Le opere fiorentine

Silvio Mastrocola
Silvio Mastrocola
Docente di Letteratura italiana a Salerno con R.Montano negli anni 70/80; ordinario alla SM Nunziatella e commissario alla AM di Modena. Dal 1990 ad oggi è prof. a contratto al S. Orsola Benincasa per la Formazione primaria nella cattedra della prof. S. Zoppi. All'attivo numerose pubblicazioni.

Una serie di iniziative commerciali sbagliate portò alla rovina il potente Banco dei Bardi e segnò gravi perdite anche nel patrimonio del padre di Boccaccio che, conseguentemente, fu costretto a lasciare Napoli e a tornare a Firenze, abbandonando il mondo raffinato ed aristocratico della corte angioina. Si chiudeva anzitempo per lui la stagione della cortesia e della grande illusione poetica. Firenze gli appariva come una città di alta tradizione culturale, ma priva di una società vivace e, al tempo stesso, complessa come Napoli.

Si lasciò allora suggestionare dalle opere che i giovani autori del tempo presentavano. Si trattava di procedimenti allegorici nei quali il significato recondito prevaleva sullo stesso argomento principale. Volle così misurarsi, anche in questo caso, con un nuovo modello poetico, scrivendo una serie di poemetti allegorici.

Il primo fu il Ninfale d’Ameto, nel quale narrò la vicenda di sette ninfe, ciascuna simbolo di una virtù, capaci di suscitare nel giovane pastore Ameto, incolto ma bellissimo, un amore profondo che potesse ingentilire la sua natura agreste. Le sette ninfe non sono altro che il ritratto preciso delle donne giovani che aveva incontrato ed amato, pronte a descrivere con particolari tutti i loro amori. Naturalmente, brilla fra di loro Fiammetta, che narra in maniera impudica i momenti più lieti della loro passione. In effetti, Boccaccio vuole parlare in maniera diretta e realistica degli amori conosciuti nel soggiorno napoletano. Sul piano poetico si tratta di un tentativo piuttosto mal riuscito, perché l’opera manca di coerenza espressiva e finisce per diventare un semplice racconto di vicende d’amore.

Inseguendo sempre la gloria poetica volle addirittura misurarsi in una forma di componimento che richiamava la visione dantesca e tante altre opere allegoriche, proprie del mondo medievale. Decise, allora, di scrivere L’amorosa visione, affidandosi alla terzina dantesca. Ancora una volta, però, furono evidenti i suoi limiti di poeta e anche di narratore. L’argomento è piuttosto debole e privo di vivace narrazione.

Boccaccio immagina di essere attirato da una donna all’interno di un castello che – allegoricamente – presenta due porte. La prima è quella che si apre al piacere; la seconda, invece, conduce alla virtù. Naturalmente decide di entrare per la porta del piacere e si ritrova in una grande sala dove è celebrato in affreschi il trionfo della Sapienza, della Potenza, della Ricchezza e dell’Amore e sono illustrate figure storiche di alto rilievo. Passando alla sala successiva, trova la descrizione di molti esempi di umana e debole vanità. Alla fine giunge nel giardino dell’amore e del piacere, dove raggiunge Fiammetta. Quando si accinge ad abbracciarla il sogno si dilegua. Al risveglio, si ritrova solo. Il tentativo poetico si chiude così, senza che sia spiegato a cosa possa condurre tanto l’allegoria di Fiammetta quanto l’eventuale apertura della porta della virtù.

Silvio Mastrocola
Silvio Mastrocola
Docente di Letteratura italiana a Salerno con R.Montano negli anni 70/80; ordinario alla SM Nunziatella e commissario alla AM di Modena. Dal 1990 ad oggi è prof. a contratto al S. Orsola Benincasa per la Formazione primaria nella cattedra della prof. S. Zoppi. All'attivo numerose pubblicazioni.
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