Il filosofo ed il poeta più colto dello Stil novo

Silvio Mastrocola
Silvio Mastrocola
Docente di Letteratura italiana a Salerno con R.Montano negli anni 70/80; ordinario alla SM Nunziatella e commissario alla AM di Modena. Dal 1990 ad oggi è prof. a contratto al S. Orsola Benincasa per la Formazione primaria nella cattedra della prof. S. Zoppi. All'attivo numerose pubblicazioni.

Guido Cavalcanti, nato da una potente assai ricca famiglia, divenuta solo di recente nobile, può essere considerato come il più importante poeta della nuova scuola, prima di Dante. Determinato, come anche il padre, nella completa negazione della rivelazione cristiana, si impadronì con fermezza e chiara intelligenza delle dottrine arabo-aristoteliche, soprattutto trovando in Averroè le risposte necessarie alla sua ricerca. Divenne, pertanto, ben presto, il punto di riferimento culturale dell’intera città di Firenze. Ne è riprova, d’altra parte, anche la scelta compiuta da Giovanni Boccaccio, che gli dedicò una novella esaltando le sue singolari doti intellettuali e, al tempo stesso, cogliendo l’aspetto tenebroso del suo carattere, legato altresì alla consapevolezza di possedere strumenti dialettici di superiore levatura, tali da poter ironicamente mettere in ridicolo alcuni giovani cavalieri fiorentini che intendevano metterlo alla berlina. 

Guido divenne membro del Consiglio Generale del Comune di Firenze, ma poi dové lasciare la carica pubblica, in quanto era contemporaneamente nobile e magnate . Queste erano le regole che i nuovi Ordinamenti di giustizia del 1295 avevano imposto ai governanti di Firenze. Continuò comunque la sua lotta politica, sempre dalla parte dei Guelfi Bianchi, contro il partito dei Neri guidati da Corso Donati. I duri scontri del Calendimaggio del 1300 spinsero i Priori del Comune , fra i quali anche Dante, a prendere un duro provvedimento di esilio per i capi più violenti delle due fazioni. Fu quindi mandato in esilio in Lunigiana, a Sarzana, dove peraltro contrasse (a causa del mefitico clima della zona) – probabilmente – una malaria che lo condusse a morte molto presto, alla fine dell’agosto dello stesso anno. Guido Cavalcanti fu senza dubbio il primo vero amico di Dante che, tuttavia, si allontanò dalla filosofia giudaicoaristotelica, scegliendo di frequentare gli studia fiorentini, di chiara impostazione cristiana  e soprattutto tomistica.

Appariva chiara in lui la volontà di esprimere concetti elevati attraverso un linguaggio nuovo, moderno, lontano dall’uso tradizionale e soprattutto capace di cogliere i nessi e le relazioni complesse di carattere filosofico, usando una lingua molto severa, chiusa, assolutamente lontana dal linguaggio proprio dei poeti del tempo. Dobbiamo tener presente che Guido Cavalcanti intendeva esprimere delle concezioni del tutto lontane dai principi della cultura cristiana, verso la quale egli professò una singolare volontà di distacco ed in qualche modo anche di disprezzo, nella consapevolezza che il suo discorso poteva essere rivolto solo a persone capaci di interpretare la nuova filosofia e di accettarla come unica verità possibile. Da questa scelta ben precisa muove dunque la sua espressione poetica, che vuole rimarcare direttamente il proprio rifiuto di ogni ipotesi metafisica. Seguendo, pertanto, il dettato aristotelico, Guido riteneva che la perfezione per l’uomo, cioè quella che lui chiamava il buon perfetto, era la vita spesa nella indagine intellettuale continua e senza tregua. Invece l’amore sconvolge l’attività razionale e  contemporaneamente  impedisce all’uomo di continuare nella propria ricerca assoluta del vero. 

È chiaro, a questo punto, che per Cavalcanti l’amore conduce alla distruzione della vera vita ed è, in quanto tale, la morte. Infatti, l’amore resta nella sfera dell’anima individuale, chiamata perfezione del corpo, ma destinata solo alla vita dei sensi e viene pur condotta, rapidamente, alla morte totale insieme al corpo. Non è un caso che attraverso la lettura della sua canzone più importante, Donna me prega perché io voglia dire, Guido elimina completamente la lettura dell’amore già compiuta da Guinizelli, secondo la quale era possibile trovare una giustificazione alla passione amorosa. Guido Cavalcanti ritiene che l’amore sia la morte dell’anima razionale ed è quindi indegno di un uomo che voglia chiamarsi filosofo. Così facendo, l’amore diventava l’opposto della perfezione, perché impediva l’attività dell’intelletto, conducendo direttamente sia alla morte della ragione che alla morte fisica. Naturalmente non mancano altre poesie nelle quali Guido mette da parte questa sua singolare capacità poetica di esprimersi solo attraverso i concetti filosofici o i testi oscuri. Successivamente riuscì a trovare forme più morbide, più vicine alle tematiche usuali degli altri poeti.

E così, non mancano temi più gioiosi e positivi nei quali spicca anche la volontà di celebrare la bellezza e la lode della virtù della donna. Soprattutto nel sonetto che s’intitola Chi è questa che ven ch’ogn’ om la mira, Guido afferma la forza indicibile che emana dalla bellezza femminile. Di una certa importanza è anche la ballata detta della lontananza, Perché io non spero di tornar giammai, che molti critici fanno risalire all’esilio a Sarzana. Si tratta comunque di un tema del tutto tradizionale e, probabilmente, non deriva da un evento particolare concreto.  Qualcuno dei critici dell’Ottocento ha pensato, invece, che si tratti di un componimento da legare alla interruzione del suo pellegrinaggio a Santo Jacopo de Compostela. Il poeta, lontano dalla Toscana, invia alla sua donna una piccola ballata piena di presentimenti della morte, non necessariamente legati alla malattia contratta durante l’esilio in Lunigiana. Pertanto, Guido Cavalcanti è il poeta che meglio rappresenta la cultura del suo tempo, profondamente laica, del tutto opposta alle indicazioni della religione cristiana disposta ad ogni ricerca stilistica, capace di cogliere accordi musicali complessi in una dimensione profondamente aristocratica della letteratura. 

Nel concludere il discorso intorno allo Stil Novo, dobbiamo ricordare che Cavalcanti, indirizzando un sonetto a Guido Orlandi, poeta legato ancora alla tradizione toscana, attraverso un sottile gioco verbale, parla della filosofia come dell’unica salvezza dell’anima, facendola così diventare una sorta di divinità laica. Il discorso di Cavalcanti, peraltro, è stato seguito nel corso dei secoli da decine e decine di poeti, per i quali Il materialismo ateo era sicuramente l’unica forma possibile di approdo e di difesa per l’uomo che volesse dichiararsi saggio! 

Silvio Mastrocola
Silvio Mastrocola
Docente di Letteratura italiana a Salerno con R.Montano negli anni 70/80; ordinario alla SM Nunziatella e commissario alla AM di Modena. Dal 1990 ad oggi è prof. a contratto al S. Orsola Benincasa per la Formazione primaria nella cattedra della prof. S. Zoppi. All'attivo numerose pubblicazioni.
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