Per la cultura illuministica la musica rappresentava una sorta di punto debole per la sua indeterminatezza e per la mancanza di sicuri modelli scientifici.
I romantici la considerarono al contrario il segno distintivo di un’arte capace di superare tutte le altre. In essa infatti poteva trovare posto l’espressione più autentica dell’uomo. Non a caso infatti il poeta tedesco Heine affermò senza mezzi termini: La musica è l’espressione più autentica dell’uomo. Pertanto la musica romantica divenne la testimone più completo dell’Ottocento poiché si pose l’obiettivo di esprimere in maniera lirica le inquietudini, le alienazioni e soprattutto le pulsioni irrazionali della nuova società borghese e capitalistica. Fu così che il discorso musicale trovò una nuova strada che allontanava la musica dai noiosi passatempi della nobiltà per renderla invece occasione di manifestazioni pubbliche capaci di coinvolgere le masse e di spingere gli animi dei patrioti.
In questa direzione la musica si trasformò: da attività svolta su commissione divenne invece libera espressione artistica dei suoi autori che potevano offrire al pubblico modelli culturali nuovi e aderenti allo spirito del tempo. Innanzitutto va ricordato che le forme espressive abbandonarono la rigida normativa settecentesca e divennero irregolari, libere accettando variazioni di modulo e di timbro poetico. Innanzitutto cambiò completamente l’organico dell’orchestra. Nacque così la figura del direttore capace di allargare la composizione dell’orchestra con nuove forme di ottoni come le trombe i tromboni ma soprattutto con la presenza nuova e rilevante delle percussioni, portate all’eccesso dalla grancassa.
Contemporaneamente il pianoforte si trasformò in uno strumento di perfezione musicale, lo strumento di riferimento assoluto grazie alla varietà di gradazioni di intensità e di timbri di cui disponeva. La vera differenza è da ricercare nella sostituzione definitiva dei temi mitologici così cari alla cultura neoclassica con i soggetti storici che nascevano dalle vicende contemporanee, che toccavano da vicino le grandi aspettative delle masse ormai uscite da una sorta di minorità culturale presente anche nel mondo illuministico. Per la prima volta dunque appariva chiaro che il romanticismo poteva diventare molla di una vera e propria rivoluzione culturale grazie al patrimonio musicale e nazionale finora poco adoperato che si sposava perfettamente con le vicende moderne che i moti liberali avevano messo in moto.
Il melodramma
Il Panorama culturale e musicale italiana era dominato dal melodramma, chiamato anche opera lirica che aggiungeva la musica all’incanto delle scenografie con la superba azione del canto e la nuova straordinaria importanza della recitazione che naturalmente si rifaceva ai grandi modelli drammatici. Si trattava, praticamente, di un genere assai efficace soprattutto per la borghesia che finalmente cominciava a uscire dalla scarsa partecipazione alla vita teatrale degli anni precedenti. Sicuramente il nome di Gioacchino Rossini deve essere ricordato come l’autore capace di definire in maniera chiara e decisa il nuovo genere musicale.
Le sue opere infatti costituirono il vero e proprio modello di melodramma nella prima fase dell’Ottocento. Solo dopo pochi decenni fu la capacità drammaturgica di Giuseppe Verdi che rinnovò definitivamente gli schemi , costruendo un’efficace e duratura alternanza fra le parti libere e le parti fisse, costruendo per la prima volta scenografie sconosciute alla cultura musicale italiana. Giuseppe Verdi fu il primo ad accogliere le suggestioni e le ambientazioni sceniche del tutto sconosciute in Italia0. In altri termini come cercheremo di mostrare Verdi fu l’autore che rese il melodramma italiano uno strumento forte soprattutto in materia politica e storica.
Non dobbiamo dimenticare per altro che Verdi nelle sue prima opere non mostrava disprezzo per la società borghese ma ne condivideva gli ideali patriottici e liberali espressi in forma moderata. Dobbiamo senz’altro affermare che la sua grande arte fu proprio nella capacità di incarnare attraverso personaggi vivi e ricchi di passione la lotta ormai evidente fra queste volontà ideali e la forza della reazione che si opponeva e che impediva ogni forma di affermazione.
Giuseppe Verdi
Ritengo sia opportuno prima di inoltrarsi nella discussione teorica e ideologica dare uno sguardo rapido alle origini dei letterati e dei musicisti italiani nella prima metà del secolo decimo nono. Se infatti confrontiamo il palazzo dove nacque Vittorio Alfieri e ad esempio il tugurio in Borgo canale nel cuore di Bergamo dove nacque Gaetano Donizetti e meglio ancora la dimora principesca di Recanati del Conte Monaldo padre di Giacomo con la casa osteria di Roncole di Busseto di proprietà di Carlo padre di Giuseppe Verdi, ci rendiamo subito conto di quanto queste esperienze culturali di base contino più di qualsiasi commento spesso dettato dalla volontà di esprimere un giudizio di parte.
Dobbiamo essere chiari: nel contesto culturale italiano le condizioni anagrafiche sono determinanti per le scelte di grandi avventure culturali o di terribili sconfitte. Va subito affermato che almeno per tutto l’ottocento i musicisti italiani tranne rarissima eccezione nascono in condizioni esistenziali di povertà o quantomeno di stentata sopravvivenza. Probabilmente tutto ciò dipendeva dal fatto che nella concezione sociale propria dei regimi che precedevano la rivoluzione francese la musica occupava una posizione subalterna. Non è un caso infatti che i conservatori a Napoli nascono proprio per dare una possibilità sociale ai ragazzi di strada orfani, figli di nessuno, reietti della società. Anche Venezia presentava la stessa condizione.
I conservatori erano sostanzialmente aperti ai ragazzi delle classi sociali più umili e soprattutto più poveri. Non ci sembra inutile ricordare che addirittura nel 1877 quando a Roma per la prima volta fu istituito un liceo musicale i maestri della scuola dovessero a lungo lottare con la burocrazia del tempo per evitare che i loro corsi fossero aperti esclusivamente ai nullatenenti . Appare evidente come anche verso la fine del secolo scorso dopo l’avvenuta unificazione del Regno d’Italia il musicista era considerato come un giovane di buone qualità musicali ma necessariamente votato a una specie di vita limitata e comunque ai margini della società opulenta.
Naturalmente questo singolare concessione della musica nel mondo dell’Ottocento come servizio delle classi subalterne alle classi aristocratiche appare assai difficile da comprendere oggi nel mondo moderno. Infatti i compensi delle grandi stelle della musica sia lirica che anche leggera vanno molto al di là a volte dell’immaginabile. Ma questa necessaria puntualizzazione viene spesso rifiutata anche da parte di illustri critici letterari e musicali che non intendono accettare questa situazione di fatto che determinava una singolare differenza di situazione sociale fra i letterati ed i musicisti del passato. Molto probabilmente tale disparità di giudizio nasceva da una sorta di visione distorta dell’importanza della musica.
Infatti si riteneva che in effetti un musicista era per così dire un artigiano delle note incapace cioè di affrontare direttamente problemi sociali culturali legati al suo tempo. Subito va chiarito che molto più spesso è l’uomo di lettere , che emette giudizi privi di veri fondamenti e quindi lontani dalla realtà sulla musica . Infatti spesso essa veniva considerata come arte dell’istinto , una sorta di piacevole gioco di sensazioni piuttosto che una reale forma di cultura come del resto continuava ad affermare persino Immanuel Kant.
La concezione sociale e l’azione pubblica nell’opera di Giuseppe Verdi
Verdi è nella piena espressione del termine un autore drammatico. Nessun altro musicista tranne forze Beethoven nella Sonata a Kreutzer può essere paragonato alla sua forza emotiva. Verdi infatti sente il contrasto delle passioni si immedesima con i personaggi che lottano fra di loro e sa usare la musica con la stessa maestria con la quale Guglielmo Shakespeare usava la parola poetica, scegliendo di volta in volta la violenza o la più completa delicatezza. Le parole del libretto così come hanno scritto alcuni dei migliori critici musicali rappresentano il titolo che viene apposto un quadro: la bellezza è tutta nella composizione pittorica nella scelta di colori nella drammatica capacità di cogliere i contrasti e di renderli unici.
La parola ci aiuta solo a comprendere lo svolgimento dell’azione. Verdi compose le sue opere non come accompagnamento musicale di un testo letterario volle invece rivivere la sensazione di dramma che l’autore aveva realmente presentato. Ecco quindi l’atmosfera dolorosa della Signora delle camelie di Dumas o la terribile tragedia che Guglielmo Shakespeare aveva costruito intorno al personaggio di Otello. La sua musica è ogni volta espressione del movimento della passione del personaggio, si regola sull’azione . La mente dell’autore determina l’adattamento del libretto. Non è un caso , dunque che Arrigo Boito che ebbe nei confronti del maestro una sorta di venerazione alta , disse più volte che la sua intenzione era quella di anticipare l’immaginazione drammatica della musica di Verdi.
Fu così che compose dei libretti partendo dal punto di vista dell’arte verdiana che indovinavano i punti che il maestro avrebbe rimarcato o esaltato con la forza delle sue scelte musicali. Era dunque la musica che costruiva il dramma, i brani musicali divennero addirittura battute di un dialogo che di volta in volta poteva essere o tenero o violento. La musica di Verdi nasce dalla consapevolezza di dover costruire azioni complete che appaiono vive all’orecchio ma soprattutto al cuore dello spettatore.
Allo stesso modo la musica di Beethoven disegna itinerari eterei che la fantasia immagina o percorre con un volo della mente alato e senza fine. Ripetiamo il concetto fondamentale che è alla base dell’arte di Giuseppe Verdi: la parola del libretto , la rappresentazione scenica naturalmente possono essere assai utili per lo spettatore per cercare di seguire , di capire lo svolgimento del dramma, così come un titolo dato dall’autore aiuta meglio a comprendere il senso di un quadro. La musica è del tutto autonoma; è l’azione drammatica che si sviluppa secondo moventi inesauribili.
L’opera di Verdi, così come quella di Shakespeare rivela una vocazione drammatica che in un primo momento non lascia trasparire il sentimento ispiratore dell’artista . Ad una prima analisi l’attenzione di Verdi si rivolge soltanto allo scontro di coscienze , alla sconfitta delle ambizioni alla scelta eroica che va oltre la vita che va oltre l’umiliazione che si ribella. Per questo è molto forte capacità creativa. Alcuni critici hanno creduto che è l’arte del drammaturgo che si limita a contemplare la vita oppure intende celebrarla con le sue passioni coi suoi nobili impulsi ma anche coi suoi peggiori appetiti. La grandezza del musicista sta invece proprio nel suo interesse per la vita nella capacità di trasformare in musica i moti della coscienza. Il maestro possiede l’arte sublime di non far trasparire la propria specifica inclinazione anche di fronte alle passioni più fosche o all’inclinazione più tenere.
A me non sembra senza motivo accostare l’opera di Verdi alla natura vitalistica dell’opera di Honoré de Balzac. Così come il grande narratore francese costruisce il suo romanzo addentando praticamente i suoi protagonisti partecipando direttamente delle loro passioni delle loro imprese allo stesso modo Verdi coglie fino in fondo il senso più profondo di ciascuno dei personaggi dei suoi drammi. Sono convinto che Giuseppe Verdi avesse compreso fino in fondo la necessità di mettere finalmente da parte l’effusione romantica inseguendo un obiettivo chiaro e preciso. L’artista deve essere religiosamente fedele alla realtà, non deve cedere nulla alla fantasia.
Possiamo dunque affermare che rispetto agli artisti romantici Verdi è molto più severo, insegue la perfezione non concedendo nulla all’improvvisazione né al piacere del canto o l’insistenza della melodia.In lui tutto si muove in funzione rigorosa della situazione drammatica che intende tradurre in azione e musica. I critici che continuano a ripetere che in lui prevale il sentimentalismo il desiderio di commuovere sono in completo errore. Al grande musicista interessò solo la fedeltà precisa al dramma. La realizzazione artistica di Verdi si presenta dunque con una straordinaria novità e soprattutto come un singolare contributo alle importanti vicende politiche che l’Italia attraversava. Noi pensiamo che proprio nel tempo della maggiore affermazione di Verdi la cultura italiana era in qualche modo dominata dalla presenza ingombrante di Manzoni al quale peraltro egli dedicò una straordinaria messa da requiem forse la prima base concreta della italianità della nazione. Dobbiamo subito affermare che il sentimento religioso non appare mai nelle sue melodie. Verdi sa bene che deve restare nell’ambito di una vicenda tutta terrena alla maniera appunto dei grandi romanzieri del suo tempo.
La sua arte però non vuole essere naturalista; non vuole partecipare all’amore di Violetta o sentire l’orgoglio ferito di Rigoletto. Ciò che conta nella sua opera è che i suoi personaggi sono mossi da passioni umane: amore affetto di padre amore di patria gelosia dei quali da maestro conosce e rivela la nobiltà e contemporaneamente anche la bassezza. Il mondo di Verdi è un mondo di affetti profondi di odi che fanno ancor più risaltare la nobiltà d’animo e la generosità. L’artista non ha bisogno di dire nulla non deve commentare l’azione. Tutti sanno dov’è il torto e dov’è la giustizia. Verdi è il più estraneo al misticismo romantico non esalta l’irrazionale nella natura, nell’istinto . Ha fede nei valori morali, religiosi, negli affetti. Fu il vero poeta del Risorgimento.
Dopo Manzoni anche per lui l’amore della patria non ebbe mai nulla di esclusivo nè di chiuso. Infatti riuscì sempre a far sentire gli ideali umani patriottici, ma anche religiosi della miglior parte del romanticismo italiano . Se ascoltiamo ancora oggi il suo requiem scritto per la morte di Manzoni, ci rendiamo conto che siamo di fronte ad una delle più grandi composizioni della storia della musica. La musica ci spiega come Verdi amasse la bontà, la giustizia, la fiducia umana e soprattutto riconoscesse che queste qualità erano tipiche del Manzoni. La cosa più importante è poi il suo impegno religioso, potremmo dire verso la realtà , così come il romanzo per Manzoni era stata una forma d’arte in cui aveva potuto esprimere e manifestare il proprio sentire , aveva reso il lettore ben edotto circa le cose nobili o ignobili nel mondo che egli rappresentava alla stessa maniera.
La forma drammatica permette così di mettere semplicemente a confronto le passioni e le aspirazioni e gli inganni . Ma l’autore non vuole mai mettere in vista il suo pensiero. Ci rendiamo conto però che il riconoscimento di ciò che è nobile e bello nell’azione dell’uomo non può essere più esauriente. Per tutto questo il melodramma di Verdi rappresenta il punto di incontro del grande idealismo romantico e della scelta realistica del secondo 800.
Egli vuole mostrare la sofferenza la gioia nelle sue forme più elevate ammirevoli . L’opera di Verdi diventò così la grande scuola di umanità dell’Ottocento italiano. Una scuola rispetto alla quale anche i nobili esempi di eroismo di amor della patria del Risorgimento sembrano diventare poca cosa. Il maestro trova ciò che c’era di più alto nell’anima italiana più profonda a cominciare dalla metà del secolo quando compose il Rigoletto cioè nel 1851 fino al Falstaff la sua opera finale che è del 1893 non possiamo non capire che la sua opera è la manifestazione di una rigorosa ricerca quasi religiosa del vero. La sua fu una missione concreta realistica senza cedimenti al di là di ciò che qualsiasi altro poeta artista dell’Ottocento abbia mai avuto. Per la prima volta grazie a Giuseppe Verdi scompare il compiacimento melodico.
Non ha senso l’esibizione della bravura musicale non hanno valore le variazioni i gorgheggi. Tutto sparisce di fronte alla necessità di raccontare le cose come sono.La più grande essenzialità della musica riportata alla sua purezza assoluta diventa il segno distintivo della sua opera. E’ Verdi che mette dalla parte sbagliata il preziosismo di Rossini e la melodia fine a se stessa di Bellini. L’opera di Verdi è un puro dramma è un conflitto di passioni ideali è una grande lezione di affetto di umanità. Concludendo Verdi ha espresso il punto più alto del genere italiano nella musica e soprattutto ha trovato le note più alte dell’umanità e dell’arte .



