Le promesse

Paolo Puppa
Paolo Puppa
Paolo Puppa, già direttore di dipartimento delle arti e professore ordinario di storia del teatro a Ca' Foscari di Venezia, è scrittore, commediografo di largo successo.

Lo vede entrare in camera, ansante e tutto teso. Si sente sollevato. Perché avere vicino suo fratello, in quei momenti strani, lo rincuora. In fondo, lui ha solo sette anni e non capisce cosa sta succedendo di là del muro. Giorgio si spoglia, intanto, si infila il pigiama, e gli intima col dito di stare zitto. Sissignore, soprattutto deve tacere. Gli occhi del ragazzo paiono incattiviti. Si vede nondimeno che è turbato e non sa bene cosa aspettarsi da quel trambusto. Si pone vicino alla parete, e qualcosa infatti arriva dalla stanza dove dovrebbero dormire i genitori. La voce del padre si sente in qualche modo, ma sembra appartenere ad un’altra persona. Qualcuno avvilito, infantile nel suo lamento: “Come hai potuto? Come hai potuto? “, al che la madre in un soffio con un tono spaventato: “Mandami via, se vuoi. Mandami via. Mi sa che è l’unica”. Lui si avvicina al letto del fratello, e gli domanda cosa mai stanno dicendo. “Sono sempre loro, vero?”. Subito Giorgio con una smorfia di esasperazione, alzando il braccio come a colpirlo, gli fa cenno di non muoversi e di non far rumore. E di nuovo il pigolio del padre si manifesta quasi in forma di pianto: “Ce l’ha più grosso del mio, è per questo, ce l’ha più grosso?”. A questo punto, lui scuote un braccio del fratello, pretendendo di venire informato su quella situazione misteriosa.

Nasce ben presto un alterco tra di loro, frenato da Giorgio che gli ordina di entrare sotto le proprie coperte, cosa che fanno entrambi sull’istante. Un attimo dopo irrompe nella loro cameretta il padre. La faccia stravolta e sudata, i bei capelli biondi arruffati, in canottiera e in mutande. E urla perentorio. “La piantate di fare casino, voi due, eh!”. Non ha mai visto suo padre in quello stato, sconciato nell’abbigliamento tanto da parere nudo. Che fine ha fatto il camice bianco, sempre lindo, con cui si mostrava nell’ambulatorio di Santi Apostoli, quando la nonna portava i nipoti a fargli la sorpresa per il suo compleanno?  Persino i muscoli del petto, che all’inizio lui credeva fossero le tette dalla mamma, invece frutto dei tanti esercizi serali della piccola palestra in soffitta, attrezzata con pesi, astrusi macchinari e persino un tapis roulant, ora si esibiscono flaccidi. Ma tra il dottore e il primogenito si instaura immediatamente un’intesa fatta di colpi d’occhio solidali.  La promessa di addormentarsi quanto prima, con calma, nonostante quello che sta scoppiando a pochi metri di distanza. Del resto, Giorgio ha tredici anni e dunque in grado di decifrare un simile enigma. Riesce a convincerlo a uscire, giurando che non si faranno più sentire. Ma in canbio il piccolo piagnucola: “Sta male la mamma? E tu non puoi guarirla?”. Il padre lo fissa stralunato scuotendo la testa con rabbia.

Il fatto è che lui vorrebbe sapere se potrà ancora addormentarsi nel primo pomeriggio, dopo il pranzo, abbracciato stretto alla donna che tende a chiamarlo il suo Pollicino e gli racconta sempre quella storia magica che non lo stanca mai. Specie gli stivali delle sette leghe lo entusiasmano, facendolo lottare con il sonno.  La madre gli ha garantito che riprenderà presto, magari domani stesso, a occuparsi delle vicende dell’Orco e delle orchesse. E adesso, invece, in quell’atmosfera di guerra che ne sarà di Pollicino? Perché le promesse si devono mantenere, ne va del nostro onore, della nostra credibilità.  Questo gli hanno insegnato a casa e nella scuoletta delle Suore. Insomma, lui si aspetta che il giorno dopo andrà a dormire, stringendosi alla schiena di sua mamma e la sentirà sussurrare le prodezze del suo eroe, Pollicino appunto, prima di chiudere gli occhi nella luce pallida del pomeriggio invernale. Una volta uscito il padre, e non appena i rumori sono ripartiti, più forti e concitati di prima, mescolati a gesti violenti, l’uomo, è evidente, spinge e non lascia tregua all’altra, lui si getta sul letto del fratello, e non desiste davanti alle sue proteste ansimanti. “Come con la mamma, faccio come con la mamma, quando non riesco a dormire”.

Giorgio gli ficca deciso una mano sulla bocca, e lo accoglie nel letto caldo, mormorando con disgusto “Guai se fai puzzette”, al che il piccolo ribatte deciso “Le tue sono tremende, le tue”. Poi, dopo una serie di frasi che filtrano in gran parte rese incomprensibili dalla foga e dai colpi che le accompagnano, lui col naso schiacciato sull’ascella già pelosa di Giorgio bisbiglia “Cosa vuol dire ti ho preso dalla strada e sulla strada ci torni?”. Il fratello lo guarda pronto a picchiarlo se non la smette di agitarsi. Non sono cose per lui, quelle. Passeranno, come il temporale quando grandina sulle finestre e nonna Ida si mette a pregare perché quei sassi di ghiaccio non spacchino i vetri più esposti e indifesi. Allora Pollicino riprende con le domande smozzicate e gli chiede se davvero la mamma dovrà andarsene. E intanto, dall’altra parte della parete piena di foto incorniciate della Venezia primo Novecento, si ode, e chiaramente stavolta, come un grido dell’uomo: “Ah dunque qua, proprio su questo letto l’avete fatto? E se Maria vi sorprendeva, mentre entrava a fare i letti? No, no, te ne devi andare. Non ti voglio più qua, vicino a me. No, non è più possibile”. La donna si sta alzando e trascina fuori qualcosa. Si sta spostando in salotto, forse. E l’uomo, rimasto solo, piange come un bambino. Il dottore, il papà amato da tutti i vicini, dai condomini, la sicurezza per tutti, giovane e forte che a quarant’anni ne dimostra venti e tutti ce lo invidiano un medico così in famiglia. 

Alla fine si dorme, certo poche ore e nervose. Il piccolo attaccato come una molle escrescenza incastrata al corpo sviluppato del fratello. Alle sette, entra la madre nella loro stanza. Apre la finestra a sfiatare l’aria che sa di chiuso. Un pallore mortale le ha invaso il volto, un leggero tremito sulle labbra delicate. Lui le controlla il seno, stretto sotto il golfino di lana verde. Le tettine dove gli hanno detto che a lungo si è alimentato, succhiandole allo sfinimento. Non ricorda nulla, se non il piacere che prova ogni volta a guardarle. La donna li prega di fare presto, di raggiungerla in cucina che la colazione è pronta. Tutto secondo le regole quotidiane. Fra poco avranno il freddo della strada, la strada dove sarebbe destinata la madre, freddo mal combattuto dai cappottini che li attendono appesi alla parete d’ingresso. Del padre non c’è traccia però. La donna si piega con un’estenuata dolcezza verso i capelli del piccolo che sta bevendo il latte da una grande tazza. “Dai che ti porto io anche oggi”. E intende le scuole elementari delle Suore Imeldine, ad uno slargo dal campo vicino di San Canciano. Dell’altro, che la spia ostile, non osa occuparsi. Tanto Giorgio è abituato ad arrangiarsi e a percorrere, incrociando compagni di classe, la Strada Nuova che lo conduce alle Medie del Liceo Foscarini, il più glorioso Istituto cittadino. E al pomeriggio ci sarà pure la partita di calcio, nel cortile largo e quadrato del convitto. Ma Giorgio, per quanto simuli determinazione, sente le gambe molli oltre a una sfinitezza generale dopo l’orribile notte.

A pranzo, la madre non si vede. In compenso c’è Nonna Ida, col cappellino in testa anche in casa, gli occhiali spessi da diabetica, il trucco esagerato per la sua età. Maria, la cameriera nana con il grembiule che tocca il parquet, aiuta a portare a tavola il vassoio con la polenta e i canestrelli in umido, piatto che i ragazzi adorano, ma che adesso contemlano sbadigliando. “Su, su, da bravi. Ci ho penato per farvelo. Su, su. Tutto per voi. Noi abbiamo già mangiato, vero Maria?”. E la Tata alza uno sguardo di compassione, specie rivolto al piccolo. In quello stesso momento, si avverte il rumore di chiavi alla porta di casa e appare il padre affaticato. Prende posto a tavola e indica che vuole un piatto anche lui. Ha fame il dottore e intanto biascica alla madre che avrebbe una mezza idea di chiedere un trasferimento della sua mutua a Verona. Ripartire da zero. Il piccolo spalanca gli occhi e osserva le mosse di Giorgio. Baserà le sue reazioni su quelle del fratello. “Perché qua non possiamo restare, lo capisci? Impossibile”. Ida gli prepara la sua porzione di canestrelli e ordina del vino. “Attento, ci sono i bambini”. Ma lui insiste. “E me l’ha confessato lei, spontaneamente. Io non sapevo niente di niente. Ha voluto darmi anche i dettagli”: La vecchia insiste che ci sono i ragazzi. Ma il dottore mentre inghiotte forchettate dei sugosi canestrelli. “E sono stato io, povero scemo, a presentarglielo, a portarlo in casa per fare lavoretti di manutenzione. Bravo in tutto con le mani. L’ucraino. Io che li ho sempre difesi da Putin. Un giovane di ventiquattro anni. Piacente, ovvio. Ma sedici meno di lei.

E l’ho supplicata. Dimmi che ti ha costretto, così lo uccido o lo denuncio”. Si china sul piatto, e vuota in un secondo un bicchiere di vino bianco. “Nossignore, è stata lei. Lei a prendere l’iniziativa dopo un lungo sguardo prolungato tra loro, uno sguardo che non finiva mai, così mi ha spiegato”. La vecchia raccoglie le briciole del pane dalla tovaglia, e risistema la polenta rimasta sul vassoio di ceramica. Alza pure una mano nell’atto di benedire suo figlio “Ci sono i bambini. Cerca di controllarti”. Giorgio scruta il padre come volesse proporsi di accompagnarlo in una spedizione punitiva contro il giovanotto dalle mani d’oro. Pollicino viceversa resta chino sul piatto dove non ha toccato nemmeno uno dei suoi amati canestrelli. La voce del dottore ora si incrina “E dopo quei vortici tra le lenzuola, la signora ha capito che non mi ama più, così mi ha confessato sul muso. E io a invitarla a promettere di non farlo più. Già. Mi bastava mi promettesse di non ricascarci. L’avrei considerata una sbandata e stop! 

C’erano due figli, o no? La sola ragione per cui lui non l’aveva già massacrata di botte. Ma la signora, una vera signora, ha avuto il coraggio di spiattellargli in faccia che se anche non lo vede più, cosa ormai difficile per lei, anche se non avranno più rapporti di sorta, con lui, con suo marito, era proprio finita. La vecchia si prova a consolarlo, tornando indietro nel tempo: “Gigi, hai sbagliato a sposarla. Una senza famiglia, una para-infermiera, insomma una che puliva i culi lasciami dire, una ben contenta di lasciare il lavoro per farsi mantenere, te l’ho detto fin dall’inizio, lo so, ma è così, una che si fa mettere incinta per farsi sposare”. Gigi interrompe la giaculatoria respirando a fatica e svuotando il terzo bicchiere di pinot grigio ghiacciato. “Se tu potessi venire qua, mamma, (un’invocazione liturgica) in questi giorni, mentre preparo la pratica del trasferimento a Verona, almeno ci provo, Maria ti accompagnerà tutte le sere a casa tua, o magari anch’io e ci alterniamo”. “No, non sono mica Pollicino io, e non sono più nemmeno una bella donna. Cosa vuoi che facciano a una povera vecchia. Sono cento metri. Non ho bisogno di guardie del corpo.

Giro sempre senza portafogli. Non gli interesso ai ladri, io”. Giorgio nel frattempo decide che tra due ore rinuncerà a fare la partita. Pessima figura, la sua, ne è cosciente, ma non si regge in piedi e vede solo il suo letto, da occuparsi se possibile da solo. Il piccolo, invece, pensa alla mamma pallida, estenuata, i begli occhi azzurri tristi anche se non sanno piangere, la voce morbida e carezzevole, e le storie a puntate di Pollicino. Potrebbe venire qualche volta a dormire con lui di pomeriggio, le prime ore dopo la scuola. Ore così riposanti e protette. Non sarebbe giusto privarlo di quei tesori all’improvviso. Non ha fatto nulla di male, lui. Non è mica in punizione.  Nemmeno per sogno. Se sua madre manterrà l’impegno, se verrà regolarmente a cantargli e a contargli le puntate nuove, vuoi vedere che potrà restare da loro? Che suo padre tornerà quello di prima, paziente e tollerante? E dormiranno, anche se capisce che ci vorrà del tempo, ancora sullo stesso lettone. Ma sì, dai. 

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Paolo Puppa, già direttore di dipartimento delle arti e professore ordinario di storia del teatro a Ca' Foscari di Venezia, è scrittore, commediografo di largo successo.
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