Umori

Paolo Puppa
Paolo Puppa
Paolo Puppa, già direttore di dipartimento delle arti e professore ordinario di storia del teatro a Ca' Foscari di Venezia, è scrittore, commediografo di largo successo.

Quando il Maestro Gallo aveva estratto a sorte i nomi delle coppie in classe per la gara delle parole, ogni volta accompagnando il gesto con il gridolino scanzonato “Vediamo a chi tocca adesso!”, lui era sobbalzato sul banco per la rabbia. Non si potevano mica discutere quegli abbinamenti? Era per caso Dio in terra il Signor Gallo, spilungone con il gozzo prominente che andava su e giù se si arrabbiava, sempre imbarazzato di stare in mezzo a colleghe donne nella scuola Diedo a Cannaregio, in campo San Felice, giù dal ponte davanti al piccolo canale? Tutte le coppie avrebbero dovuto trovarsi di pomeriggio per allenarsi alla gara del trimestre finale. Prospettiva davvero incresciosa. Perché non c’era possibilità di intesa con Guido Sozzani, il partner destinatogli dalla sorte crudele.

Quel cognome indicava già il personaggio, come amava ripetere a tavola ai suoi facendoli ridere, fieri di avere un figlio spiritoso. Sozzo, era sozzo Sozzani, già, un ragazzino molto cresciuto rispetto alla quinta elementare. E in più, come non bastasse, lui era un anno avanti, dunque più giovane dei suoi compagni. Però, portarselo a casa era chiedergli troppo. Quel Guido là stava sulle sue, cupo e arrabbiato con la vita. In compenso, in bagno dei maschi lasciava di solito odori pestiferi. “Non ti hanno insegnato mai ad aprire la finestra, prima di uscire?”, gli aveva chiesto sul muso, una mattina che stazionavano nel corridoio davanti ai gabinetti, perché pioveva e non c’era verso di uscire in cortile. Per tutta risposta, aveva ricevuto uno sguardo stralunato e stanco, e un’alzata di spalle. Aveva temuto, quella volta, di essere preso a pugni. Andare in casa Sozzani, dove era morto lo scorso anno il padre, con tutti quei fratelli? Assurdo! Dormivano in tre nella stessa stanza, aveva saputo, che orrore, specie d’estate con il caldo! Che vuol dire che erano fratelli?

Lui non apprezzava simili promiscuità e ci teneva ai propri pudori. Non per nulla, adorava la sua grande camera da letto, con doppie finestre che davano sulle palme e sui tassi del giardino, e la tata francese, Marie-Rose, che lo svegliava la mattina con il latte, i biscotti wafer e il dolce pigolare nella lingua transalpina. Non c’era modo di comunicare con quel bel tipo là, più alto di una testa, grosso e trasandato, e certo una zavorra poi nella competizione sulle parole. Doveva fare tutto lui, ovvio. Lui che in italiano era tra i più dotati nell’intera scuola, a detta del Maestro Gallo, e dunque. Ma non era giusto, e si era lamentato con l’insegnante di ginnastica, la Signorina Adele, sfigurata nelle vignette che le disegnava Arnaldo, nell’ultimo banco della classe, per via delle grosse tette divenute sulla carta veri e propri palloni da calcio oppure succulenti cocomeri. Il solo pensiero che riusciva però a calmarlo era la certezza che si era ormai nell’ultimo anno delle elementari, e che alle medie se ne sarebbe liberato. Aria, aria! In tutti i sensi, e sorrideva della battuta. Ma dirla a chi? 

Una mattina di domenica era andato al Circolo della Vela nell’isola di San Giorgio, da zio Piero che gli insegnava come stare a bordo e ogni tanto gli metteva in mano il timone a vento. Era figlio unico ma anche nipote unico e si sentiva protetto e coccolato da Piero, fratello di mamma, bello con i suoi calzoni bianchi di lino. E lui si era accorto che le eleganti signore se lo mangiavano con gli occhi, perché zio Piero non aveva mogli o fidanzate. Nel magazzino pieno di strumenti nautici, un vero arsenale, vicino alla darsena, e invaso dalla luce accecante della primavera avanzata, si sentiva la laguna a due passi, aveva scorto Guido con sua sorpresa.

Stava armeggiando attorno ad uno scafo, lungo lungo da entrare in parte pure nel magazzino. E subito l’aveva salutato con la consueta supponenza. “Cosa ci fai tu qui?”. E l’altro, come dovesse scusarsi, gli aveva spiegato con calma che faceva da mozzo e prendeva qualche soldino. Più che altro mance. E quel lavoro gli piaceva da matti. Stava in canottiera, che metteva in risalto il busto eretto e i muscoli alle braccia, nonostante la giovane età. Aveva occhi verdi e riccioli d’un nero fiammante che gli invadevano la fronte.  Ma lui aveva notato che era pulito e lavato, più che in classe, e che mandava persino un buon odore. Era sopraggiunto a quel punto zio Piero e subito tra quei due là si era instaurata una cordialità tra scambi di sorrisi e pacche sulle spalle.

Alla domanda dello zio se si conoscevano, lui era insorto precisando che non solo stavano in classe assieme, due banchi solo di distanza tra loro, ma che Guido era pure il suo compagno nella gara delle parole. E giù ad aggiungere, mentre Guido distoglieva lo sguardo altrove, annoiato da quei discorsi, che si trattava di completare dei raccontini interrotti, che quello era il metodo ingegnoso del maestro Gallo e c’erano premi per la coppia vincitrice a fine anno. Tornando a casa, in compagnia di Piero, quest’ultimo gli aveva raccontato che il padre di Guido apparteneva ad una grande famiglia triestina, un’azienda di vernici per barche, finita male per insipienza degli eredi, e l’uomo, entrato in depressione per la vergogna, era poi morto. C’era chi parlava di suicidio, o di psicofarmaci presi in eccesso, che poi era lo stesso. E lo zio gli aveva raccomandato riservatezza, per carità. 

Così, il pomeriggio successivo quand’era entrato nel suo salotto, l’aveva accolto con un misto di entusiasmo e di ammirazione. Non gli era chiaro cosa dovesse ammirare in quel ragazzone cresciuto troppo. Arnaldo del resto, nella sua mania precoce del sesso, garantiva che tra le gambe Guido aveva un affare enorme e indicava con mani il prodigio. Se aveva solo 12 anni, com’era possibile? La frase narrativa da completare era “C’erano troppi dinosauri quel tramonto”, e intanto la cameriera portava gli yogurt alla frutta e coppe di ciliegie. Bisognava darsi da fare e non perdere tempo. Allora aveva proposto una storia che li coinvolgesse in qualche modo, iniziando a scrivere man mano. C’era, ma sì, ma sì, una bella famiglia, composta da quattro figli, come si chiamavano i suoi fratelli? Quei dati doveva inserirli lui, non era difficile. Il padre, un celebre avvocato, invece, era il suo, “principe del foro” a Venezia, terminava l’informazione con orgoglio. Ma Guido continuava a fissarlo con fastidio, finché messo alle strette da richiami insistiti, aveva reagito sbottando “Non me ne frega un cazzo di sta roba!”.

Al che lui era saltato in piedi, sibilando indignato che quelle cose non si dicevano a casa sua e che poteva pure andarsene. Ci pensava lui a finire il racconto. Non l’avrebbe tradito con il Maestro Gallo. Solo che il giorno della gara non garantiva più di coprirlo. Perché avrebbero visto tutti che quello non si impegnava e che se ne stava fuori dalla competizione. Insomma, il caro Guido avrebbe rischiato grosso all’esame. Alzava il tono, davanti agli sbuffi astiosi ed esasperati del ragazzo. Gli pareva ancora più grosso del solito, quel corpo tanto vicino da sfiorargli il braccio. Purtroppo, gli odori sgradevoli erano tornati tutti a ferirlo. Solo gli occhi verdi mandavano una dolorosa luce di smeraldo e lui, chissà perché, quant’è strana l’esistenza, nel momento stesso in cui di fatto lo cacciava di casa, avrebbe voluto abbracciarlo. Anzi, aveva accennato al movimento, aprendo le sue braccia e soffiandogli “So tutto del tuo povero papà”. Al che Guido, come una belva in gabbia, gli aveva sferrato un pugno sul mento facendolo capitombolare sul tappeto, e domandandogli beffardo, come una sentenza senza appello “Ma sei frocio?”. Un colpo violento, un male atroce. Lo vede schizzar fuori, sbattendo la porta d’ingresso.

Si rialza a fatica, una voglia irrefrenabile di correre dalla madre a gemere sull’ingratitudine del compagno. Invece si fa forza, si riassetta, raccoglie i cocci del piattino rotto con le ciliegie sparse a terra, il tutto travolto dalla sua caduta. Se ne va nel terzo bagno, quello non finestrato del piano terra. Accende la luce, e scorge un viso terreo, e un rossore evidente dal mento alla guancia sinistra. Dovrà giustificare in qualche modo quei segni. La madre se la ritrova agevolmente, seduta nel gazebo prospiciente il giardino, con le magnolie che si affacciano sicure di sé sui vetri. Sta mettendo a posto delle foto. “Com’è andata oggi con l’orfano?”, gli chiede scuotendo la testa davanti ad immagini che secondo lei non risultano adeguate all’album che intende preparare per la festa della nonna irlandese. Sempre tanto bella sua mamma, i capelli ramati raccolti nello chignon, i lineamenti minuti, e l’assenza di petto che lo tranquillizza, dietro l’incubo delle caricature di Arnaldo. Bella soprattutto quando a cena ordina alla cameriera di portare il “potage”, e il papà, avvocato insigne, la contempla soddisfatto. D’estate andranno tutti in Irlanda, a Galway, dalla nonna, a passare un mese sotto la pioggia che martella i prati e li rende setolosi e verdeggianti come il mare. E lui dovrà verificare i progressi con l’inglese.

Per fortuna, la donna sta china sopra le foto e non lo guarda. Così lui può sottrarsi e allontanarsi sospirando “Oh quello là? Meno male che tra un mese questo strazio è over”. Poi si ritira in camera sua. La storia la finirà in pochi minuti, stasera. Bisognerà in qualche modo cancellare quel rossore dalla guancia. E intanto ripensa all’episodio e con ribrezzo di sé si accorge di essere grato a quel mostro. No, non può portar rancore a Guido, all’orfano maledetto, come lo chiama di nascosto Arnaldo. Guai se quello lo sentisse. Capace di tagliargli la gola. Guido è così naturale, così schietto, così fisico. Un fratello come lui ci vorrebbe. Tutta la sua vita sarebbe migliorata. Sì. E sente le lagrime che vorrebbero uscire. Perché tra un mese si separeranno e non lo incontrerà più. Non può che correre nel bagno personale, e si lava la faccia intimorito dal futuro che lo attende ed esausto in tanta confusione.      

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Paolo Puppa, già direttore di dipartimento delle arti e professore ordinario di storia del teatro a Ca' Foscari di Venezia, è scrittore, commediografo di largo successo.
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