Sin dai tempi della Vita Nova Dante aveva pensato ad un grande poema di carattere allegorico, nel quale Beatrice fosse l’immagine allegorica della rivelazione divina, mentre una donna definita gentile rappresentasse la forza della filosofia. Ma le vicende della propria vita e – contemporaneamente – la dura realtà delle lotte politiche a Firenze, oltre l’ambizione senza limiti della Chiesa di Roma e, naturalmente, il fallimento totale dei tentativi di restaurazione imperiale, lo avevano condotto ad una nuova prospettiva culturale e, soprattutto, storica. Si era così convinto definitivamente che proprio Beatrice, dall’alto del cielo, continuasse a dargli consigli, ad ispirare direttamente le sue scelte culturali, spronandolo a dare un segno definitivo della propria volontà di offrire a tutti gli uomini, attraverso una ricostruzione quanto mai realistica e fedele del bene e del male.
Doveva essere la strada della salvezza dell’umanità. Si andò così formando, nella sua mente, un progetto destinato a diventare un messaggio universale, tramite un percorso denso di esempi reali, attraverso i luoghi della punizione, dell’espiazione e della salvezza eterna degli uomini; un messaggio tale da indirizzare tutti gli uomini alla speranza di un rinnovamento spirituale e definitivo.
L’importanza dell’allegoria in re
Per potersi avvicinare con sufficiente capacità di comprensione al poema di Dante occorre – in primo luogo – accettare per intero una concreta e sincera comprensione dell’allegoria medievale. Senza una sufficiente capacità di decifrazione dei diversi sistemi in uso nell’elaborazione del discorso allegorico nel Medioevo, non è possibile procedere all’analisi critica del poema.
Sin dalle sue prime opere, Dante aveva chiaramente dimostrato la propria insoddisfazione nei confronti degli scrittori e dei poeti che non sapevano assolutamente cogliere l’importanza dell’allegoria. In effetti, sia nelle canzoni maggiormente affini all’impegno filosofico, come nella stessa Vita nuova, il poeta si era servito dell’allegoria, seguendo i canoni della cultura del suo tempo. Del resto, le più importanti opere medievali erano sicuramente la rappresentazione di eventi ed episodi del tutto inventati, che avevano l’unico scopo di adombrare una verità morale da perseguire.
Al riguardo, infatti, non possiamo dimenticare che la medesima cultura medievale era stata completamente dominata dall’influsso platonico che, naturalmente, escludeva la verità dal mondo reale, interpretato come una rappresentazione del tutto imprecisa e imitativa della vera realtà, che era presente solo nel mondo delle idee. Platone aveva escluso completamente l’importanza dei poeti che – secondo la sua visione filosofica – erano incapaci di comprendere il vero volto della realtà. Parimenti, il mondo medievale non aveva saputo trovare risposte più adeguate alla lettura allegorica degli eventi per far accettare moralmente la presenza della poesia. Nel tempo, dunque, si era sviluppata una forma allegorica piuttosto semplice e di facile comprensione, che veniva seguita tanto dai poeti che dagli scrittori in prosa. Si trattava di un sistema piuttosto chiaro da interpretare, che consisteva fondamentalmente nella capacità di costruire una veste letteraria quanto mai fittizia ma, al tempo stesso, molto attraente, che rimandava a un senso morale insito nel racconto stesso. Ciò costituiva una sorta di copertura ideale del testo.
Dalle opere di Ovidio Dante aveva imparato che esse rappresentavano un enorme giacimento di letteratura del passato, da cui attingere a piene mani. Dalle belle favole nate intorno alle vicende più o meno sentimentali dei protagonisti ricavava una verità (ben chiusa sotto la veste letteraria), ovvero una verità di ordine morale e filosofico. Era una tecnica che conosciamo bene e che era presente nel mondo classico. Anche il cristianesimo aveva finito per accettarla, perché sembrava che solo in questo modo fosse possibile dare spazio al mondo della poesia. Nel mondo medievale, d’altronde, restava la convinzione che solo l’attenta e giudiziosa ricerca filosofica potesse dare importanza e lustro alla vita culturale. La poesia aveva affermato l’unico modo di rappresentare il mondo, secondo un criterio che tendeva – fondamentalmente – a liberare gli uomini dalla schiavitù di certe passioni, raggiungendo così un equilibrio che permetteva di evitare di incorrere negli errori e nelle peripezie dei personaggi rappresentati.
Da queste premesse, teoricamente, derivò anche l’opera più rappresentativa del XIII sec. d. C., “Le roman de la rose”, che restò per molti decenni come l’espressione più completa della letteratura medievale. Dante, però, comprese subito che occorreva trovare una nuova forma di rappresentazione artistica attraverso una poesia nuova, grazie alla quale fosse possibile, finalmente, mettere da parte la funzione allegorica che arbitrariamente ogni singolo poeta assegnava – secondo un procedimento intellettuale – ai propri personaggi. Il sommo poeta, infatti, studiò a lungo il problema e cercò la strada letteraria più agevole per mettere definitivamente da parte la costruzione astratta che costituiva la base nella maggior parte delle opere del suo tempo. Fu così che rapidamente egli giunse alla certezza che occorresse eliminare ogni costruzione esterna per esprimere solo la concreta sequenza dei fatti, tenendo anche presenti le persone realmente conosciute, ritratte nella loro effettiva personalità e prive di false motivazioni, cioè decisamente vicine alla realtà umana.
Una volta conseguito il disegno di raccontare poeticamente una parte concreta della propria esistenza, vissuta all’interno di un’esperienza di carattere religioso del tutto reale, fu facile per Dante mettere da parte l’allegorismo medievale. Pensò allora di raccontare un viaggio effettivamente svolto, rappresentare con estremo realismo la personalità di centinaia e centinaia di uomini, di donne realmente vissute. Si trattava in altri termini, di persone còlte negli aspetti fondamentali tanto del loro peccato quanto del loro pentimento o – ancora meglio – nella pienezza del premio della vita eterna.
Durante gli studi a Firenze Dante aveva conosciuto il pensiero dei Padri Vittorini e di Riccardo ed Ugo di San Vittore, autorevoli studiosi della grande Abbazia nel centro di Parigi che avevano più volte ribadito la presenza diretta dell’opera di Dio all’interno della vita degli uomini, tanto nel bene quanto nel male. Significativa era stata la frase seguita, poi, da molti pensatori religiosi che indicava il mondo quale opera segnata dal dito di Dio. È chiaro che in questa affermazione ravvisiamo la presenza forte di Agostino e, naturalmente, anche di Cicerone. Diventa così molto più semplice comprendere fino in fondo la spiegazione che nella lettera a Cangrande della Scala, dedicandogli i canti del Paradiso, il poeta volle dare della sua scelta allegorica. Qui chiarì, infatti, che tutto il suo poema doveva essere interpretato così come veniva letta la Bibbia, o meglio, secondo le regole espresse dai due grandi teorici, i quali ritenevano che le vicende del libro sacro fossero di assoluta certezza storica, da interpretare seguendo la lettura diretta dello scritto. Infatti solo così essi potevano acquisire, poi, un valore morale di natura allegorica.
In definitiva, la Comoedia di Dante, così come la narrazione biblica, narra fatti realmente accaduti e assolutamente veri, che però assumono un valore assoluto che investe l’intera umanità. Come possiamo ben capire, si trattava di una seconda di forma di allegoria ben più profonda, profonda e sicura. Era l’allegoria in rebus o in re, tipica delle scritture sacre; mentre invece l’allegoria in verbis era quella dei poeti e tendeva soltanto a inventare belle favole. Pertanto, tutta la Comoedia, tranne i primi tre canti, narra eventi reali e concreti, privi di qualsiasi forma di contaminazione personale e umana. Ogni episodio esprime un significato definitivo del destino dell’uomo. Da una tale impostazione emerge chiaramente che la Divina Commedia, al pari della Bibbia, narra fatti reali da accettare nella loro forma completa e definitiva ma – al tempo stesso – coglie in pieno la volontà del Poeta, che si esprime come un giudice universale della vita dell’uomo di ogni tempo, nel bene e nel male, rispettando la legge di Dio.



