Franca ha protestato a lungo, ripetendo di essere troppo stanca per continuare con quei ricevimenti inutili. Lui a dire che non si trattava però di una festa come le altre ma piuttosto di un rito di passaggio, sforzandosi nello stesso tempo a spiegarle il significato di termini troppo colti per lei, pensionata baby a 40 anni, un decennio fa. Perché era un’opera di misericordia e di solidarietà invitare la vedova, ancora sbalestrata dalla tragedia, e mostrarle che nulla cambiava per loro due e i loro amici, di fatto i colleghi più seri e autentici. Ma certo quella morte apriva tante porte e dischiudeva una ridda di opportunità per lui, per il padrone di casa. Bisognava cavalcare l’onda, impossessarsi del momento doloroso e trasformarlo in una riflessione collettiva sulle mosse da effettuare per la sua chiamata in futuro per la cattedra. Sognava di pronunciare il discorso funebre nell’Aula Magna, tutti i professori in piedi, e largo spazio concesso a giornalisti e telecamere.
Ma a un semplice associato, anche se della medesima materia, storia spagnola, non era concesso, secondo le gerarchie vincolanti. Aveva partecipato a malincuore (ma guai mancarvi!) alla grande cerimonia laica, organizzata nell’androne a piano terra di Ca’ Foscari. Avevano parlato i vip, davanti alla bara immobile, coperta da cuscini e da corone di fiori rossi, indizio della collocazione politica del morto. Lunghi discorsi celebrativi inneggianti allo scomparso, destinato a restare nel cuore di tutti. Toni che segnalavano il senso di colpa in quanti continuavano ad esistere mentre il migliore se n’era andato. La vedova seduta nella fila davanti fissava il vuoto, come un’ebete. C’era una folla, e molti, troppi studenti. Alcuni persino commossi. Ma com’era possibile? Lui aveva guardato lo spettacolo, e gli pareva di essere un marziano. Di conseguenza, promuovere un piccolo incontro in casa diveniva quasi un suo risarcimento. Il problema stava nell’incertezza della risposta. Aveva invitato alcune autorità del dipartimento, considerate amiche o non sfavorevoli a lui, compreso il vice-direttore, con un tentativo maldestro di coinvolgere pure la figlia del rettore, borsista al piano di sopra. Sarebbero venuti? La vedova, era ovvio. Senza figli, trascurata dal marito in vita, era sola e chiaramente sarebbe accorsa. Non era necessario spreco di cibarie.
Bastava qualche salatino, pochi pasticcini, un prosecco di qualità. Senza grandi costi. Ma ora che la strada poteva risultare spianata allo scatto in avanti, con la chiamata e poi il resto delle procedure, bisognava pur festeggiare in qualche modo. O no? Si controlla la camicia che sporge dai calzoni. La pancia, che viene fuori sempre e non si rassegna alla cintura. Farà inserire magari uno o due buchi ulteriori nella stessa dal calzolaio a fianco di Ca’ Foscari. Quando, solo una settimana prima, l’aveva chiamato Arcuri, singhiozzando in modo tale che all’inizio lui non riusciva a capire cosa fosse successo. A fatica, alla fine, aveva decifrato il fatto nel groviglio di suoni penosi e soffocati e saputo che De Maestri, il Capo che imperversava non solo sulla loro disciplina ma anche su tutto e su tutti, colui che dominava e umiliava chiunque osasse opporsi ai suoi desiderata, insomma che Filippo De Maestri, nomen omen, specializzato nella Storia coloniale del Centro America, era morto a nemmeno sessant’anni.
Un incidente di macchina di notte appena fuori Torino (quello era là per l’ennesimo convegno che avrebbe diretto con autorevolezza) e sotto una gran pioggia, la Taunus ridotta a un cartoccio. “Pensa a lui poveretto”, aveva precisato sempre con candore l’Arcuri. Come reazione immediata, il cuore gli era quasi scoppiato per una gioia incontenibile. Non era stato facile, chiaro, celare l’entusiasmo e mettersi a recitare il compianto con il collega affranto. Poche e sobrie parole a manifestare la propria costernazione, una serie di frasi tipo “Non è possibile. L’ho vista l’altro giorno a Rialto che rideva felice”. Ma non si considerava un mostro per una finzione del genere. Nossignori. E quello scemo dell’Arcuri, del resto, non era una persona buona del tutto. Semplicemente, quest’ultimo aveva avuto il posto di associato di storia moderna in maniera rocambolesca attraverso una commissione pilotata da De Maestri. Appunto. Era solito infatti costui inviare bigliettini firmati con la locuzione, quasi una formula magica, “Te lo chiede Filippo”.
Con lui, al contrario, un comportamento ben diverso. Se gli era poco agevole dargli del tu e non chiamarlo “professore”. Era stato convocato, dopo vari tentativi, una mattina che veniva giù dal cielo una tempesta d’acqua, strana coincidenza, riflette, con l’incidente, per sentirsi sentenziare che poteva già “ringraziare Dio o chi per esso” di essere un associato. Vantava il “Te lo chiede Filippo” tra l’altro un suo personale ateismo, ed era iscritto alla congrega atei-agnostici o qualcosa di simile. Già, una carriera esplosa lontano dalla Curia, questo il suo gran merito. Un trattamento impietoso, senza alcun eufemismo, comunque nei suoi riguardi. Aveva aggiunto, nel congedarlo, che la sua strategia, cui si dedicava con tutte le forze, era una selezione naturale, darwiniana, tra i concorrenti. Quelli che lavoravano, che innovavano, che davano lustro all’Istituto, dovevano avanzare.
E lui intanto, che non rientrava evidentemente in nessuna delle categorie citate, farfugliava qualche obiezione, alzandosi con mala grazia e annunciandogli un articolo importante in dirittura d’arrivo su una ricerca condotta sui roghi delle streghe nella provincia padovana del Cinquecento, una risposta non polemica ma coraggiosa e autonoma al grande Carlo Ginzburg, De Maestri controllava sull’orologio l’ora e con lo sguardo sorridente ma impegnato a celare il proprio disgusto gli indicava la porta, da dove stava sbucando una delle più zelanti segretarie, la Marisa. E si mormorava che pure con quella l’ordinario di studi coloniali ci provasse con eccellenti risultati. Quei golfini di cachemire rossi attillati destavano in fondo anche la sua attenzione, di cinquantenne sessualmente dormiente, tra Franca aggressiva e le rabbie per l’avanzamento bloccato.
Era corso a casa, dopo un’orrenda lezione che aveva visto assottigliarsi il numero dei ragazzi presenti nell’auletta, dove aveva letto documenti noiosissimi senza alcuna vivacità o motivazioni nella voce. Poi, chiuso e protetto nello studio, mentre sentiva che le lacrime gli stavano scendendo copiose sulle guance, non riusciva proprio a trattenerle, aveva fantasticato su gesti clamorosi. Aspettarlo una notte fuori dall’abitazione della sua ultima amante e tagliargli la gola. Oppure spingerlo in un canale d’acqua bassa, e tenerlo sotto fino ad annegarlo. Contemplare i capelli tinti sparpagliarsi nell’acqua sporca. Insomma, l’unica era farlo morire. Oppure, una lunga lettera anonima alla moglie, con l’elenco dettagliato delle sue tante ‘morose’, anche se la donna era già informata e forse rassegnata all’andazzo. Tanto più che quei due là erano sterili, come lui stesso con Franca, dopo un aborto spontaneo. Non c’erano eredi di sorta. Erano quasi tutti sterili nel suo dipartimento. Strano! Lui lo ripeteva spesso, quando voleva fare il brillante, che Kant valutava i gesti individuali universalizzandoli. Se tutti facevano come lui e il De Maestri, che ne sarebbe stato del mondo? Mah! La gente non mostrava però alcun entusiasmo a quella battuta.
Alla fine l’aveva eliminata dal suo repertorio da utilizzare nei salotti importanti. Immobile nel suo studio, quella volta aveva compreso come simili ruminazioni fossero il segno di una disperata impotenza. Una prospettiva dunque impossibile a realizzarsi, che adesso al contrario era divenuta realtà. Aiuta intanto Franca a liberare lo spazio del salottino, spostando le poltrone grosse, e inserendo dalla camera da pranzo le sedie di paglia. Una decina di posti, forse sufficienti alla risposta degli invitati. Per ora, il campanello non sta suonando. Erano tutti in ritardo? L’odore delle pizzette, i vetri erano serrati per il freddo autunnale pungente, si faceva nel frattempo intenso. Franca, addobbata in uno strano vestito di velluto nero scollato, non faceva che andar su e giù in cucina, e sporgersi dalla finestra a spiare sulla strada l’arrivo di qualcuno. Niente. Quasi fosse una congiura. Oh, lui ricorda bene il viaggio fatto assieme al defunto a Roma, alla Sapienza. Quello viaggiava accigliato in prima classe nella freccia rossa, e lui che aveva il biglietto di seconda se l’era fatto cambiare dal capotreno, una volta accortosi che De Maestri stava solo e aveva poltrone libere al suo fianco. Una bella spesa, che non poteva essere rimborsata in quanto lui non era tra i relatori ma si recava là in cerca di contatti per l’avanzamento di carriera. Già, era legittimo non rassegnarsi ad andare in pensione da associato.
Aveva 51 anni e reggere altri vent’anni di subalternità e di signorsì non era possibile. Si era con qualche audacia autorizzato così a sederglisi di fronte. “Guarda la coincidenza”, aveva esultato con allegria mentre si sistemava la valigetta e il libro che teneva in mano a mo’ di trofeo. Uno studio di antropologia americano, aperto ad ostentare pagine annotate ai bordi. Ma quello, tranne un cenno di assenso col capo, a intendergli che non si opponeva alla sua pretesa di viaggiargli vicino, aveva ripreso a lavorare sul suo computerino, ignorandone la presenza in modo offensivo. Non era un amico, lui, non era un collega da anni di dipartimento, ma soltanto un conoscente estraneo alla sua vita luminosa, e non degno di alcuno scampolo di conversazione. Nemmeno parlare di concorsi, si poteva, nemmeno spettegolare, che era tanto riposante. Un viaggio costoso, risolto in un incubo. Perché poi appena sceso c’era un collega romano venuto alla stazione Termini, proprio sotto il treno, a prenderlo in quanto aveva la sua macchina parcheggiata. Nessuno slancio a presentarlo all’improvvisato chauffeur, a offrirgli un passaggio, a domandargli dov’era diretto. Meglio così, perché l’alberghetto a due stelle miserabile da lui scelto, lontano dal centro, non era il caso di farne pubblicità. L’aveva visto sparire, tra la folla degli arrivi e delle partenze, senza nemmeno un saluto. Anche quella era una selezione.
In cambio, era schiattato e lui era vivo. Altro che Darwin! C’era un Dio, in cielo o altrove, che ogni tanto si svegliava e ridimensionava i miscredenti. La madre di De Maestri era stata un’affittacamere, e il padre guardia giurata morto presto di cuore. Vero ascensore sociale, il suo, se aveva potuto per anni inviare a lungo messaggini tipo “Te lo chiede Filippo”. Adesso, finalmente, era ora, suonano alla porta e lui accorre felice, e si sporge trafelato e ansante sulle scale. Salgono in due, la Iolanda associata di storia inglese e Castri, vecchio assistente, ruolo in via di estinzione, che si appoggia alla donna perché le scale sono troppe, e si lamenta visibilmente. Lui guarda Franca e a denti stretti mormora “Chi cazzo li ha invitati? Ma è il colmo? Cosa ci fanno qua?”, per poi abbracciarli con tenerezza ringraziando di essere venuti. Iolanda, segaligna dai capelli corvini e bianco al centro, si sistema gli occhiali mentre grida “Ha voluto venire con me Castri. Non lo butterai fuori, spero. Era tanto triste. E io sostituisco la Piera, che si scusa ma ha una visita dal ginecologo.
Questione di donne”, e sghignazza. La Piera era ordinaria di letteratura francese, una importante che lo salutava sempre con attenzione e forse con simpatia. La Piera intima con i potenti della sua materia, dalla Statale di Milano alla Federico II di Napoli. Con lei doveva ragionare assolutamente delle prime mosse. Era ormai trascorsa purtroppo un’ora rispetto all’orario del breve incontro-ricordo. Si potevano, ma sì, ma dai, mangiare salatini e bere i prosecchi, belli grondanti del freddo del frigo, appena tolti. Sì sì, prima si cominciava, prima finiva. Ma la Franca, esasperata dagli umori mutevoli del marito, non faceva che lanciargli occhiate di fuoco a promettergli una serata, dopo, decisamente sgradevole.



