Cieli

Paolo Puppa
Paolo Puppa
Paolo Puppa, già direttore di dipartimento delle arti e professore ordinario di storia del teatro a Ca' Foscari di Venezia, è scrittore, commediografo di largo successo.

Entra il medico furtivo e si guarda intorno nella saletta d’ingresso. Non si ricorda infatti dove appendere il cappotto di cammello. Poi trova il gancio su una parete, e con una mano tremante appoggia il soprabito. Il ragazzino entra di corsa, felice come sempre quando vede il dottor Sapienza in casa. Prova sicurezza con quell’anziana figura che lo osserva con lo sguardo triste, ironico ma comprensivo e lo segue nel labirinto delle antiche stanze. Alla fine, ecco la grande porta di noce lucente socchiusa e una vecchia dal grande letto che esulta, battendo le mani: “E che sarà mai? Non è successo niente, vero Sapienza? Glielo dica lei al mio fantolino. Non è il mio primo coma diabetico e non sarà l’ultimo. Sono o no arrivata lo stesso a quasi novant’anni a rompere le scatole alla mia famiglia?”. Ride soddisfatta, dopo la paura provata, e intanto i bigodini in testa, velati con una cuffietta da doccia, le donano un che di giovanile e di civettuolo, non fosse per l’intrico devastante di rughe che dal collo si spinge sino agli avambracci.

“Ma come sta il mio Sapienza preferito, più muto del solito?”. Lui si appoggia al cuscino e accarezza la mano della nonna, mentre il dottore invita sospirando la vecchia malata a sollevarsi seduta. La aiutano entrambi in questo sforzo non banale, perché il corpo della donna è tanto. Deve sentirle cuore e respiro, questo vuole la prassi. Fuori si sente il rumore nauseante di una lucidatrice che sta rovistando la polvere in uno dei salotti vicini. “Tanto mi hanno già fatto la mia bella puntura di insulina. Noiosi! Sempre le stesse cose, da una vita. Prima era mio marito, il mio povero Enzo, poi mio figlio, con una mano tremenda. Perché Carlo, tuo papà, caro mio, non sa far niente”. Anche lui ride riconoscente. Ama quelle battute, come un rito che conferma il loro piccolo mondo. Finché la nonna scherza, non può succedere altro male nella loro famiglia. Già. Entra Natalia, l’ultima delle sue sorelle, o meglio delle sue sorellastre, lui precisa irritato sempre il grado effettivo di parentela. La bambina, il capo ingombro di treccine molto lavorate, vuole controllare anche lei come sta la nonna. Le sorelle sono a scuola, i genitori al negozio, a vendere scarpe in Merceria, e il fratello maggiore è influenzato, ha “la bua al pancino”, buona scusa per starsene a casa. “Quando ti alzi, nonna?”, ma non fa a tempo a formulare la domanda che irrompe la tata Giusi a sollevarla al volo e a trascinarla fuori, mentre quella sgambetta frignando. La vecchia osserva la scena scuotendo la testa: “Sapienza, questa confusione non mi fa bene, no che non mi fa bene!”.

E qui, indifferente alla presenza del nipote, prosegue con una voce dura: “Ha voluto risposarsi presto, e ha fatto altri figli, tre ragazze ha fatto, una peggio dell’altra, tutta una litigata col mio fantolino. Tante spese, così, Sapienza. Non ha idea quanti soldi vanno via. Le scarpe rendono, d’accordo, le donne sono stupide, fanno collezioni, ma tirare avanti con quattro figli. E poi verranno le scuole che contano, e le università. Ha idea se studiano fuori Venezia, cosa gli costerà?”. Il dottore la guarda stanco, sorride imbarazzato, e le soffia addosso “Mi raccomando, signora mia. Niente mattessi”. Poi esce, chinando leggermente il capo dai bei capelli argentati. Allora, rimasta sola con il nipote, la nonna lo fissa trepida e gli confida all’improvviso: “Quello là, Sapienza dico, avrà sì o no altri sei mesi di vita. Ce l’ha dappertutto, il male. Il maledetto male”. Lui le sistema meglio il cuscino, le bacia la fronte sudata, scostando la cuffietta della doccia, e pensa che in tal modo il vecchio Pazienza raggiungerà la mamma, Lisa, la bella mamma che per sue misteriose ragioni ha preferito andarsene a nemmeno trent’anni. Soffriva di forti depressioni, il babbo gli ha spiegato in fretta, una sera. Ma che vuol dire soffrire di depressioni e andarsene, quasi sbattendo la porta? Non le bastavano le interminabili coccole di suo figlio a trattenerla? Ma davvero rientrando a casa, una domenica che le donne erano tutte fuori, suo papà entrando nella saletta ha sbattuto contro le gambe penzoloni di Lisa dolce e premurosa? Possibile? Al funerale civile (loro sono atei) c’era pure mezza città, tutti sgomenti e offesi per quel gesto rabbioso. E il papà che aveva ingurgitato tante pasticche per dormire aveva avuto il coraggio poi di sposare una commessa del negozio che nei primi tempi dava del lei, sia al padre che al figlio. L’ha sposata per le tette, chiaro, questa Deborah con la acca.

Ma lui sogna sempre di abbracciarla dal vivo, la Lisa, e di gridare alle sorellastre “E’ tornata, mia mamma è tornata! Andatevene via, adesso, sciò sciò, pussa via, e portatevela via anche l’altra, una buona volta, che qua non c’entra niente, qua, a casa mia”. Non si possono dire purtroppo quelle cose, ora che è cresciuto, che va alla scuola media, ora che ha i suoi tredici anni e la vita davanti, ora che come dice la nonna, “è un ometto”. Così anche Sapienza se ne andrà via. Non entrerà più in casa a visitarli. Più quella faccia seria e preoccupata, che non si capisce bene se lo sia per i malati che sta visitando o per sé. La prossima volta che lo vede proverà a chiederglielo. Cioè se crede di andare in cielo o se invece come il babbo gli ha insegnato tutto di lui finirà nella terra e si riparte con il ciclo, gli atomi, le cellule, i vermi e così via. No, meglio il cielo, decisamente. Anche la nonna, specialmente la nonna, ce l’ha con i preti, che portano via soldi alla gente e non sono a posto perché non possono sposarsi e pertanto hanno le brutte tendenze. Mah, questa l’idea fissa di Nonna Emma. Sarà. Domani gli tocca rientrare a scuola, la febbre non c’è più, ma non ha voglia adesso di studiare i continenti con le derive. Non gli interessa. E nemmeno imparare le guerre del Risorgimento.

E in classe non c’è nessun compagno che gli sia simpatico. L’esonero dall’ora di religione non aiuta. Se scoppia una baruffa, lo chiamano figlio dell’impiccata, e lui vorrebbe sparare, se potesse. Quando vede al tg che qualcuno fa una strage in una scuola del mondo vorrebbe istruirsi bene, studiare con cura il metodo. Ci sarà un corso, forse, da qualche parte di internet. In spiaggia, lo scorso anno, nella prima fila del Des Bains, nella capanna accanto c’era un ragazzo della sua età, Andrea, che veniva da Roma. E a questo Andrea, biondo e umile, non faceva schifo giocare con lui, anzi. Se ne stavano a lungo in riva al mare, dopo il bagno, e si dicevano tutto, ma proprio tutto. L’amico sognato, il fratello mancato, dunque esisteva? Quest’anno niente, invece. La Deborah, con gli occhi leggermente storti, sbuffando infastidita, e dandosi lo smalto rosso e puzzolente alle unghie si è premurata di avvertirlo che basta, stop, più ritardi a casa dalla spiaggia “per quello là”. Perché se n’è andato in America e non verrà più al Des Bains. E alle sue rimostranze, alle sue imprecazioni che non era possibile, che quello era un ragazzo educato e gli avrebbe certo scritto una lettera di saluti dandogli l’indirizzo, la Deborah aveva alzato le spalle e gli aveva spiegato ma sì, era assurdo mentire, che era morto di meningite “quello là”. Era chiaro ormai il disegno, lui aveva guardato il cielo dalla sua finestra in cameretta, le stelle tranquille sopra il Canal Grande.

Ma sì, era certo un qualche Dio che si vendicava con lui, perché non andava in Chiesa, non seguiva l’ora di religione, e soprattutto perché prendeva in giro i devoti. Ebreo, mussulmano, buddista, induista, non dico cattolico. Un Dio ci vuole, forse. Perché altrimenti tutti lo lasciavano, prima o dopo. L’aveva anche chiesto a papà, se queste tragedie non erano il segnale di qualcosa, e il babbo quasi aveva gridato di non rompergli i coglioni, che era stanco morto, a vendere scarpe per mantenere la baracca, e non aveva tempo per quelle sciocchezze. Aveva cominciato a guardare in alto, sia dal letto che per la strada, verso le nuvole, a immaginare un’isola felice, un’isola molto lontana ovviamente, tropicale o qualcosa del genere, dove stavano la Lisa e Andrea, e dove li avrebbe raggiunti presto il dottor Sapienza. Quest’estate il babbo li porterà tutti a Dubai, e in aereo controllerà stando in alto se si vede qualcosa, a quell’altezza. In ogni caso, così non può andare avanti. La tettona, che mai lui chiamerà mamma, che in cinque anni ha dato al babbo le tre mostriciattole (“ci va dentro tanto, quello stupido di mio figlio”, gli ha spifferato la nonna con astio, di recente), non vede l’ora che lui finisca la scuola, per iscriverlo nell’Università all’altro capo del mondo. Sulla luna, se esistessero facoltà sulla luna, la Deborah con la acca ce lo manderebbe il figliastro odiato. Lui sorride ricambiando dentro di sé quel sentimento che lo tiene in vita. Ricambiato con gli interessi. 

Da qualche tempo, gli capita una cosa nuova. Non sa dire se bella o brutta. Il pisellino gli si indurisce di notte. Quando fa confusione. Sogna la Lisa, e fa le coccole con lei ma all’età di adesso, non di quando era piccolo e la Lisa camminava per le stanze, curva sotto il peso di uno suo nascosto dolore. Sì, il lui di adesso, e a volte la Lisa (lei che ne era del tutto sprovvista) ha il petto enorme della sciagurata che ha osato prendere il suo posto, della serva in negozio. Guarda che strada ha fatto la commessa, come nonna Emma continua a chiamarla di nascosto, parlando con il suo fantolino. E certe notti lui diventa suo padre, quando chiude la camera da letto per starsene con la tettona e ci da dentro tanto, oppure spunta Andrea del Des Bains, la bocca piccola, le labbra sottili, a sostituirsi deciso alle immagini precedenti, e gli propone con mitezza di misurarselo insieme l’affare.

Oppure è la Carolina della terza B a fare capolino, quella che lo guarda con attenzione, se ne è accorto, la ragazza dai capelli rossi ramati che mastica sempre la gomma. Una tipa piena di energia. Insomma, un guazzabuglio autentico e lui ha dovuto afferrarsi per forza quella creatura tra le gambe, diventata grande grande, e dopo un po’, non sapendo bene chi fosse o con chi si mescolasse il suo corpo cresciuto in pochi mesi, aveva visto sgomento uscire un siero lucente. E nel frattempo un piacere languente gli attraversava la schiena e saliva al cervello. Adesso bisognava pulire. Una seccatura. Tutto molto strano. Rimane per fortuna il cielo da scrutare, in cerca di un interlocutore autorevole, perché in casa, o sulla terra in generale, non c’era nessuno di cui fidarsi. E Nonna Emma, no, per carità, l’idea solo di confessare quelle manovre intime, destinate a riproporsi  la notte prossima, lo fa tremare dalla vergogna. 

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Paolo Puppa, già direttore di dipartimento delle arti e professore ordinario di storia del teatro a Ca' Foscari di Venezia, è scrittore, commediografo di largo successo.
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