Alla fine del 1200 l’opera di Marco Polo segna l’incontro tra due civiltà, quella europea e quella orientale. Siamo ancora oggi convinti che – dopo 7 secoli – il Milione, che è concepito come un prontuario di mercatura, sia anche l’esempio fortunato di un trattato geografico che racconta la cronaca e le avventure romanzate, vissute dall’autore, e arricchite di un fitto repertorio di leggende orientali. Nello stesso modo, Calvino decide di scrivere Le città invisibili quando è a Parigi, dove si trasferisce nel 1967 e dove entra in contatto con gli strutturalisti e con gli scrittori sperimentali dell’ Oulipo. Resta talmente affascinato dai giochi combinatori e simbolici della letteratura che decide di scrivere questo romanzo abbandonandosi ai rapporti e alle infinite combinazioni, talvolta ambigue, dove ritornano invenzioni, parabole e apologhi raccontati da Marco Polo. Le 55 città inesistenti appartengono ad un catalogo visionario, metafisico, che è frutto della fantasia del mercante viaggiatore, al quale l’imperatore dei Tartari, Kublai Khan, ha ordinato di visitare il territorio infinito del suo impero. In realtà, quando Calvino alterna alle descrizioni delle città i dialoghi fra Marco Polo e l’imperatore ci rendiamo conto che si sofferma soprattutto sul tema della contrapposizione, che è di matrice non tanto politica, quanto etica, perché sicuramente si divide fra il sogno di una città perfetta e l’inferno dei viventi in cui – secondo quanto afferma Polo – l’uomo si trova immerso. Il solo fatto di affidare le descrizioni a questo viaggiatore antico e a Kublai Khan, ci fa capire che è affascinato dallo schermo di un’età atemporale e da due personaggi emblematici, che sono lontani dalla cronostoria dei pensieri e degli eventi del loro tempo. Accade, ad esempio, nelle città continue, quelle in trasformazione perpetua come la Trude, quando Marco Paolo parla persino del suo aeroporto e di una città moderna che è il simbolo di una cultura che si contrappone alla natura. Nella conclusione del romanzo, (CIT.) a Kublai, che lamenta che “tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale”, Marco Polo risponde che “l’inferno dei viventi è già qui e che ci sono due modi per non soffrirne, ovvero “accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più”, come fanno tanti, “oppure cercare e saper riconoscere chi e che cosa in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. La città di Leonia, come Trude, è l’allegoria estrema del negativo perché tutti i giorni rifà se stessa, semplicemente per liberarsi delle cose vecchie, ma non per desiderarne delle nuove. La percorrono strani angeli custodi chiamati spazzaturai, il cui rito quotidiano viene eseguito con rispetto e quasi con venerazione da tutti, perché consiste nel rimuovere i resti dell’esistenza. Ma i rifiuti non vengono allontanati di molto, perchè intorno alla città si accumulano detriti su detriti, che formano il nuovo paesaggio. Leonia è la città del consumismo, dello spreco indifferenziato, dell’immondizia che viene eretta ad emblema: la sua opulenza consiste non in quello che ha, ma in quello che butta via. In questa contraddizione, come in questo rovesciamento estremo dei valori, si nasconde il destino di tutto il mondo, per cui anche nella descrizione di Trude, Procopia, Cecilia e Pentesilea, che sono tutte città continue, non è assolutamente possibile distinguere il centro dalla periferia, perché gli individui che le popolano hanno dimenticato il significato della propria storia ed hanno perso, insieme ai confini del territorio, qualsiasi identità che sia degna di essere ricordata o riconosciuta. Sono tutte città anonime da cui è impossibile entrare ed uscire che – alla maniera calviniana – completano il ritratto di queste metropoli nella quotidianità dell’inferno, nella dimensione universale acquisita da ciascuna di esse. Nelle descrizioni di Leonia l’acrocoro è l’altopiano circondato dalle montagne, dove c’è tutto il pattume di questa città e dove ci sono le squame , cioè delle scaglie sottili, forse piastre o lamine di metallo o di altro materiale, che appartengono al suo passato e (CIT.) “si saldano in una corazza che non si può togliere, per cui le spazzature di ieri s’ammucchiano sulle spazzature dell’altro ieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri”. Più avanti Calvino parla del mondo intero, oltre i confini di Leonia, che è ricoperto da crateri di spazzatura, “ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche s’ammucchiano e sono bastioni infetti in cui i detriti dell’uno e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano”.
In queste liste prolungate Marco Polo varia il linguaggio: gli aggettivi sono impiegati in senso traslato, con punte quasi espressionistiche, che riproducono proprio il caos dell’esistenza: per Calvino scrivere questi romanzi meta-narrativi, equivale ad addentrarsi nel labirinto, in particolare quando dice che la menzogna non è nel discorso ma è nelle cose.
La descrizione del mondo nelle meraviglie del Milione si sofferma su ogni regione, in particolare sulle descrizioni del paesaggio, della flora e della fauna della popolazione con i suoi costumi e la sua religione, le monete e i suoi riti funebri. Sicuramente noi sappiamo che, grazie al Milione, l’immagine della Cina e, in generale, dell’Oriente si è fissata nell’immaginario collettivo europeo come un mondo pieno di meraviglie e di ricchezze. Nel Milione, ad esempio, Milice è una località in cui il vecchio della montagna ha fatto costruire in una valle, tra due montagne, il giardino più bello e più grande del mondo, pieno di canali d’acqua, dove scorrono miele e vino. Lo fa costruire come Maometto aveva descritto il paradiso, e il Veglio lo fa per accogliere i giovani che egli voleva che diventassero degli assassini. Perciò quando c’entravano, gli faceva bere dell’oppio e giovani si risvegliavano dopo tre giorni in questo luogo bellissimo. Il vecchio si era circondato di una Corte bella e ricca e faceva credere agli abitanti di quella montagna che quel giardino fosse veramente in paradiso. Perciò, quando il vecchio vuole far uccidere qualcuno, manda a prendere quello che è più forte e lo manda fuori, ad uccidere chi egli ha scelto. Così, i prescelti obbediscono volentieri perché, se ubbidiscono, tornano dal loro signore, in quello che pensano sia il paradiso; tuttavia, se sono catturati, desiderano solo morire, sempre e solo per farvi ritorno. Marco Polo racconta che molti re gli offrono tributi, perché hanno paura del Veglio della montagna, che ha creato sia il paradiso sia gli assassini. In realtà, secondo questa leggenda fantastica, esisteva un luogo segreto che era protetto da un castello fra le montagne dell’Oriente e questa leggenda, in particolare, era già nota ai lettori del Milione nel Trecento, perché già era stata più volte utilizzata dai poeti provenzali, come esempio di dedizione assoluta, e pure come un modello di fedeltà che l’innamorato doveva alla sua donna. Quando Marco Polo la riprende, racconta di quello che ha udito da altri, pertanto, è un narratore che scrive fra la leggenda e la realtà, amplificando il racconto con particolari enfatici, iperbolici, insistendo molto sulla creazione di questo giardino, che viene descritto allo stesso modo nel Corano.
E, ovviamente, lo fa per accrescere il fascino di questo Oriente favoloso tra i lettori.
L’esperienza letteraria delle città invisibili è, probabilmente, l’evoluzione aggiornata del 1967 del Milione, almeno per tutto quanto attiene quel gioco combinatorio di fantasia, il paradosso e l’ umorismo, che caratterizzano l’apertura europea della scrittura di Calvino. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che Italo Calvino si è formato in un ambiente ricco di stimoli, sia culturali sia politici: dopo la lotta partigiana, alla fine della guerra, lascia la Facoltà di Agraria di Torino per iscriversi a quella di Lettere; poi, dopo la collaborazione con il Politecnico e la fondazione del Menabò, a Parigi aderisce a quel Laboratorio di letteratura potenziale e crede nella letteratura come educazione e impegno etico.
L’aspetto filosofico e scientifico dello scrittore mira a creare nuovi significati, in una narrazione fitta di intrecci, di incastri che servono a definire queste città utopiche, eppure realistiche, le quali, secondo la lezione di Marco Polo, possono diventare esempi di trasformazioni possibili nella vita comune, perché rappresentano un segno concreto della conoscenza e, per certi aspetti, anche l’ integrazione di due civiltà tanto lontane, che erano state già attraversate sulla “via della seta” nel 1275, vent’anni prima del Libro delle meraviglie.
In un altro capitolo del Milione, più breve, cioè il capitolo 101, si parla di una virtù combustibile che appare prodigiosa agli occhi di un europeo, come il mercante veneziano. E’ il carbone, quelle che Polo chiama pietre nere, le pietre che bruciano: come egli scrive, è cosa vera che in tutta la provincia della Cina c’è una specie di pietre nere che si estraggono come una vena dalle montagne e che ardono come bucce e che bruciano per un periodo più lungo della legna. Perciò, mettendole sul fuoco, ci spiega che restano infiammate per tutta la notte; eppure, in tutta la regione della Cina queste pietre costano di meno e consentono di risparmiare molta legna, sebbene il legno, nella contrada del Katai, non manchi. Questo può essere l’ulteriore esempio che rivela lo sguardo attento e curioso del viaggiatore intento a descrivere, che paragona quel mondo con il proprio, misurandolo con i suoi parametri, pratici e funzionali.
Secondo la mentalità mercantile, sembra che il narratore-Polo voglia calcolare il guadagno che queste pietre nere possono procurare se vengono usate al posto della legna. Perciò, l’occhio dell’autore è sicuramente attento agli aspetti pratici e questa attitudine aggiunge al Milione il fascino della verosimiglianza e dell’illusione fantastica, passando attraverso degli esempi concreti. La novità della cultura contemporanea, per quanto riguarda Calvino, sta proprio nell’affidare la descrizione delle sue città ad un personaggio come lui, il quale, spinto dal desiderio della scoperta, è innanzitutto ricco della sua conoscenza e riesce a suggerire punti di vista diversi tra gli ambienti culturali della sua epoca.
La memoria, il desiderio, le città sottili e nascoste di cui ci parla Calvino non sono semplici luoghi, ma costituiscono le metafore profonde dell’esperienza umana. Marco Polo, attraverso le sue descrizioni dettagliate, rende visibile l’invisibile.
Calvino sembra che dica che le parole possano creare dei mondi possibili, mentre la realtà viene costruita attraverso le storie che raccontiamo.
E’ un’operazione complessa, molto particolare, attualmente anche un po’ rischiosa, specie se pensiamo a quanto la nostra realtà virtuale rischi di creare varchi di solitudine nell’era digitale; e credo, anche per questo motivo, che la conoscenza della finzione letteraria e della sua arte speculativa non possa che far bene al mondo culturale contemporaneo.
Eufemia, per esempio, è situata all’incrocio di strade mercantili, ed è molto più di un semplice luogo di scambio commerciale, perchè le storie, i ricordi e le esperienze diventano la vera valuta di scambio. Due volte all’anno, quando i mercanti arrivano da terre lontane, Eufemia si trasforma, perché non sono solo merci quelle che riempiono le piazze, ma racconti di città lontane, di leggende, di sogni e di desideri. Ogni parola scambiata è un filo che tesse la trama di un mondo condiviso. Nonostante le diversità linguistiche, i viaggiatori comunicano attraverso simboli, gesti e sguardi. È come se questa città invisibile rappresentasse un linguaggio universale, al di là delle singole parole: persino i profumi delle spezie, i colori delle stoffe e i suoni delle lingue straniere possono dimostrare che l’interazione e l’ascolto rappresentano la ricerca di senso nel contemporaneo. Pertanto, queste città sono, senza dubbio, un chiaro richiamo alla necessità di condividere nuovi spazi e nuovi linguaggi, anche nelle grandi metropoli del mondo, dove l’integrazione e la relazione con l’altro è importante, al di là della globalizzazione e del commercio internazionale.
Chloe, tra le città degli scambi, è una metropoli dove gli abitanti si muovono in uno spazio di significati non detti. Le persone non parlano mai tra di loro, ma attraverso i loro sguardi e i movimenti, creano una rete di relazioni implicite. Ogni gesto, ogni posizione, sembra avere un significato preciso. E’ una delle città con cui Calvino ci fa riflettere sul paradosso della vicinanza fisica e della distanza emotiva, quando gli individui possono rimanere isolati.
Valdrada è una città costruita su un lago, dove si riflettono le case. Gli abitanti, perciò, vivono in due dimensioni diverse, quella reale e quella riflessa. E’ come se rappresentasse la percezione della stessa realtà, sempre influenzata dalle immagini elaborate dalla nostra mente e dalla nostra sensibilità.
Olinda è un’altra di queste città, che cresce e si rigenera continuamente, è la megalopoli dell’innovazione e dei cambiamenti. Al suo interno, nascono altre e nuove città, che si espandono e si sviluppano come anelli concentrici, spingendo quella vecchia verso l’esterno, e trasformando – inevitabilmente – anche la vita dei suoi abitanti, che possono essere travolti dall’evoluzione urbana, fino all’annullamento del ciclo vitale.
A Ersilia, ad esempio, gli abitanti tendono fili tra le case per rappresentare le relazioni tra le persone. Ogni filo, infatti, indica un legame: familiare, commerciale, affettivo. Col passare del tempo, i fili si moltiplicano, fino a formare una rete intricata che connette tutta la città. Quando questa rete diventa troppo densa e tali fili impediscono il movimento, gli abitanti decidono di abbandonare la città, lasciando dietro di sé una struttura di fili sospesi come unico segno della loro presenza, per poi ricostruire altrove, iniziando il ciclo da capo. E’ come se Ersilia, da organismo vivente, al pari di Olinda, fosse capace di esplorare il ciclo vitale della costruzione, dell’abbandono e della rinascita. Le piattaforme digitali di oggi, insieme ai social network, probabilmente, possono essere considerati il riflesso moderno di Ersilia, dal momento che le connessioni virtuali creano una rete complessa e di relazioni che, nonostante la loro invisibilità, ottengono comunque un impatto reale. Calvino usa questi fili per commentare le connessioni umane in modo fisico e visibile, offrendo la rappresentazione concreta di un concetto astratto.
Italo Calvino, quindi, non offre solo una lista di città immaginarie, ma un modo per esplorare il mondo attraverso nuove prospettive, proprio come fa Marco Polo nel Milione. Aglaura, Ippazia, Leonia, ad esempio, sono città che hanno nomi che attribuiscono loro un’identità precisa, caratterizzata dalla semplicità o dalla complessità, nelle quali si avvicendano storie e leggende; ordine e razionalità nel caos; innovazione e cambiamenti, tra cumuli di rifiuti ammassati. Melania è la città composta da due metà, quella dei vivi e dei morti, mentre gli abitanti vivono in entrambe le dimensioni, creando un legame costante tra presente e passato, per valorizzare il senso della memoria e della persistenza. Procopia, che è l’ultima di questo gruppo, è la città che sembra esistere solo nell’immaginazione dei suoi abitanti, dove ogni persona la vede in modo diverso.
Non a caso, all’inizio del racconto, il veneziano indica oggetti e si esprime a gesti, perché non conosce la lingua del Khan, in particolare, quando questi gli chiede i resoconti dei suoi viaggi: pian piano passa alla parola, fino ad usare degli emblemi, cioè degli oggetti che racchiudono in sé stessi il significato che intende comunicare. Il libro è diviso in 9 capitoli per le 55 città, che sono ripartite in 11 serie, ciascuna comprendente 5 città. Tali serie sono le città e la memoria, le città e il desiderio, le città e i segni, le città sottili, le città e gli occhi, le città il cielo e così via. Le prime quattro serie cominciano nel primo capitolo, mentre le altre iniziano quando termina una delle serie precedenti: la quinta serie, infatti, comincia quando si esaurisce la prima; la sesta quando finisce la seconda e così via.
L’estraneità e la solitudine dell’imperatore Kublai rendono necessari i lunghi resoconti dei suoi messi. Tuttavia, benché straniero e arrivato da poco, Marco Polo saprà raggiungere il suo cuore perché conosce gli emblemi, cioè quelle figure simboliche che vengono accompagnate o da una sentenza o da un motto. (CIT.) Nella mente del Kan l’impero si rifletteva in un deserto di dati labili e intercambiabili come grani di sabbia da cui emergevano per ogni città e provincia le figure evocate dai logogrifi del veneziano. Il giorno in cui conoscerò tutti gli emblemi, chiese a Marco, riuscirò a possedere il mio impero, finalmente? Il veneziano. “Sire, non lo credere: quel giorno sarai tu stesso emblema tra gli emblemi. Il sospetto di Calvino è che la realtà della mente sia l’unica a esistere davvero, perciò, nella conclusione del primo capitolo, ci offre un brano che appartiene alla cornice del romanzo. Nella conclusione, poi, scrive: “il nuovo dato riceveva un senso da quell’emblema e insieme aggiungeva all’emblema un nuovo senso. Forse l’impero, pensò Kublai, non è altro che uno zodiaco di fantasmi della mente”. In occasione dei trent’anni della pubblicazione delle civiltà invisibili, alla Triennale di Milano artisti di diversi ambiti hanno accettato la sfida di provare a rendere visibili i mondi visibili narrati da Calvino. Vi sono nate 11 opere che occupavano gli spazi del museo o, nel caso di quella di Giuliano Mauri, il giardino antistante l’ingresso, che si poneva – simbolicamente – in dialogo con la città reale. L’opera si è progressivamente deteriorata ed è stata rimossa, purtroppo, nel 2009: era stata realizzata con oltre 4000 rami di castagno, intrecciati e inchiodati tra loro; all’interno si trovavano gli spazi raccontati dallo scrittore, cioè quelli della città di Zenobia, una delle città sottili, molto vicina, nella descrizione fantastica, alla città della famiglia Polo.
Calvino, attraverso il mercante-esploratore veneziano, così la descrive: “…posta su un terreno asciutto essa sorge su altissime palafitte, e le case sono di bambù e di zinco, con molti ballatoi e balconi, posti a diversa altezza, su trampoli che si scavalcano l’un l’altro, collegate da scale a pioli e marciapiedi pensili, sormontate da belvederi coperti da tettoie a cono, barili di serbatoi d’acqua, girandole marcavento, e ne sporgono carrucole, lenze e gru. …Detto questo, è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non è in queste due specie che ha senso dividere le città, ma in altre due: quelle che continuano, attraverso gli anni e le mutazioni, a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati.”



