Caro Mimì,
neppure in questa settimana, come ormai accade da tanti anni, potremo trascorrere una serata insieme per parlare davanti a una buona pizza o ad una fritturina alla italiana.
Era una bella quanto piacevole abitudine alla quale abbiamo rinunciato solo poche volte in tanti anni!
Salivi come al solito nella buona stagione con la giacca appoggiata sulle spalle ondeggiando nel passo cadenzato sotto gli alberi di via Sanfelice; l’inverno, che per te terminava solo a giugno, occorreva prelevarti quasi a casa davanti al garage perché il freddo ti era nemico, come gli spifferi d’aria dei finestrini dell’auto che dovevano essere tutti ben chiusi!
Iniziava allora una conversazione che chi si fosse trovato ad ascoltare avrebbe ritenuto dialogo di due dementi.
Si passava con voli secchi e senza rete dal sacro al profano, da Pindaro ad Agostino ò Pazzo, dal Papa a Maradona, da Fedra e Medea alla Pivetti e alla Iervolino.
Il discorso fluiva rapido, spiccio senza retorica; bastava volte una sillaba un’allusione per compiere il periplo completo di trenta o quarant’anni di storia.
Si parlava di arte e di monnezza, di politica e di poesia mentre la più stupefacente guida gratuita ai palazzi e alle dimore dei napoletani di ogni tempo da Boccaccio a Palombella, passava in rassegna i numeri civici delle strade percorse, indicando con disinvolta facilità le case antiche e quelle più recenti, i fatti più remoti e le ultime complesse e più crudeli che tragiche vicende della nostra città, che ho potuto nel tempo amare e conoscere attraverso le tue incessanti spiegazioni.
La città peggiorava mese dopo mese, giorno dopo giorno; è stata una discesa senza freni in una corsa praeceps come solevi dire.
Inguaribile nostalgico amante del passato ti soffermavi a ricordare con gli amici del tempo gli anni lunghi della vita a Materdei.
La forza morale di un padre socialista e conservatore, difensore dei diritti dei cittadini e acuto conoscitore di uomini e cose.
La battaglia del liceo, come amavi ripetere, era stata assai faticosa!
Convincere tuo padre a mandarti a lezione per preparare l’ammissione alla classe superiore non era stato facile.
Occorrevano soldi per l’onorario mensile ed anche qualche piccolo sostegno ai professori come le bustine di sigarette, sottratte con arte al bancone di tabacchi e recapitate quale ulteriore compenso al docente.
Al tempo dell’Università trovavi poi il tempo di iniziare quell’attività di pedagogo amico, aprendo così la galleria di allievi destinata a divenire sempre più robusta nel tempo.
Poi fu il momento degli esami, l’incontro con i maestri di un’accademia prestigiosa quanto rigorosa e la laurea, meta finale di un percorso intelligente e rapido.
Quante volte ti sei soffermato a ripercorrere con gli occhi della mente quegli anni.
All’improvviso comparivano non i docenti severi e inavvicinabili ma gli uomini colti nella loro ingenua normalità.
Arnaldi sorpreso da un acquazzone estivo ed accompagnato fino a Mezzocannone, de Falco sempre in movimento e pieno di idee, Sbordone scontroso e nervoso dominus del mondo greco.
Accanto loro naturalmente gli attori, i cantanti ed i personaggi di quegli anni di speranza.
Napoli era sicuramente una città viva, brillante in pieno fermento culturale.
Da Sica si riunivano i talenti e gli ingegni più vividi: Caccioppoli dalle tue parole usciva scintillante e dolorosamente vivo, chiedeva due o tre olive in un piatto, fumava molte sigarette e all’improvviso componeva, magari solo sul cartone dei vecchi minerva, un calcolo speciale.
Riandavi con la mente poi ai grandi eventi: soprattutto le esequie degli uomini più importanti.
Il funerale di Foschini colla gente che straripava da ogni parte, quello di Siniscalchi e soprattutto la morte di Totò, cui ti univano strani, ctonii legami, ben lontani dalla solita sintonia tra conterranei.
Erano gli anni della grande crescita: il boom economico avanzava mentre i marinai della sesta flotta riempivano di sera i locali lungo la marina e a ridosso di via Toledo.
Erano anni in cui il professore studiava scriveva ma soprattutto rincorreva la vita in un’ansia mai spenta di conoscenza umana e sociale che superava di gran lunga l’impegno pur così forte dell’uomo di lettere.
Ripetevi spesso, Mimì, che la lettura dei grandi antichi non può essere mai fine a se stessa e che la poesia e l’arte sono le stanze chiuse segrete in cui rinchiudersi solo per qualche tempo.
Esse sono la chiave per capire il mondo!
Ma cos’era il mondo per te? una straordinaria quanto inutile parodia, una sorta di commedia, di tragedia, spesso una farsa.
Ricordo che uno dei momenti più intensi di meditazione erano le parole e le immagini di cui si serve Luciano di Samosata per descrivere la nostra vita come una processione di maschere.
Da questa singolare ma giustificata predilezione nasceva il grande amore per Viviani e per Totò e una certa giustificata riserva su de Filippo e il suo mondo.
Ti appariva infatti senza fine amaro e più volte ipocrita il messaggio delle commedie di Eduardo troppo centrate su una lettura univoca dell’uomo e della società a Napoli.
Viviani con il suo secco amore per la realtà dava meglio il senso di una civiltà e di un mondo colpito a morte dalla modernità ma da sempre affetto da una patologia inguaribile: la sciocca presunzione di riuscire meglio di tutti gli altri a risolvere l’enigma dell’esistenza.
Ma era Totò con la sua carica totale di scetticismo e di surreale comicità a convincerti meglio.
Ne parlavi nella consapevolezza di incarnarne gran parte dei sentimenti e di saperne ripetere quasi perfettamente le pose, gli sguardi, le movenze.
Totò genio solitario irraggiungibile nel proprio disperato rifiuto di certezze metafisiche e di approdi saldi della coscienza era proprio il tuo calco, carissimo Mimì.
Accanto al più grande narratore e al più grande mimo della Napoli moderna sempre uguale a se stessa, si muoveva dentro il tuo spirito l’orma di un altro grande poeta solo apparentemente comico ma profondamente intriso come te dell’idea che tutto è solo una grande straordinaria più inutile che crudele epifania della vanità.
Alla maniera di Marziale ti piaceva aggirarti nelle ore del mattino, quando l’agorà è piena, là dove la gente si raduna, va al mercato, incontra altre persone ma soprattutto cerca di ingannare i fantasmi della propria esistenza.
Come l’enigmatico poeta ispano-latino andavi continuamente alla ricerca, dietro la giustificata necessità di attendere alle tante incombenze che il tuo fiuto infallibile degli affari ti avevano procurato, del fatto strano, della vicenda non ancora ben definita, di ciò che in una parola può diventare una curiosità umana e sociale capace di appagare il tuo bisogno di sapere.
Ciò che si cela dietro le maschere che ciascuno di noi assume a volte senza neppure rendersene conto.
Interessante era poi il giro del mercato a fine mattinata; ti aggiravi fra i banchi di Montesanto o di Antignano con fare sicuro, con l’occhio indagatore che solo i portieri delle grandi città posseggono, come dice Balzac.
Più che a acquistare pensavi solo a contrattare nella gioia minuta di un piccolo risparmio.
I libri ti attendevano nella casa che guardava il mare. Ritrovavi allora il tuo mondo più gradito e più caro, potevi finalmente conversare con quei grandi che tanto amavi e di cui coglievi la delicata malinconia e il diffuso sentimento di amore per ciò che è bello, per ciò che è grande, perciò che è eterno nell’uomo.
Nella grande famiglia degli spiriti magni di ogni tempo ti riusciva sempre di trovare un angolo in cui sederti ad ascoltarli lieto in volto e sereno nell’animo.
Così mi piace pensare che tu sia adesso in un angolo remoto di questo folle volo della nostra mente che è il discorso della poesia, della letteratura, della arte.
Ma spero ancora, in un disguido impossibile del possibile, di vederti col suo cappotto e il tuo basco d’inverno o con una camicia a mezze maniche ed una giacca appoggiata sulle spalle in una mattina d’estate apparire all’improvviso da una strada e salutare ironico come sempre.



