I volti della donna mediterranea nel mito, nella storia e nell’arte

I miti...non avvennero mai, ma ci sono sempre. Sallustio

Carlo Di Lieto
Carlo Di Lieto
Carlo Di Lieto, critico letterario. Allievo di Salvatore Battaglia, Francesco Orlando e Nicola Cilento, docente di Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli. Autore di Interessanti Studi di Letteratura Italiana.

La monografia Donna mediterranea. Immagini e pensiero,  a cura di Italo Abate e Maria Grotta, Edizioni Iuorio, 2025, è un prezioso testo che esamina volti ed aspetti diversi della donna nella sua identità mediterranea: virtù e passioni, cultura e potere, ambizioni e spregiudicatezza.

Il testo è di una straordinaria utilità, perché vuol fornire al lettore un panorama complesso e radiale sull’universo femminile, nell’ottica specifica della mediterraneità. L’indagine è stata orientata sulle donne della storia mediterranea, che hanno avuto un ruolo dirompente, in una temperie storica ben delimitata, quella tra il VI secolo a.C. e il VI secolo d.C.

Attingendo alle fonti del mito, le donne, che sono state materia di ricerca, sono:  Elena, Andromaca, Didone, Ifigenia, Saffo, le donne Sirene, le tante filosofe dell’antica Grecia (Teano, Diotima di Mantinea… e Porcia, il simbolo della libertà repubblicana, a fronte del governo di Cesare. Il loro ruolo di protagonista è ancora vivo nella memoria storica della cultura mediterranea: poetesse e filosofe hanno fatto la storia del pensiero; emancipate e libere, in un contesto dominato dall’uomo e dal suo potere incondizionato. Con la forza trasfiguratrice dell’immaginazione, interessanti sono le donne del mito greco, Andromaca, moglie di Ettore, eroina dell’Iliade e personificazione delle virtù coniugali e materne, contrariamente ad Elena,  personificazione dell’amore adultero e passionale.

Andromaca, scrive, con grande acutezza, Lorenza Rocco Carbone, <<nella memoria e nell’immaginario… è scolpita l’immagine di Andromaca, moglie e madre amorosa, che alle Porte Scee saluta Ettore, l’eroe valoroso destinato a soccombere in battaglia, mentre il piccolo Astianatte si ritrae impaurito dalle armi paterne, strappando un sorriso ad entrambi i genitori. […] incarnazione dell’ideale classico della Kalokagatia, modello di bellezza e virtù. […] bellezza fisica non scalfita dal tempo: gli splendidi tratti mediterranei, gli occhi neri e luminosi, la lunga chioma corvina, la pelle candida, all’unisono con la bellezza morale, che traspare dalla naturale regalità del portamento, riflesso di una grande dignità, che nasconde dietro un sorriso>>. Andromaca è una donna mediterranea, che incarna l’amore materno e quello coniugale.

*Questa nota è stata letta, in occasione del meeting francescano del Mediterraneo OFS Mediterraneo: tra onde ed orizzonti, il 1° Maggio 2025, nella chiesa di San Giorgio Maggiore a Napoli. Sono intervenuti: Mariano Alliegro, Laura Marmorale, Imma Mauriello, Pasquale Pisaniello e Carlo Di Lieto; il 15 Maggio 2025 a Roma – Galleria La Pigna – Palazzo Marescotti, con Giovanna Causano, Italo Abate, Maria Grotta, Pasquale Pisaniello e Carlo Di Lieto.

Le suggestioni, che ci crea il personaggio di Ifigenia, sono diversificate; donna greca, raccontata nell’Iliade, egregiamente delineata da Silvia Zoppi Garampi. Donna mediterranea del mito, figlia di Agamennone e di Clitennestra, è una giovane donna che è al centro di uno degli episodi più drammatici del mito della guerra di Troia. Euripide dedicherà due opere al dramma di Ifigenia: Ifigenia in Tauride (414-411 a.C.) e Ifigenia in Aulide (405-403 a.C). <<Il sacrificio di Ifigenia diventa il simbolo dell’innocenza della poesia>>, scrive Silvia Zoppi Garampi, <<fiamma della libertà che doma alla fine anche il più atroce sadismo>>. Bigongiari, in Un omaggio a Paul Celan o il complesso di Ifigenia (1972), espone <<che il lato  sacrificale, la parte segreta che l’animale ferito mostra perché il persecutore colpisca ancora, colpisca senza fine, ma anche colpisca senza speranza di vittoria, perché la parte segreta dell’uomo fa parte del fondo cosmico dell’universo>>. La follia della guerra comporta un elevato sacrificio umano dei propri figli. Per Euripide, Ifigenia riuscirà a interrompere la violenza della guerra con la fiera accettazione del suo sacrificio, per una nobile causa, quella del suo popolo e una volta, salvata da Artemide e portata in Tauride, preserverà dalla morte il fratello Oreste. Nel mito ritroviamo Andromaca, Didone, Penelope, Ifigenia. Nella storia sono presenti donne di potere, di scienza, eroine morte per l’affermazione dei valori come Lucrezia, virtuose nella società come Cornelia, la madre dei Gracchi, donne ambiziose, lussuriose come Cleopatra, Messalina, Livia. Giulia, figlia di Augusto, succube delle sue travolgenti passioni, fu condannata all’esilio, perche rappresentava un potenziale pericolo per i mos maiorum e le tradizioni repubblicane, e ancora Clodia la Lesbia decantata da Catullo, con i suoi comportamenti libertini. Sono i volti della donna mediterranea, volti diversi, commenta Italo Abate, ma <<tutti caratterizzati dall’identità mediterranea: virtù e passioni, moralità e dissolutezza, bellezza e fascino, cultura e potere, ambizioni e desideri>>.

Un universo femminile, passato alla storia come paradigma di valori e disvalori, vizi e virtù, cultura e potere, dissolutezza e probitas.

Nell’espressione del linguaggio artistico del Partenone non trova un giusto rilievo la presenza femminile in Atene, diversamente da quella di Sparta, dove, invece, il prestigio sociale e la libertà della donna erano notevoli. Nel Partenone, la presenza della  donna è parte in causa solamente per partecipare ai riti religiosi.

Nell’Ara Pacis augustea, la donna ha un ruolo di rilievo; la donna greca nel complesso può essere considerata una reclusa, nei templi o nella domus.

Nelle raffigurazioni artistiche, le fanciulle ateniesi erano rappresentate nella loro bellezza solare, nel segno della sacralità e dell’immagine della fertilità. Il crocus sativus  era impiegato per la colorazione delle vesti delle canefore: aveva il significato augurale nella ritualità di Atena, sia nei dipinti di epoca minoica sia nei riti eleusini.

La rilettura del mito dell’antichità classica catalizza la sensibilità moderna a riflettere sul “fantasma” della bella Elena, mai la sua assenza, nota con fine acume Cesare Azan, <<va ufficializzata, perché sarebbe deleterio, se si sapesse che i troiani hanno combattuto per una donna che non esiste>>.

L’origine di Elena è di natura divina, dea della vegetazione e delle stagioni e nel cielo evolutivo sopravvive con indizi premonitori della “poetica del doppio” Il fascino e la sua seducente bellezza sono innegabili; non c’è da meravigliarsi che, per la sua bellezza, quasi divina, greci e troiani combatteranno una guerra apportatrice di lutti e di sofferenze.  Ciò che maggiormente caratterizza la tradizione post-omerica è il tema dell’Eidolon, del fantasma di Elena che Paride avrebbe inconsapevolmente portato con sé a Troia, lasciando in Egitto la vera Elena.

Da questo momento in poi il tema del doppio e le sue relative connotazioni psicologiche contrassegnano la figura di Elena e il suo riscatto.

Saffo, invece, utilizza la bellezza del mito greco come esempio paradigmatico del piacere estetico, considerando il tìoso come culto della bellezza e come elemento fondativo per la raffinata ed aristocratica educazione delle fanciulle.

La stessa leggenda di Saffo poetessa innamorata e non riamata, forgiata a somiglianza di altre storie parallele, come quelle di Narciso, di Dafni e di Fedra, si spiega agevolmente come creazione di chi abbia <<voluto postulare una punizione divina e della poetessa ribelle alla legge comune dell’amore>>, così ne dà le dovute conclusioni Carlo Del Grande. Non va trascurato, però, che nella Grecia classica del V sec. A.C., il misoginismo era ancora prevalente nella società dei paesi beotico – attici e l’ “hortus conclusus”, del “tìaso” di Saffo è uno spazio “controcorrente” della società greca. Poesia, amori e libertà convivono meravigliosamente in questa “accademia”, dove fanciulle nobili sia dell’isola che della città vicine della costa asiatica, venivano educate ed iniziate alla poesia, alla musica e al culto di Afrodite. Affidate alle premurose cure pedagogiche di Saffo, il contubernium non lascia dubbi sui loro rapporti affettivi e sentimentali, intrecciando legami omoerotici di cui restano tracce notevoli nei versi della poetessa di Lesbo; considerando questi comportamenti un momento fondamentale di un rito affettivo, che non destava alcuna meraviglia, né scandalo.

Il poeta Alceo di Mitilene, invece, interprete di un rigido moralismo, condanna Elena, perché molti precipitarono nell’Ade e i “Frigi perirono e le loro città”. Erodoto razionalizza il mito di Elena e lo storico greco Tucidite si preoccupa solamente della verità storica, indagando sulla narrazione mitica di Elena, come archetipo di riferimento e causa principale degli eventi bellici. Eschilo, alla luce del suo rigore etico-religioso, non poteva esimersi da una condanna morale così sferzante. Euripide rappresenta Elena, riabilitandola, nel 412 a.C. Menelao, di ritorno da Troia, ha con sé solamente un fantasma che, a contatto con la vera Elena, si dissolve. Lo strumento interpretativo della realtà diventa così esegesi di un simbolo, un’idea fondamentale del pensiero e investigazione dei sentimenti della condizione umana. Un percorso emozionale, che cede ad un particolare disincanto e ad un sano realismo, che sopravvive come mito e oggetto del desiderio, simbolo di immortale bellezza. Il “tema del doppio” ha una rilevanza straordinaria, dove l’alter-ego e la figura del sosia sono sviluppati dalle tesi psicoanalitiche, in chiave estetico-letteraria e della categoria del rimosso. Elena rivela, attraverso l’eidolon, puntualizza Cesare Azan, la ricerca della propria identità, della quale solamente lei conosce la verità, come in tanti personaggi pirandelliani. Sulla linea Euripide-Pirandello si scardina il pensiero mitico-religioso, ai confini dell’altro da sé e del fantasma della visionarietà creativa, sprofondando in un abisso insondabile, corroso dal dubbio. Elena  è un esempio significativo della mediterraneità, elaborata dall’immaginario collettivo come femminilità e paradigma di bellezza e di seducente avvenenza, regale figura, fascino misterioso, che proviene dalla sua origine divina. 

<<Lo statuto di tutti i miti è essenzialmente ossimorico>>, scrive Antonino Cusumano; luci ed ombre, identità e disidentità, apollineo e dionisiaco convivono in perfetta armonia: portatrice di morte e inganno seduttivo, Eros e Thanatos, innocenza e colpevolezza, sotto il comando imperioso della volontà degli dei, che favoriscono gli eventi della complessa storia della civiltà mediterranea, in una irrefrenabile fuga dal reale.

Per la rivendicazione del ruolo femminile nella tarda repubblica, Italo Abate, con fine acume, traccia delle coordinate fondamentali sulla presenza della donna, tra tante altre, che hanno lasciato una traccia storica indelebile, per loro forte determinazione e coraggio. La donna è Porcia (70 a.C. – 42 a.C.), figlia di Catone Uticense e moglie di  Marco Giunio Bruto. Il ruolo politico che rivendicava era un modello di donna, che, nella società romana, era stato riconosciuto sin dal momento della nascita della repubblica. La presenza femminile, commenta Italo Abate, è stata significativa per la costruzione della civiltà romana; nel Ratto delle sabine, si può rilevare il primo episodio di violenza, come matrimonio violento e forma embrionale della società romana. Lucrezia, il mito della matrona lanifica e domiseda; Cornelia, madre dei Gracchi, il mito dell’univira e della maternità. Il suicidio di Lucrezia, per aver subito un atto di violenza, colpì l’immaginario collettivo; da qui le donne furono considerate eroine per aver affermato il valore della fedeltà coniugale come “valore etico” dei mos maiorum. La donna era diventata il motore del cambiamento della società romana, fin dalla nascita della repubblica, modello virtuoso di comportamento nell’ “essere madre e moglie perfetta”.

È il profilo femminile ideale della società arcaica,  un modello che rimarrà nei secoli come archetipo di “donna ideale”. Le potenzialità della donna erano proiettate anche extra domum e alcune ricordate con ammirazione per il loro stile di vita (Elogio di Claudia).

Il mutamento si manifestò nella seconda guerra punica (218-202 a.C.), quando la donna ebbe un ruolo extradomestico e avviò un lento processo di emancipazione negli spazi pubblici come nel foro, i tribunali e le aree adiacenti la curia, sedi ritenute di esclusiva competenza maschile. Catone si chiedeva, preoccupato,  notando la progressiva emancipazione delle donne: <<Ciò che desiderano è la libertà, o, se vogliamo chiamare le cose col loro nome, la licenza in tutti i campi. Che cosa non tenteranno, se otterranno questo?>>. L’abrogazione della lex Oppia segna un momento di svolta per il ruolo della donna nella società romana, un segnale inequivocabile per lo sviluppo e il cambiamento dell’universo femminile. Con la conquista del Mediterraneo orientale (148 a.C.) e di quello occidentale (146 a.C.) affluirono a Roma enormi ricchezze, determinando l’emancipazione economica, l’esibizione del lusso e nuovi modelli di vita e di cultura, ispirati al mondo ellenistico. Nella società romana, i segni dell’opulenza e del lusso determinarono nella condizione femminile un cambiamento radicale, soprattutto nelle classi elevate della società romana.

La storia delle donne si intreccia con gli eventi nella tarda repubblica di Roma. Gli sconfinamenti nella vita politica delle donne assunsero comportamenti deprecabili da un punto di vista morale, ascrivibili a lussuria, avidità e omicidi: Livia avvelenò tutti, Messalina, era la meretrix augusta, Faustina Minore, moglie di Marco Aurelio, aveva una morbosa attrazione per marinai e gladiatori.

Porcia Catonis, la sua presenza fu in anni difficili, in un periodo in cui Tacito rileverà la mancanza di un tessuto etico e sociale, dove non esisteva più, né mosius. In tale contesto si inserirà Porcia, figlia di Catone, l’Uticense, donna colta e raffinata, con una visione stoica della vita, moglie di Bruto, condividerà con il marito i disegni politici e definirà il suo ruolo di uxor. Dopo la morte di Bruto nel 42 a.C., a Filippi, da Antonio e Ottaviano, per la disperazione e il dolore, ingoiò carboni ardenti.

Austera e determinata sa essere discreta nel mantenere la parola e di custodire il terribile segreto della congiura contro Cesare delle idi di Marzo del 44 a.C. Due personaggi della stessa famiglia, morti suicidi, simboli dell’eroica resistenza e avversi al potere di Cesare, ricordati dalla storia come i sostenitori della libertà e delle tradizioni repubblicane. 

Italo Abate scrive: <<Porcia è una di quelle donne mediterranee che hanno lasciato traccia di sé nella storia per il forte orientamento etico del proprio animo e per una grande integrità morale e intellettuale osservata nella sua breve e drammatica esistenza in cui viene coinvolta con la stoica morte del padre e il drammatico suicidio del marito>>. Anche Fulvia, moglie di Marcantonio, avida di dominio, non mancherà il suo attivismo in politica, ma il suo orgoglio sarà minato da un’altra donna, altrettanto ambiziosa e non priva di scrupoli, che occuperà il suo posto nel talamo coniugale: Cleopatra. Donna  mediterranea è Didone: bella come Diana, regina di Cartagine, ispira sentimenti di fiducia e accoglienza, nonché timore reverenziale nei troiani. È una donna d’azione, intraprendente, ricca di fascino e di curiosità: <<Conticuere omnes intentique ora tenebant/ Inde toro pater Aeneas sic orsus ab alto:/ Infandum, regina, iubes renovare dolorem>>. Enea conquista l’amore della fascinosa Didone. <<L’universo epico, rileva Carmela Politi Cenere, e l’ispirazione trasformano in individualismo passionale, sottolineato da un destino inesauribile di morte>>. La regina sarà vittima sacrificale di un amore passionale, di una cupa dolorosa e drammatica esperienza sentimentale.  È il prototipo della donna mediterranea: coraggiosa e seducente, passionale e austera. Investita dalla sua femminilità, cede alla forza della passione, che diventa follia e presagio di morte. Il testo è corredato da figurazioni artistiche, per definire un utile riscontro della donna mediterranea con la sua particolare tipologia che riguarda la storia e il mito: Penelope, Cleopatra, Ipazia e Zenobia, per far risaltare le peculiarità tipizzanti, come l’ambizione, la cultura, il potere, la lussuria, unitamente ai loro caratteri distintivi. Italo Abata rileva finemente: <<Si è cercato di rendere l’immagine di una donna mediterranea bella, colta e fiera di sé stessa, ben sapendo che essa era rappresentativa della storia. […] una regalità di Cleopatra, di una cultura ed educazione ellenica confusa con ambizione e potere; di una cultura scientifica e filosofica di Ipazia capace di trasmettere principi filosofici e matematici, simboli anche di bellezza, cultura e virtù di una donna; di una significativa espressione di lotta per la conquista o difesa del potere di Zenobia con le mani sull’elsa della spada … o di una “dolcezza dell’attesa” di Penelope. Nell’oblio dell’anima, Mariano Gaglia coglie, artisticamente con lo splendore della colorazione del marmo utilizzato, lo scenario psicologico della profondità di pensiero della donna mediterranea, in una narrazione onirica dai lineamenti nilotici. Cleopatra, nel dipinto di Irma Servadio, disinibita, dallo sguardo avvolgente e penetrante, colpisce con il suo carisma l’immaginario maschile. Letizia Caiazzo in Ipazia ha saputo ritrarre l’icona della scienza e della bellezza, non disgiunta dalla acuta facoltà del pensiero: una donna che simboleggia, attraverso la sua immagine, “cultura e bellezza mediterranea”. Ivana Storto in Zenobia, regina guerriera di Palmira, l’artista ha rilevato un portamento austero e superbo, con una fluente chioma di bellissimi capelli in una postura attraente e sicura di sé. Una donna  mediterranea, battagliera, ambiziosa, dinamica. La donna mediterranea è presente nel mito, nella storia e nell’arte: Ara Pacis, affreschi pompeiani, Casa di Venere, Casa di Sirico, le Tre Grazie, in marmo pario di età romana (II – I sec. a.C.). Nei dipinti rinascimentali: Diana, donna mediterranea del mito, nudità e bellezza si consertano, secondo il principio di piacere della seduzione, così come sono state presentate da Ovidio, nelle Metamorfosi. Alcuni versi della Lisistrata di Aristofane,   dell’Atene del V sec. a.C., alludono ad alcuni riti di passaggio nella Grecia antica. Per essere accolte nella comunità degli adulti, le fanciulle erano tenute a perfezionarsi attraverso quattro gradi di iniziazione: da vergine a sposa: un approccio integrato allo studio dei riti di passaggio. È un aspetto molto interessante, trattato nei minimi dettagli da Vincenzo Franciosi e Carla Pepe. La morte iniziatica è la conditio sine qua non di ogni rigenerazione spirituale, dalla fine dell’uomo “naturale” a una nuova modalità di esistenza. Occorre correlare la documentazione storico-letteraria e le fonti epigrafiche con le testimonianze archeologiche, supportate da elementi simbolici rappresentativi del mondo animale e vegetale. Usanze e riti che hanno avuto un ruolo determinante nella storia del Mediterraneo, accompagnati da valori simbolici, di cui il cibo riveste un’importanza fondamentale. Già nella Grecia classica sono presenti tutti gli elementi della “dieta mediterranea”, che si pongono come “conquiste culturali”, anche come pratica di un sistema sociale, assicurando un’alimentazione equilibrata e sana. Un fiore iconico è il croco per le sue proprietà terapeutiche e rappresenta nella vita delle donne della Grecia classica lo spazio liminare tra l’adolescenza e l’età adulta. Celebrazioni e percorsi iniziatici accompagnano l’ingresso degli adolescenti nell’universo dell’età adulta, documentando un interessante riscontro di carattere antropologico dei riti e delle iniziazioni nell’area del Mediterraneo.

L’identità culturale del Mediterraneo evocherebbe la sensazione di un’anteriorità rispetto all’arrivo dei popoli indoeuropei, dalla Francia all’Italia, dalla Grecia alla Turchia. L’esperienza religiosa, sia quella pagana che quella cristiana o islamica ha unificato il sostrato culturale dei popoli mediterranei; questo processo di assimilazione è ascrivibile al mondo greco e alla sua cultura, rileva Pasquale Pisaniello.

La letteratura greca al femminile, avendo la donna maggiore libertà, rispetto al mondo romano, ha dato di sé un apporto originale e significativo. L’universo femminile è presente nella poesia greca e non solo nell’età classica, ma in quella moderna e contemporanea nell’area mediterranea. Ricordiamo Saffo, Prassilla, Miro, Anite, Erimma, Telesilla, Corinna, Nosside, Mirtide. Questo Mare Nostrum è la patria comune e il punto di raccordo tra Occidente e Oriente, tra l’Asia e l’Europa. Esiste questa interazione culturale fra paesi che si affacciano sul Mediterraneo: una direttrice che avvolge in un’unica spirale di pensiero le diverse sponde del Mediterraneo, puntando i riflettori sulla presenza femminile nella cultura greca, attraverso la poesia e la letteratura e prospettando un’identica culturale al femminile, in ambito mediterraneo, nella specularità dei diversi paesi e delle diverse culture. Anche la filosofia è congeniale all’universo femminile, questo aspetto è trascurato dalla storiografia tradizionale, perché  tutta declinata al maschile. La scuola di Pitagora è affollata di studentesse, una trentina, ad esse non è precluso il sapere e il pensiero pitagorico. Crotone diventa un vivaio di sapienza al femminile. Teano di Crotone, moglie di Pitagora, è una delle tante filosofe. La figlia di Pitagora, Arignote, vissuta nel V secolo a.C., insegna la dottrina paterna alle altre donne e poi Timica di Sparta, Melissa di Samo, Esara, Aspasia, l’amante di Pericle, ricordata da Platone da Aristofane e da Senofonte. Rivendica dignità alle donne, maestra di cultura e saggezza, prepara le donne ad un ruolo attivo in società; la sua casa era il ritrovo di pensatori e letterati. Da ricordare Diotima, che nel Simposio di Platone discute con Socrate sul Bello supremo e sulla bellezza in sé. Diogene Laerzio, nella sua Vite dei filosofi ricorda Ipparchia la cinica, paragonata addirittura a Platone, per la sua vasta cultura filosofica e finezza di pensiero speculativo.

Nell’Atene del V secolo vive Perictione, madre di Platone e discendente del legislatore Solone e Arete di Cirene. <<Non v’è dubbio>> rileva Florindo Di Monaco, <<che le donne che parlano e scrivono di temi filosofici sono libere, autonome, indipendenti e sufficientemente emancipate>>. Va segnalata Timossena, moglie dello storico Plutarco, Ipazia, prima donna matematica, astronoma e filosofa, diventa il simbolo della sapienza femminile e il pensiero neo-platonico riveste per lei un’importanza fondamentale; è l’icona della cultura filosofica; è considerata il simbolo della libertà di pensiero e martire laica della ricerca scientifica. Fu assassinata  e il responsabile della sua morte fu il vescovo di Alessandria, Cirillo, immeritatamente, ricordato come santo! È necessaria una rilettura del mito, perché si possa individuare il valore identitario del nostro Mediterraneo: Elena, Penelope, Antigone, Medea, Didone, solo per citarne alcune. Maria Pallante amplia il suo raggio d’azione sul mito delle Sirene, il cui tema rinvia al dirompente potere della seduzione e che rappresenta uno degli enigmi <<più complicati della letteratura di ogni tempo>>. Esse hanno il potere di ammaliare e di uccidere, dalla natura semiumana e dal canto sublime; il noto e l’ignoto convivono con la pulsione di vita e con quello di morte. È la cifra indecifrabile dell’esperienza umana, che sfugge ad ogni controllo, una sorta di rito di iniziazione che o determina la purificazione o decreta il sacrificio di sé. Sono il simbolo mitico del doppio, dell’incanto dell’Eros e perturbante della morte; sempre in bilico tra forme  diverse e ambigue, maschi e femmine; talvolta, assumono forme demoniache o zoomorfiche, per metà uccelli, che conducono gli uomini verso l’oltretomba.

La Sirena nasconde in sé l’insidia del canto, attirando i naviganti con la propria avvenenza, portandoli verso scogli rocciosi, li fa naufragare… Le Sirene sono rimaste impresse nell’immaginario collettivo per la loro duplice natura: seducenti e ingannatrici, belle e misteriose, simbolo di energia vitale, ma al tempo stesso apportatrici di distruzione e di morte. Le Sirene sono parte integrante del patrimonio mitico greco; diventano, per la loro misteriosa natura, la chiave di volta, per accedere all’Invisibile, all’Ignoto. Pagine illuminanti ha scritto Károly Kerényi; mortifere e pericolose, mediatrici tra mondo umano e quello soprannaturale, ma anche consolatrici nei momenti di lutto e di morte; in loro c’è un principio attivo di metamorfosi continua, che concilia l’attrazione e la repulsione, nel continuum indifferenziato della vita e della morte. “Significanti fluttuanti” di un’alterità, che demolisce l’identità dell’io e la sua vulnerabilità inquietante. Fu Omero a dar loro fama universale, <<nonostante la malia del canto>>, scrive Maria Pallante. Nelle Sirene c’è il concentrato della donna mediterranea con la sua attrazione fatale e con il “dolce abisso in cui naufragare”. È un miracolo della divina contraddizione, un abbaglio della natura, non priva di suggestione e di lusinghe. Il racconto della donna mediterranea investe il mito, la storia e l’arte di ogni epoca; la sua immagine ha sfumature e significati diversi, comportamenti e atteggiamenti contraddittori con il suo forte potere di seduzione, tale da far mutare il corso della storia e degli eventi umani, incidendo con la sua dirompente presenza ciò che Sofocle dirà del Tempo, nel suo scorrere perpetuo e irresistibile: <<porta alla luce ciò che era nascosto e avvolge nell’oscurità ciò che è manifesto>>. <<La donna mediterranea, scrive sapientemente Italo Abate, <<è forse immagine unica rispetto a differenti figure femminili appartenenti a culture dissimili ove non si è avuta la possibilità per i vari tipi mediterranei di attingere allo stesso mito, alla stessa storia e alla stessa cultura>>.

È l’eterno femminino, come lo ha rappresentato Goethe nel suo Faust; si manifesta in una prepotente forza intrinseca dell’animo femminile che catalizza la coscienza umana verso la sublimazione delle capacità naturali, psicologiche e noetiche. 

Il mito, la storia e l’arte hanno rappresentato la complessa fenomenologia del percorso emozionale dell’universo femminile, nelle sue alterne vicende. Italo Abate e Maria Grotta hanno saputo egregiamente, con un rabdomantico lavoro di sintesi, mettere a fuoco simboli, topos letterari, documenti storici, artistici e archeologici. Con il potere trasfigurativo della cultura e del discernimento critico, ci hanno dato un prezioso strumento di conoscenza e motivi profondi di riflessione esistenziale, coniugando la cultura con la vita.

Carlo Di Lieto
Carlo Di Lieto
Carlo Di Lieto, critico letterario. Allievo di Salvatore Battaglia, Francesco Orlando e Nicola Cilento, docente di Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli. Autore di Interessanti Studi di Letteratura Italiana.
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