costruendo un quadro realistico e sincero di ciò che gli uomini di una determinata epoca pensano fanno e dicono non nel chiuso delle scuole di retorica o nelle aule del tribunale ma nelle strade nelle case nelle sale da pranzo e nel vestibolo di attesa dei grandi patroni è stato nel mondo imperiale romano Petronio Arbitro.
Il misterioso scrittore latino ha quindi saputo per primo penetrare il tessuto più fitto delle relazioni sociali ed umane nella prima età imperiale. Il suo romanzo rivela la straordinaria capacità di indagare accuratamente la vita di Roma senza lasciarsi coinvolgere in eccessive lodi o in inutili critiche a priori. Con la lucida consapevolezza dell’intellettuale intelligente e distaccato Petronio riuscì a delineare con forti tinte la avvenuta trasformazione della società romana. Roma nei decenni centrali del primo secolo d.C. era non solo il motore di tutto il mondo occidentale ma offriva anche un nuovo modello di organizzazione sociale e politica nella quale veniva sempre più decadendo l’autorità e la forza della nobiltà al cui posto si andava insediando, conquistando i centri di potere più rilevanti, la classe dei liberti,gli ex- schiavi affrancati che possedevano immensi territori agrari ma soprattutto disponevano di recentissime somme di denaro e che controllavano di persona il ricchissimo mercato dell’usura, allora più che mai florido.
I liberti erano divenuti i veri padroni della vita economica romana, disponevano di dimore meravigliose e soprattutto chiamavano intorno a loro i personaggi più influenti della vita culturale e artistica del tempo. Naturalmente essendo privi di una vera preparazione di base mostravano un ridicolo senso estetico e soprattutto concepivano idee abbastanza risibili dell’arte della letteratura e della architettura.
Petronio che fu invece un letterato fine disincantato avvertiva una certa nostalgia per l’eleganza e la classe delle belle maniere repubblicane, ormai improponibili nel frenetico mondo della Roma imperiale. Lo scrittore avverte così drammaticamente la crisi del suo tempo che da un lato offriva sconfinate possibilità di arricchimento a chi lo voleva e dall’altro lato vedeva l’eloquenza corrotta, le arti languenti e soprattutto inutile e vuoto un sistema educativo, che allontanava i giovani dalla realtà e dai suoi veri problemi. Le sue pagine scritte molti secoli fa sembrano addirittura recenti e rendono il suo romanzo un esempio dinamico di una mutazione effettiva rapida e inarrestabile che è comune a tutte le società di ogni tempo e di ogni nazione, se si sanno cogliere singolari ma eterni parametri umani.
La società, gli uomini, lo Stato ai tempi di Petronio
Per comprendere in qualche modo la vita politica e sociale di Roma nei primi decenni del primo secolo d.C. occorre tener presente che la trasformazione più completa era stata effettuata in maniera abbastanza morbida ma efficace proprio da Augusto. L’imperatore, infatti, aveva costruito un modello di Stato profondamente simile nella sostanza alle monarchie orientali, pur conservando apparentemente alcune delle forme politiche proprie dell’età imperiale. In effetti con abile mossa il Cesare aveva eliminato qualsiasi forma di contestazione nel momento in cui si era autonominato tribuno della plebe. Non dimentichiamo altresì che nella costituzione romana il principe era anche il capo riconosciuto della religione quale Pontefice Massimo.
Di fronte alla potenza assoluta di Augusto la classe senatoria aveva smarrito la propria dignità e la propria autonomia e si era lasciata andare ad una sottomissione quasi totale. La lotta politica quindi era inesistente e al posto delle pulsioni repubblicane avanzavano il lusso, la ricchezza sfrenata, la dissolutezza dei costumi. Gli animi dei cittadini erano ormai intorpiditi e infiacchiti. Ma la vera trasformazione sociale era avvenuta sul piano economico; la forza nuova dell’economia romana era tutta concentrata nelle mani dei liberti. Non si può assolutamente comprendere la vita di Roma se non si tiene conto di questo fondamentale snodo socio-politico.
I liberti erano tutti schiavi affrancati; avevano vissuto per anni al fianco dei più importanti uomini politici e degli imprenditori più ricchi di Roma. Conoscevano quindi perfettamente tutti i meccanismi dell’amministrazione pubblica romana e soprattutto disponevano di una rete di distribuzione e di diffusione dei loro prodotti agricoli assolutamente forte ed efficace.
I liberti erano quindi divenuti i veri padroni della vita economica di Roma ed è proprio sulla loro rude e singolare condizione di uomini dalla sconfinata ricchezza ed alla loro davvero risibile riflessione estetica che si appunta l’occhio critico, vigile e severo di Petronio.
Il romanzo
Il romanzo greco è ancora oggi avvolto dal mistero e risulta oltremodo complicato giungere a definire in maniera esauriente il suo percorso. Indubbiamente Petronio conobbe molti romanzi greci che circolavano liberamente nella Roma del primo secolo d.C. Di alcuni di questi romanzi possediamo qualche frammento o qualche citazione indiretta ma fondamentalmente ignoriamo lo sviluppo preciso delle narrazioni. La narrativa greca mostra però un modello ordinato e preciso nella sua disposizione ma profondamente ripetitivo e in qualche modo già definito negli spazi temporali di una vicenda che è sempre lenta, prevedibile fino a diventare noiosa.
Si tratta quasi sempre nel romanzo greco della storia di due promessi sposi, un giovane e una giovanetta che, fra avventure di ogni genere, equivoci, errori e pericoli, tra mille vicissitudini riescono alla fine a coronare il loro sogno d’amore secondo uno schema sentimentale semplice e lineare. L’amore quindi è il protagonista del mondo greco; si tratta di vicende che si muovono secondo una morale restia a cambiamenti repentini e che a volte fa attendere anche decenni i due innamorati. La società romana del primo secolo d.C. è del tutto diversa. Con una sorta di lente deformante che ingrandisce i contorni Petronio sa trovare momenti di particolare intensità nei quali l’eccesso appare in tutto il suo vigore distruttivo.
Il romanzo inizia con la descrizione della partenza di due giovani Encolpio ed Ascilto che viaggia in compagnia di un adolescente Gitone che è l’amasio di Encolpio ma non disdegna le carezze di Ascilto. All’inizio del romanzo troviamo la scuola del retore Agamennone nella quale gli studenti sono costretti ad ascoltare storie quanto mai lontane dalla realtà. All’improvviso i tre giovani sono sorpresi dall’arrivo di una ancella della sacerdotessa di Priapo, Quartilla la quale li accusa di aver profanato i riti sacri. Pertanto dovranno restare per almeno tre giorni a consumare la loro pena per espiare la loro colpa. È uno dei momenti più belli del romanzo. La donna parla piange si agita ma vuole raggiungere il suo scopo: vuole cioè essere posseduta da quei due bei giovani in nome del Dio di cui è sacerdotessa.
È un episodio di straordinaria comicità. Petronio infatti fa sentire la sua voce unica e inconfondibile nell’universo culturale della latinità; il mondo è ormai dominato dalla ignoranza dalla maleducazione e dalla voglia di trasgressione. Non c’è più spazio per i sentimenti semplici o per per un recupero di valori molto spesso più pensati che realizzati. Petronio ne prende atto e guarda a tutto e a tutti da una sorta di luogo più alto dal quale però egli non intende offrire risposte definitive o pillole di saggezza. Egli sa bene che non ci sono vie di uscita nella terribile confusione della Roma imperiale. È inutile illudersi di poter intervenire e cambiare in qualche modo il flusso degli eventi.
La civiltà del lusso del fasto della grossolanità è ormai un fattore dominante integrante della vita di tutti giorni. Nella solitudine propria dell’uomo d’intelletto Petronio avverte il fallimento di un intero mondo culturale e senza finzione procede in un’opera che non è tanto di dissacrazione ma piuttosto di consapevole condanna morale. In questa prospettiva si pone la più bella delle favole che il mondo antico ha elaborato e che in effetti rappresenta fin in fondo il difficile percorso che l’uomo deve compiere dividendosi fra il corpo e l’anima. La storia è quella della matrona di Efeso. Viveva in questa città una donna di straordinaria bellezza, di pari pudicizia e di sicuro affetto verso il marito. Le donne dei paesi vicini venivano ad osservarla ad ammirarla.
La morte improvvisa del marito trasforma la sua esistenza; la matrona non si limita soltanto a battersi il petto e a strapparsi i capelli come tutte le altre vedove. Decide di accompagnare nel sepolcro il marito morto e di restare lì giorno e notte a vegliare a piangere. Ma il destino è in agguato; non lontano dal sepolcro sono alcune sentinelle che devono vigilare sui corpi di alcuni condannati a morte, evitando che i loro parenti se ne impadroniscano e li seppelliscano secondo le regole della religione. Uno dei soldati spinto dalla curiosità scende nel sepolcro; vede la donna bellissima e ne resta profondamente turbato.
Con grande abilità inizia un’azione lenta di recupero della condizione umana della matrona: le porta del cibo, le parla a lungo finché la convince ad assaggiare qualche vivanda. La donna sembra inizialmente molto esitante poi, come dice Petronio, ubbidisce non di malavoglia. Il gioco è ormai fatto; la matrona abbandona il suo ruolo di vedova lacerata dal pianto e dall’inedia e torna all’improvviso ad essere una donna normale di bell’aspetto ma soprattutto libera da ogni vincolo coniugale. Il soldato allora torna alla carica e la seduce facilmente.
È un amore che non conosce limiti, dura tre giorni e tre notti di seguito e tutti pensano che la donna sia morta sul cadavere del marito. Petronio sa bene che non c’è mai un limite alla natura umana: i piaceri della carne hanno spesso ragione delle necessità dello spirito. Prepara perciò un terzo definitivo colpo di scena. All’improvviso il soldato tornato al suo posto di guardia scopre che il corpo di uno dei malfattori è stato portato via dai parenti. Per lui è ormai certa la morte. Si reca allora a salutare per l’ultima volta la dolce compagna e le racconta ogni cosa. La donna non ha un attimo di esitazione e risolve il caso difficile del suo amante.
Sarà il corpo del marito defunto tolto dal sepolcro ad essere inchiodato sulla croce rimasta libera. La matrona ha compiuto la sua parabola: la donna virtuosa, nella quale lo spirito e l’anima prevalevano su ogni altra valutazione è diventata una procace e innamorata signora. Petronio conclude l’episodio con una ulteriore ironia: la gente di fronte al nuovo cadavere si chiedeva come il morto fosse riuscito a risalire sul patibolo!



