Vacanze

Paolo Puppa
Paolo Puppa
Paolo Puppa, già direttore di dipartimento delle arti e professore ordinario di storia del teatro a Ca' Foscari di Venezia, è scrittore, commediografo di largo successo.

Le due donne si sporgono dalla terrazza e osservano i due uomini in riva al mare che passeggiano e parlano tra di loro. Si riesce a vedere infatti, per quanto lontano siano quei due laggiù, che stanno anche ridendo di gusto. Quello più alto, tra i due, regge in mano un bastone con cui disegna sulla sabbia qualcosa che poi si affretta a cancellare. L’altro lo segue ma è quest’ultimo che incalza e conduce la discussione. All’improvviso, i due si fermano e si girano verso il mare offrendo la schiena a chi li sta guardandodall’alto. “Nooooo? Possibile? Ma cosa fanno? Oddio, stanno pisciando, quei due scemi. Come due ragazzini”, protesta scandalizzata Ester, ma anche ammirata. E nel contempo continua sulla tavola di marmo ad aiutare la padrona della villa a Palinuro agrattugiare carote, per linsalatona della cena, primo piatto della cena. Poi Matilde scuotendo la testa si prova a spiegare all’ospiteche quell’idea le pare tutto sommato assurda.

Non avrebbe mai e mai immaginato che Ester non intendeva dormire nella stessa stanza con suo marito, suo marito ribadisce, confinato in salotto, dove tutti passano e magari poteva entrare pure sua figlia, no, no, impossibile. Lina si sarebbe chiesta infatti cosa diavolo stava succedendo. In parole povere, lei non li avrebbe invitati. E la villa in fondo era piccola e aveva una sola camera per gli ospiti. Allora Ester sollevando la faccia e gli occhi stralunati e in qualche modo offesi verso il cielo del tramonto, quasi alza la voce in risposta: “Cosa faresti tu, vediamo, se Paolo, il tuo Paolo, si mette a piangere di notte perché continua a pensare e a desiderare la ragazzina, sedici anni, se-di-ci anni, ti rendi conto? Un marito pedofilo mi sono scelta. Già tanto se non lo caccio di casa”. No, Matilde non è d’accordo, assolutamente, con il dormire separati, da ospiti. Potevano non venire, loro, in quelle condizioni. Perché ha accettato? Bastava una scusa. Si controlla nello stesso tempo nello specchio della cucina e si riordina i riccioli biondi di cui è fiera. L’altra si difende caparbia: “No, non ce la faccio a andare avanti”, e la voce si incrina, prossima al pianto.  “E poi non volevo rinunciare a stare con voi. Perché poi?

Tu sei la mia famiglia. Per lui era lo stesso. Anche lui non voleva stare senza il suo amico fratello, ha detto. Al suo Paolo. Così ha detto mentre apriva la macchina. Ha detto proprio così Fulvio, quel porco”. I due in riva al mare hanno nel frattempo terminato la loro minzione, si riassettano svelti e proseguono nella camminata, continuando a ridere. Sulla terrazza, invece, Ester non ride ma con il tono di vittima alla campagna di scuola, nonché testimone alle nozze, chiarisce avvilita che avrebbe preferito non sapere nulla dei gusti morbosi del marito. “Perché confidarsi tutto? Non siamo mica cattolici? Ma l’ha fatto solo perché l’ho sentito di notte piangere. Piangere, e mi dava le spalle. Lo faceva spesso negli ultimi tempi. Ho pensato in un primo momento che avesse un tumore e i giorni contati.

Pensa che scema”. Matilde le sporge dalla cucina un cesto di zucchine e di cetrioli e commenta che in fondo era una prova di sincerità coniugale, quel gesto, da apprezzare. “Nossignora!”, insorge Ester agitando le piccole mani e la camicetta bianca di pizzo si tende nella scollatura giovanile. “No cara mia, è stato il padre della bambina, ma sì, della ragazzina di 16 anni, il padre più giovane di lui, di Fulvio, un motoscafista pieno di soldi a dirgli sul muso che se non la piantava di importunare sua figlia con email lunghissimi tutti i giorni, lui gli spaccava il culo e poi lo denunciava”. E giù a sospirare informando l’amica che c’era perfino un avvocato allertato per stalking, insomma la rovina. Matilde infastidita la prega di passarle le cipolle. “Metti le cipolle nell’insalata? A lui non piacciono, ma mettile lo stesso. Anzi. Che gli vada di traverso al porco”. La padrona di casa, cercando di restare calma e di non esplodere, si rammarica: “Ve ne dovete andare, sai. Domani. Peccato, perché avevo in mente di portarvi sulla scalinata del King Hotel e magari di mangiare là. Una vista dall’alto e poi la piscina meravigliosa. Ma ve ne dovete andare”, e lo ripete convinta, esibendo astio.

Ester si siede tremando e si mette a singhiozzare, il volto appoggiato sulle piccole mani: “Non è giusto, però. Cacci via anche me, che sono la vittima”. E sul “me” impreca con forza, sussultando tutta: “No, hai idea cosa per caso si prova a farsi dire che leggevano il Simposio di Platone nei seminari pomeridiani a scuola che ha organizzato per la tresca, lui e la bambina, la troietta, e aveva le lagrime agli occhi rivivendo quella ‘smisurata’, sono le sue esatte parole, felicità”. Non gli era mai successo di amare così, al porco. No, non era successo ancora, solo qualche bacetto in calle. Matilde beve un bicchiere d’acqua fresca con foglie di menta da una caraffa con ghiaccio, e ne porge uno all’amica del cuore. “Se aveste fatto un figlio, anzi una figlia, questo non sarebbe successo”. Ester con una smorfia di rancore verso il mondo intero: “Lui, è stato lui, il signorino a non volerlo, perché troppo dedito al dottorato, era la fase che voleva diventare prof all’università, quel povero fallito. E io l’ho accontentato perché sono una stupida”. L’amica rovescia in una gigantesca insalatiera di vetro tutte le verdure lavorate, al che l’ospite soffiandosi il naso: “Ma siamo solo in quattro. Sembra per un esercito. Non è troppa?”. Matilde alza le spalle. “Oh, avete solo questo, e la caponata, specialità della casa, e infine la pastiera, anche questa non male credo. E le vostre bottiglie di Aglianico, molto apprezzate da Paolo. Poi, abbraccia la donna con uno slancio improvviso di pietà e di tenerezza: “Sai cosa facciamo? Dormiamo assieme io e te, e i due maiali fanno altrettanto. Tutto lo schifo degli uomini tra loro, senza pudore. Perché Paolo me l’ha confidato che con me si controlla. Per fortuna. Voglio vedere”. Ester scuote la testa, e si rimette a singhiozzare. La proposta le sembra assurda.

Può durare una notte, quel gioco, non di più. E la presenza di Lina? Cosa dire alla ragazzina, sempre più carina. Le stringe la mano con foga: “Come se si fosse innamorato di Lina, di tua figlia, lo capisci questo? Che poi lei ha già diciott’anni, no?”. Matilde inizia a dispiegare la bella tovaglia di lino, dopo aver tolto tutto quello che c’era sopra, aiutata dall’altra. E le posaterie d’argento, e i bicchieri di cristallo e il porta pane dorato, regalo della suocera per i suoi cinquant’anni, portati da vincente”. Un vento minaccioso si leva ad un tratto, rischiando di far volar via i bicchieri di carta, con i salatini dentro. Lei scruta il cielo rannuvolato e sentenzia con gravità: “Sta affoscando. Non vorrei dover mangiare dentro, con questo caldo”. Subito dopo, mentre sistema meglio le sedie alte di ferro battuto che contornano la tavola, e fissandola con aria provocatoria: “Se vuoi, posso procurare a Fulvio uno dei miei mini appartamenti che ho ancora liberi a Venezia, se vi separate. Tu resti nella casa, che è tua del resto, cioè della tua famiglia, e lui se ne va, ma non sulla strada, piuttosto in una soluzione decente. Per l’affitto gli farò un prezzo di favore. Così non ci sono rotture drammatiche. Un’uscita civile, no?”.

Al che Ester, mentre taglia le baguettes, precisa con rabbia: “Ma lo sai che il professore ha avuto il coraggio l’altra sera che gli davo del ladro di sentimenti e di ingrato, con tutto quello che io e i miei abbiamo fatto per lui, ha avuto il coraggio, no scusa ascolta tu, di chiamarmi cancerogena perché vendiamo sigarette da tre generazioni. Che oggi sono le elettroniche che vanno per la maggiore. Un coraggio! Ci vuole coraggio. Sono state le mie sigarette a mantenerlo mentre faceva il dottorato, e poi a pagare sempre tutto. Perché con il suo stipendio. Lascia perdere”. Matilde le consiglia di non tormentarsi e di studiare piuttosto sul cellulare gli orari dei treni da Napoli per Venezia. Loro li avrebbero portati alla stazione, anche se da Palinuro era lunga. Ma Ester non intende farla finita con i lamenti: “Una bambina bruttarella. L’ho vista nella foto di classe, durante la pizza di fine anno.

Gli occhi bassi da santarella, falsa come il demonio. Cosa ci troverà mai? Leggono il Simposio spiandosi e trattenendo il pianto di gioia. Perché io sono solo una tabacchina, vero? Beata te, cara mia, che Paolo è un grande architetto, e non ha bisogno del tuo denaro, del denaro dell’agenzia immobiliare. Siete belli, ricchi, avete la Lina stupenda. E Paolo, lasciamelo dire, se non te lo pippavi tu, me lo pippavo io. Così alto e magro. E la barba perfetta, e quel pelo, e tutto lo scuro del volto. Certe notti, sai, me lo sogno anche. Lo scorso anno in spiaggia le donne se lo mangiavano con gli occhi. Fulvio ha i brufoli e la pancia ed è pure un po’ strabico. Anche questo non è giusto. Tutto a te, e a me niente. La nostra relazione di coppia, invece, come mi ricorda spesso il porco, è, come dice?,ah sì, una mésaillance che non poteva funzionare. Lui finge sempre di conoscere le lingue straniere. Una recita.

Ma uno che insegna Platone al liceo e una semplice tabacchina, figlia di tabacchini. Non può durare. E sono vent’anni, in realtà”. Matilde dalla cucina vicina sorride nervosa: “Toh, toh, senti sta suora! Non sapevo ti gustasse tanto Paolo. Guarda un po’! Stai lontana da noi. E dici troia alla ragazzina! Come si chiama la troietta, a proposito?”, e corre ad abbracciarla, divertita e insieme anche un po’ spaventata. Sì, devono davvero andarsene quei due, prima possibile. Se no, la loro vacanza di pochi giorni a Palinuro, prima del convegno milanese di Paolo, è chiaramente rovinata”. Le spettina i capelli lunghi e avverte un odore stantio. “Ohi, ohi, da quand’è che non te li lavi questi capelli, troppo neri per essere veri?” e ride convulsa. Ester respinge quell’abbraccio insistito che le fa male ad una spalla, dove da tempo soffre per un’artrosiinvincibile.

Ma l’altra grida esultante: Eccoli, stanno tornando! Li vedi?”. Indica i due uomini che discutendo sono arrivati ormai sotto la terrazza, prossimi a salire”. Le va di nuovo vicino e come gemesse le sussurra: “E se invece lo perdonassi, il tuo Fulvio?Piangere con lui, no? Saresti creativa, non scontata. No, lasciamiparlare. Un dono insperato. Il perdono. Te lo ritroveresti accanto. Il filosofo, è un professore in fondo, ricordalo. Rispettalo. Butti via tutto, l’acqua sporca e il catino. Salva almeno questi vent’anni”. Ester si morde le labbra dal dispetto. Dunque, l’amica non è dalla sua parte. Vorrebbe darle il nome della ragazza crudele, ma poi la sente sbraitare, mentre due ombre si profilano a togliere luce alla lampada arancione, nel frattempo accesa ad accogliere la serata, doppiata dalle lucine delle candeline distribuite dappertutto a combattere le zanzare: “Ehi voi due! Vi abbiamo visto mentre pisciavate beati! Roba da finire sui giornali. Che neanche i bambini fanno più così”, e intanto sghignazza con violenza, compiaciuta della propria vita.

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Paolo Puppa, già direttore di dipartimento delle arti e professore ordinario di storia del teatro a Ca' Foscari di Venezia, è scrittore, commediografo di largo successo.
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