Alla fine, si fa coraggio e le si avvicina. Un’iniziativa eccentrica per lui. Alessandra, Sandrocchia per gli amici, è seduta su un divano come una regina. Regge in una mano un prosecco e con l’altra sfiora delicatamente le gonne di una signora anziana con cui sta conversando, a esprimere ammirazione incondizionata per quel tessuto. Attende che il dialogo termini, tenendosi al riparo di una colonna. Ha modo così di assaporarne la voce calda, l’accento napoletano non scomparso malgrado i tanti anni trascorsi a Venezia. Gente entra intanto a ondate nell’enorme sala dove sono esposte le installazioni di un artista tedesco ospite della Biennale. Quando la vede libera, e in procinto di bere, l’interpella timido sussurrando il suo nome. Subito, nel volto della donna, illuminato da un caldo sorriso, si fa strada la sorpresa.
Quasi un piccolo grido: “Zio Vania? No! Ma che ci fa qui?”, e lui goffamente le spiega che ogni tanto mette il muso fuori di casa. Si sente comunque impacciato, a disagio con l’odore stantio di sudore, teme, che esce dalle sue ascelle. Lo spazio intasato dalla folla lo irrita. Riesce nondimeno con una manovra complessa a sedersi al fianco della donna. Sullo specchio di fronte, chiuso nella cornice dorata, nota i suoi riccioli bianchi spettinati e prova con un gesto nervoso a riordinarli. Ma è anche eccitato di trovarsi vicino alla pelle delicata e tutta abbronzata (effetto presumibile delle tante ore passate in barca), alla bocca morbida e tremante, ai grandi occhi ammiccanti, alla bellezza della creatura che pare sinceramente felice di comunicare con lui. Poi Alessandra riprende a parlare con quanti passano e vogliono certificare la loro dipendenza dal suo carisma. Sfolgorante nella larga capigliatura corvina, forse non colorata, lo prega di posarle il bicchiere sul tavolo troppo lontano per lei. E con tono capriccioso, salutando il vicesindaco, si lamenta: “Mai una volta che si faccia vivo. Ho chiesto alla Marcella dove se ne sta rintanato questo fratello impossibile, questo zio Vania. Lei gioca a fare il lupo solitario”.
Lo fissa con aria di sfida e lui in compenso le scorge sul labbro superiore un piccolo herpes che la rende più fragile e umana. Vorrebbe allora abbracciarla sull’istante ma non si può. L’idea che trova insopportabile però è di essere compatito per la sua situazione. Vive con Anna, moglie paralizzata dopo l’aneurisma. Praticamente una morta che respira. Non ha voluto scaricarla in un Istituto. La tiene con sé, come una reliquia. Grazia e disgrazia per lui laico, senza alcuna motivazione religiosa. Gran parte della pensione (da due anni è in quiescenza) di bibliotecario della Marciana se ne va a coprire i costi dell’assistenza. Per fortuna ci sono gli affitti delle case avute in eredità dai genitori a integrare le spese complessive. E, ultime, le associazioni di volontariato che forniscono personale di ricambio. Ma per tutti, zio Vania, soprannome inventato da sua sorella Marcella, amante del teatro, e divenuto di fatto il suo vero nome, è un Santo, un Eroe, insomma un fenomeno.
La signora napoletana invece, per quanto la riguarda, è vedova, ma a quanto si dice abbastanza allegra. Porta con baldanza e fierezza il presunto mezzo secolo di un’esistenza segnata da lutti e pendoli tra disastri e successi. Costei gli sta nel frattempo chiedendo, accortasi che lui la contempla in estasi come un liceale ingenuo: “Mi dovrà spiegare bene prima o poi cos’è quest’affare di Zio Vania. Non l’ho mica ben capito io”. Alcuni suoni le escono fuori con arguzia e freschezza tali che pare abiti ancora al Vomero. E lui abbassando gli occhi le chiarisce pedante che una volta in televisione c’era un certo Gianni Santuccio, un attore, che interpretava Zio Vania, e Marcella aveva sentenziato entusiasta, davanti ai figli, che quello era suo fratello incarnato. I riccioli bianchi, la fronte ampia, l’accenno di barba, le spalle quadrate. Tale e quale. Sua sorella, più giovane, era molto affettuosa con lui, sì, una sorella come ce n’è poche. Unico difetto, quello di parlar sempre bene di lui e di esagerare. Da quel giorno, lui per tutti era diventato zio Vania. Il racconto sembra non interessarle molto. Sbuffando e scuotendo la testa, all’improvviso gli preme un braccio ridendo: “Domani sera, niente scuse. Mi accompagna alla Fenice. Danno la Bohème, una buona versione. Ho un biglietto che se no si butta via. Odio gli sprechi”.
Nella camera da letto in penombra, tende gialle schermano la porta finestra che immette sul terrazzino, lui spiega alla badante ucraina che rientrerà verso mezzanotte. Si è informato della durata dello spettacolo. Tariffa doppia, dunque, per lei. Poi si siede di fronte alla moglie immobile, gli occhi chiusi, ma non addormentata del tutto. Quel coma vigile che dura da vent’anni. Come sempre le fa il resoconto della giornata, dopo aver invitato Tamara a prepararsi la cena in cucina. Rimasto così solo, le accarezza con stanchezza le mani abbandonate sul lenzuolo della moglie, e rimugina su quanto è successo. Non gradisce in fondo quell’invito. Uscire con una signora brillante e mondana, libera e provocante, gli sembra un’iniziativa poco consona alla sua immagine. Soprattutto gli spiace che Alessandra non abbia minimamente rispettato in lui il marito ancora legato a un’altra donna, e fedele nonostante tutto. Perché da vent’anni, la sua vita amorosa è stata un inferno.
I primi tempi, si distendeva con la foto più bella di Anna, in bikini a Ischia. Le curve al posto giusto, le gambe snelle, il naso minuscolo, i capelli tagliati corti alla maschietto. E si toccava di gusto, rievocando la sua intensa luna di miele in Alto Adige, tutta una escursione e amplessi in continuità (per entrambi era la prima volta) e le veniva presto sul braccio, preventivamente liberato da indumenti. Questo a lungo gli era bastato a saziare l’uomo. In seguito, quando l’ardore coniugale è svanito è andato in cerca di prestazioni a pagamento. Era divenuto esperto dei siti d’incontro. Una lista di numeri di telefono apposita. Se le sceglieva le partner giovani e simili alla moglie. Durante l’orgasmo ripeteva il nome di Anna, tanto da spaventare le ragazze. E lui, bibliotecario stimato alla Marciana, due lauree in lettere e giurisprudenza, si giustificava e si consolava pensando a Buzzati. Perché anche lo scrittore bellunese faceva lo stesso. Si addormentava osservando il profilo di Anna, la sua silenziosa immobilità, le sporgenze della coperta.
A volte lo assalivano idee ignobili ed era tentato di farla finita con un cuscino, un semplice cuscino. L’aveva visto in un film francese e ne era uscito traumatizzato. Quando andava a pranzo dalla sorella, alle sue domande accorate perché non si liberava di quell’assurda schiavitù, e in particolare come faceva sul piano privato, lui alzava le spalle apprezzando la qualità del vitello, ben cotto nel vino e le patate arroste, magnifiche. “Anna ti voleva bene, e avrebbe voluto per prima che tu facessi una vita normale”: E ogni volta lui la correggeva pregandola di declinare i verbi al presente. Del resto, c’erano storie di persone uscite dal coma dopo cinquant’anni. “Anna, stasera ti tradisco per qualche ora. Vado a vedere la Bohème alla Fenice con quella rompiscatole della terrona. Ma sì, dai, Alessandra, i capelli di pece. Il marito ha fatto i soldi con i bidè. Amica, si fa per dire, di mia sorella. Una persona insopportabile. A cinquant’anni, se non di più, si trucca che manco una battona. Una ciacola che non finisce mai. Ma vengo a casa come al solito. Tranquilla”. Gli pare che Anna muova in maniera impercettibile il mento, quasi un leggero tremito, da avvertire in caso i medici che la seguono. Poi gli vien sonno e gli verrebbe da coricarsi sotto le coperte, vicino a sua moglie.
Non erano venuti i figli. Meglio così. Prima del colpo, andavano ogni estate in una spiaggia possibilmente lontana dal Lido di Venezia, e sempre diversa. Anna adorava il mare. Insegnava alle elementari, e in quel modo soddisfaceva eventuali istinti materni. Era una donna taciturna, molto seria, al limite accigliata. Figlia unica, rimasta orfana presto. Conosciuta durante una sessione estiva dell’Università di Padova, lei frequentava pedagogia. Erano quasi coetanei. Non era stata la passione ad unirli, ma la stima reciproca, e la simpatia. Anna però non amava gli adulti, non aveva amiche, né amici. Lui era il suo baluardo, come ripeteva spesso con orgoglio, per lui molto impegnativo. Una mattina che cercava un libro in una stanza della Marciana, l’avevano chiamato in direzione. Il rumore dei suoi passi trafelati sul parquet. Al telefono c’era una collega di sua moglie, che piangeva. E lui non era riuscito a capire bene nei primi momenti cosa gli stava dicendo.
Sale le scale del palazzo. Una fatica sgradevole per i suoi sessantasette anni di un uomo che odia gli sport. I mori settecenteschi ai lati della scalinata, il gran tappeto di raso che copre i gradini, la ricchezza che si respira dappertutto (il marito deceduto vendeva sanitari nel mondo. lasciandole un’azienda redditizia), e un profumo pungente di essenza di mandarino misto a basilico. Nel salone, dove un cavalletto reggeva un dipinto cinquecentesco, irrompe bardata a festa Alessandra che beffarda lo accoglie. “Ah, il mio zio Vania. Dunque, guarda te, questo marito tanto fedele non esiste, vero?”. E lo spinge giù per lo scalone. Per strada, lo stringe sotto il braccio tra sorrisi vincenti. Bisogna far presto, se no perdono il vaporetto. Per il dopo Bohème, ha organizzato un piccolo rinfresco a casa. E lui ovviamente, niente storie, è il primo invitato. Ci sarà forse anche Marcella con il suo delizioso primogenito. Non sa che ha dei nipoti da pubblicità, uno meglio dell’altro? Avranno preso qualcosa dello zio? Dai dai, su, su, muovere il passo, se no lei pensa che sta davvero con un vecchio. Lui ascolta, infastidito. Ha paura di incontrare qualcuno.
Ma tanto alla Fenice sarà tutto un salutare e ricambiare sguardi sospetti e ostili. Lui sa di non essere mai stato amabile, né socievole. Ma quella pazza partenopea ha senza dubbio, non si può negarlo, stasera un viso fiammante e manda luce da ogni parte del suo corpo. Lui pensa così se avesse passato l’esistenza vicino a quella criniera nera, a quegli occhi enormi, a quelle labbra tumide che promettevano benessere, non stretto viceversa a una cupezza inspiegabile e poi a un corpo fermo come un marmo. Poi, a teatro, sul palco volteggiavano anche per zio Vania le struggenti musiche pucciniane, un’alternanza di noia imbarazzante quando le voci si accavallavano e di teneri languori irresistibili. Ma lui più che altro spiava di continuo il profilo della napoletana, la realtà più distante dalla minaccia del cuscino che lo ossessionava, e insieme avvertiva che purtroppo la fragranza forte del profumo andava man mano svaporando. Uscendo, e diretti verso il palazzo, misteriosamente erano rimasti soli in una calle male illuminata. Gli altri, rumorosi e euforici, erano rimasti dietro. Ma Alessandra voleva arrivare prima per controllare i preparativi del rinfresco.
Ebbene, mentre lei si appoggiava per un attimo a un muro screpolato e umido, a sistemarsi il cappellino che le rendeva irresistibili i capelli, e lo guardava con un sorriso al solito malizioso, lui, ancora turbato dalle arie dell’amore nell’opera e dalle ultime tracce della fragranza, sentendosi l’affare tra le gambe cresciuto a dismisura, l’aveva afferrata e baciata in bocca con violenza. A cercar pace in quel marasma di sentimenti. La donna aveva tentato di respingerlo, poi aveva collaborato di suo (quanta esperienza!) ma lamentandosi. Quindi s’era staccata e aveva esclamato “Ma non si fa così, zio Vania? Che succede? Dico, è impazzito? Potrei denunciarla, lo sa? Ma guarda che roba!”. A quel punto, lui era fuggito come un ladro, inseguito da una voce tornata più che mai partenopea. Lo richiamava gemendo, lo assicurava che stava scherzando, che gli avrebbe insegnato come si fa con una donna. Perché se quella voleva essere l’esordio di una liaison, c’erano altri approcci, specie con lei.
Congedata la badante, soldi cash in nero, in quanto la mancia in questione esorbitava dal mensile per contratto, si siede ansante accanto al corpo di Anna. Sbadigliando esausto, inizia il resoconto di turno: “Non ci vado più a teatro. Mi sa che hai ragione anche stavolta. Non ha senso. Stare ore scomodi, vedere male, sentire peggio. Meglio a casa su You tube. Per carità. E poi la compagnia. Te la raccomando. Disgustosi. Erano là ovvio per un atto di presenza. Capisci? A loro, di Puccini, non interessa niente. A cominciare dalla padrona di casa. La cabibba. Anche ingrassata, già, mi è sembrata ingrassata. Non le mancava altro”.



