Gli incontri tra occidente e oriente prima di Marco Polo

Gaetano Di Palma
Gaetano Di Palma
Ordinario di Scienze Bibliche nella Sezione San Tommaso d’Aquino della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, ha pubblicato diversi volumi, oltre ad articoli per varie riviste teologiche.

L’8 gennaio 1224 morì a Venezia il viaggiatore e mercante Marco Polo, divenuto celebre per aver visitato un paese a quel tempo misterioso e poco noto: la Cina. Il veneziano la chiamava Catai, volendo intendere la sua parte settentrionale, che era stata dominata da un gruppo etnico mongolo seminomade, i Khitan, da cui aveva preso il nome. Egli ebbe il merito di far conoscere in Occidente tante nozioni di quella lontana zona del mondo; tuttavia, la storia dei rapporti tra il Mediterraneo e le estreme terre dell’Asia affonda le sue radici nel mondo antico, come ormai molti studi hanno dimostrato. La breve trattazione che propongo toccherà tre punti: relazioni tra il Mediterraneo, quindi l’impero romano e bizantino, e quello cinese; la via della seta; i contatti religiosi.

1. L’esistenza delle relazioni tra il Mediterraneo e la Cina 

 I confini dell’impero achemenide, nel momento della sua massima espansione all’epoca di Dario I (522-486 a.C.), giungevano a includere le spiagge del lago di Aral, toccavano la valle del fiume Indo e comprendevano le alte montagne dell’attuale Afganistan. I persiani erano, quindi, alle soglie di quell’immenso territorio diviso allora in vari staterelli che verso il 221 a.C. venne unificato da Qin Shi Huagdi, costituendo il primo vero e proprio impero cinese. Fu però Han Wudi (156-87 a.C.), imperatore della dinastia Han, ad aprire la cosiddetta “via della seta”, di cui si parlerà più avanti. A ridosso degli odierni confini della Cina, nel 250 il satrapo ellenistico Diodoto I si rese indipendente dall’impero seleucide fondando il regno indo-battriano. All’epoca di Eutidemo I, nel 220, secondo Strabone, καὶ δὴ καὶ μέχρι Σηρῶν καὶ Φρυνῶν ἐξέτεινον τὴν ἀρχήν («Inoltre spinsero il loro dominio fino ai Seri e ai Frini»). Da questo primo contatto derivarono rapporti commerciali insieme con influssi culturali e tecnologici: per esempio, i greco-battriani insegnarono l’arte degli intarsi in vetro, i cinesi la lega cupronichel, con cui i battriani coniarono monete. D’altronde, non sono pochi i ritrovamenti archeologici che testimoniano relazioni di greco-battriani, poi indo-greci (dal 180 al 10 a.C.) e popolazioni scite con la Cina. Naturalmente, in qualche caso si giunse pure a scontri militari.

Durante il periodo della dinastia Han occidentale (206 a.C.-24 d.C.) con il termine “Lixuan” s’intendeva l’Asia occidentale; il nome “Daqin” venne aggiunto a questo e a volte lo sostituì, identificando spesso anche l’impero romano, durante il periodo della dinastia Han orientale (25-220 d.C.) e quelle successive fino al 420. Si desume questo da una fonte cinese, l’opera nota come Libro degli Han, redatto dallo storico Ban Gu, vissuto nel I secolo d.C., e completato dalla sorella Ban Zhao.

Un serio ostacolo alle relazioni dirette via terra tra l’impero romano e l’impero cinese è stato il regno dei parti, padroni dell’Iran. Costoro s’interposero e scoraggiarono gli ambasciatori cinesi giunti nel loro regno dall’intrattenere rapporti con i romani a causa dell’inimicizia con questi ultimi. Fu per questo motivo che i romani, da quando Augusto conquistò l’Egitto nel 30 a.C., intrapresero la navigazione nell’Oceano Indiano, raggiungendo l’India e lo Sri Lanka. Dall’Egitto e passando per lo Sri Lanka, ad esempio, nel 166, all’epoca di Marco Aurelio, fu inviata un’ambasceria di cui ci parla il capitolo 54 degli Annali della dinastia Liang (502-557). Nel 226 un mercante romano, chiamato Qinlun (o Lun, forse in greco Leon) nelle fonti cinesi, giunse in Vietnam e vi rimase alcuni anni prima di tornare in patria; nel 281 e nel 284 arrivarono navi romane a Guangzhou, cioè Canton, per acquistare seta.

Nel IV secolo d.C. si registra la denominazione “Fulin”, che si affianca a Daqin per indicare Roma, poi passata a designare Bisanzio. Monete bizantine sono state rinvenute in diverse tombe cinesi; all’epoca della dinastia Tang (618-907) i romano-bizantini erano noti per il loro amore per il vino e le danze. Tale periodo, però, coincide anche con la penetrazione di missionari, di cui parleremo in seguito.

2. La “via della seta”

È stato evocato più volte l’interesse degli occidentali per il commercio della seta. I romani, una volta raggiunto un notevole livello di ricchezza, avevano abbandonato la frugalità antica e si erano dedicati a rendere più gradevole la vita con la ricerca di beni di lusso, provenienti da terre lontane: incenso, profumi, spezie e, non ultima, la seta. Gli studi sono molti, per cui in queste poche righe cerco di fornire un quadro essenziale per far comprendere la rilevanza del tema.

È stato ricordato che fu Han Wudi (156-87 a.C.) ad aprire la cosiddetta “via della seta”, che non corrisponde a un unico percorso, ma a un complesso di vie terrestri che attraversavano l’Asia centrale, passando per l’impero partico oppure al di sopra del Mar Caspio arrivando sul Mar Nero, in Crimea: con quest’ultimo itinerario si evitava di attraversare l’impero partico. I mercati finali erano le grandi metropoli dell’impero romano e, in seguito, Costantinopoli. La seta non era sconosciuta in Occidente, perché ce ne parlano Aristotele e Plinio il Vecchio. Era però di qualità inferiore a quella orientale; la Cina, tra l’altro, era l’unica nazione in grado di produrre seta in grande quantità, oltre ad avere notevole esperienza nella sericoltura e nella sua lavorazione. Al I o al II secolo d.C. risale l’iscrizione che Nummio Proculo fece incidere per il monumento della moglie, Valeria Chrysis, definita sericaria. Sembra che le donne fossero molto coinvolte in questo tipo di commercio; un esperto lavoratore di seta capace di produrre motivi a diamante con l’intreccio a zig-zag poteva guadagnare all’epoca di Diocleziano (cf. Edictum De Pretiis Rerum Venalium: 301) anche 40 denarii al giorno! Un maestro guadagnava 50 denarii al mese per ogni alunno.

Oltre alle vie terrestri, ho ricordato l’esistenza di rotte marittime che, dal Mar Rosso, conducevano ai porti indiani, dove pure era possibile trovare la seta cinese. I rapporti commerciali tra Romani e Cinesi ebbero anche il merito di far sviluppare, per quello che le notevoli distanze consentivano, delle relazioni diplomatiche basate sul reciproco riconoscimento dovuto a una certa pariteticità tra potenze. Da quanto risulta dalle ricerche, i Romani hanno avuto contatti con la Cina settentrionale e quella meridionale.

Nell’impero romano la bilancia commerciale con l’estero era in forte deficit proprio a causa di tutti quei costosi e lussuosi prodotti esotici importati da terre lontane.

3. Manicheismo e nestorianesimo

Ultimo aspetto da illustrare è l’influsso che movimenti religiosi come il manicheismo e il nestorianesimo hanno avuto in Cina.

In primo luogo il manicheismo, una dottrina a cui diede inizio Mani, un iranico nato nel 216 d.C. nella zona settentrionale della regione di Babilonia. Si tratta di una dottrina dualista, secondo la quale i principi del bene e del male, in origine separati, si combattono al punto che il male, rappresentante tutte le realtà negative, si mescola con il bene, ma verrà un tempo in cui essi saranno di nuovo separati. Il periodo del miscuglio è quello della storia umana; d’altronde, l’essere umano vive tale dramma con la lotta interiore tra bene e male e può liberarsi soltanto tagliando i suoi legami con la materia, altrimenti trasmigrerà in altri corpi finché, distaccatosi dalle tenebre, troverà la vera luce e la vera vita con la morte.

La notevole diffusione del manicheismo, che giunse fino a Roma e in Africa settentrionale (si ricordi sant’Agostino) era dovuta all’intensa attività missionaria dei suoi aderenti, i quali viaggiarono anche verso Oriente: lo stesso Mani aveva predicato in India con successo; una buona parte degli uiguri, siti nell’attuale Cina occidentale, prima di convertirsi all’islam, erano manichei. I primi contatti tra i missionari di questa dottrina e la Cina risalgono all’imperatore Gaozong, della dinastia Tang (618-907), quindi tra il 649 e il 683. Maggior successo ebbe la missione durante il regno dell’imperatrice Wu Zetian (dinastia Zhou settentrionale del regno Wei, 690-705), quando un haftādān (“vescovo”) manicheo fu accolto a corte. Successivamente ci fu un periodo di persecuzione; infatti, l’imperatore Xuanzong (dinastia Tang) nel 732 con un editto proibì ai cinesi di praticare il manicheismo, mentre era consentito agli stranieri con l’obbligo di astenersi dal fare proselitismo. I successori della dinastia Tang, però, furono costretti dagli uiguri ad accettare il culto manicheo, ma un’altra ondata di persecuzioni si verificò nell’843 promossa dall’imperatore Wuzong. Tuttavia, esso non venne estirpato e, a quanto sembra, nel 1292 Marco Polo incontrò religiosi manichei a Fuzhou (da lui chiamata Fugiu), di fronte a Taiwan. I mongoli avevano inaugurato un periodo di tolleranza religiosa. Nella Cina sud-orientale, almeno fino al XIV secolo, riuscirono ad avere molto seguito, poi cominciò il declino.

Con maggiore frequenza Marco Polo riferisce di aver incontrato i nestoriani, seguaci della dottrina attribuita al patriarca di Costantinopoli Nestorio (381-451) e condannata nel Concilio di Efeso del 431. Essa sostiene che la natura divina e quella umana in Cristo sono nettamente separate, negando di fatto l’unione ipostatica. Infatti, in Cristo ci sarebbero “due persone”, unite dal punto di vista morale. Perciò anche a Maria non poteva essere riconosciuto il titolo di Theotokos, bensì solo di Christotokos: da lei è stato generato Cristo in quanto uomo, nel quale poi discese Dio come era accaduto ai profeti.

La Chiesa nestoriana si diffuse rapidamente al di fuori dell’impero bizantino, tramite lo zelo dei suoi missionari, in Persia, in India e in Cina, dove si estinse nel XIV secolo. A tal proposito, è doveroso ricordare la “Stele di Xi’an”, eretta nel 781, scritta in siriaco e cinese, nonché le famose croci nestoriane. La base di partenza fu la Baghdad dell’epoca abbaside, tra il VII e l’VIII secolo, a causa delle persecuzioni. Il termine Jingjiao designava i missionari nestoriani, invece Yelikewen il nestorianesimo all’epoca dei mongoli. La diffusione di quest’ultimo fu tale che «tra il 635 e il 638, opere derivate da Teodoro di Mopsuestia, tacciate di eterodossia dall’imperatore di Bisanzio Giustiniano (527-565) con la condanna dei Tre Capitoli, furono trasposte in cinese e associate alla biblioteca imperiale della dinastia Tang. Dal canto suo Timoteo I, che dal 780 all’823 resse il patriarcato nestoriano, ebbe modo di consacrare prelati per la Cina e di potenziare il ministero in Tibet». Addirittura vi erano non pochi prelati di origine tartara che tentarono di creare alleanze tra i regni crociati di Terra Santa con i khanati mongoli.

Le scoperte e le ricerche aiutano a rileggere la storia del passato delle relazioni tra Oriente e Occidente in cui si amalgamavano motivi di convenienza economico-commerciale con sincera curiosità sul modo di vivere e di pensare. In questo contesto, anche la vitalità delle tradizioni religiose ha avuto un ruolo notevole. Marco Polo s’inserisce in questo quadro, narrando non da etnologo ma da osservatore un’esperienza straordinaria, che insegna a imparare a conoscere gli altri popoli, per sfrondare la mente da pregiudizi e per guardarsi senza la tentazione di dare sfogo a sentimenti di inimicizia.

1. In quel periodo a Roma veniva costruito il Circo Flaminio e in Iberia Annibale Barca fu acclamato comandante dell’esercito cartaginese.

2. Dal cognome di questa dinastia, Han, ha preso il nome l’etnia maggioritaria in Cina.

3. Strabone, Geographia XI.11.1. Erano detti Σῆρες gli abitanti della regione conosciuta come Σηρικά (Serica) dai geografi greci e romani. Quasi certamente corrispondeva alla Cina settentrionale, il Catai di Marco Polo, distinta dalla Sina, raggiunta via mare.

4. Tuttavia, in altri autori queste denominazioni geografiche indicano altri territori, sempre a occidente della Cina, ma più vicini.

5. Cf. L. Gregoratti, The Parthians between Rome and China. Gan Ying’s mission into the West (1st century AD), in Akademisk Kvarter 4 (2012) 109-119.

6. Cf. Li Jing, Brevi note circa le relazioni tra l’impero Romano d’Oriente e l’antica Cina, in Iura Orientalia 1 (2005) 88-97.

7. Per approfondimenti, cf. almeno L. Christopoulos, Hellenes and Romans in Ancient China (240 BC – 1398 AD), in Sino-Platonic Papers 230/2013; Yu Taishan, China and the Ancient Mediterranean World: A Survey of Ancient Chinese Sources, in Sino-Platonic Papers 242/2013; H.J. Kim – F.J. Vervaet – S.F. Adalı (edd.), Eurasian Empires in Antiquity and the Early Middle Ages. Contact and Exchange between the Graeco-Roman World, Inner Asia and China, Cambridge University Press, Cambridge 2017; M. Speidel – A. Kolb, Imperial Rome and China: Communication and Information Transmission, in M.D. Elizalde – W. Jianlang (edd.), China’s Development from a Global Perspective, Cambridge Scholars Publishing, Cambridge 2017, 28-56. Circa l’immagine che autori romani avevano della Cina, cf. A. Bueno, Roman Views of the Chinese in Antiquity, in Sino-Platonic Papers 261 (2016) in www.sino-platonic.org.; per il contrario, cf. K. Hoppál, The Roman Empire According to the Ancient Chinese Sources, in Acta Antiqua Hungarica 51 (2011) 263-305; K. Hoppál, Chinese Historical Records and Sino-Roman Relations: A Critical Approach to Understand Problems on the Chinese Reception of the Roman Empire, in RES Antiquitatis 1 (2019) 63-81.

8. Cf. Aristotele, Historia animalium 5,19; Plinio il Vecchio, Naturalis historia 11,26-27.

9. Cf. J. Thorley, The Silk Trade between China and the Roman Empire at Its Height, Circa A. D. 90-130, in Greece & Rome 18 (1971) 1, 71-80; B.-J. Kim, Trade and Tribute along the Silk Road before the Third Century A.D., in Journal of Central Eurasian Studies 2 (2011) 1-24; L. Ying, The Roman Empire on the Silk Road from the First to the Fifth Century: Centered on Chinese Sources, in Eurasian Studies 4 (2015) 158-179; R. McLaughlin, The Roman Empire and the Silk Routes. The Ancient World Economy and the Empires of Parthia, Central Asia and Han China, Pen & Sword Books, Barnsley 2016; B. Hildebrandt – C. Gillis (edd.), Silk. Trade and Exchange along the Silk Roads between Rome and China in Antiquity, Oxbow Books, Oxford 2017.

10. Cf. E. Burgio, Marco Polo e gli ‘idolatri’, in L’immagine riflessa. Quaderni 8 (2005) 31-62.

11. Cf. G. Gnoli (cur.), Il manicheismo, 2 voll., Mondadori, Milano 2003-2006; J. Ries, Manicheismo. Un tentativo di religione universale, Jaca Book, Milano 2011.

12. Cf. Gnoli, Il manicheismo, vol. I, 235-277.

13. Cf. pure S.N. Lieu, Manichaeism in the Later Roman Empire and Medieval China. A Historical Survey, Manchester University Press, Manchester 1985; Gnoli, Il manicheismo, vol. I, 281-316; G. Kósa, Mānī on the Margins: A Brief History of Manichaeism in Southeastern China, in Revista de História, Juiz de Fora 27 (2021) 1, 61-83.

14. Cf. P.Y. Saeki, The Nestorian Monument in China, Society for Promoting Christian Knowledge, London 1928; M. Nicolini-Zani, in La via della Luce. Stele di Xi’an. Testi cinesi antiche (sec. VIII), Qiqajon, Magnano (Biella) 2001; J.A. Chen, Investigation of the Idea of Nestorian Crosses. Based on F. A. Nixon’s Collection, in Studies on Religion & Culture in Asia 2 (2017) 3-24.

15. Nel 543-544 vennero condannati alcuni scritti di tre teologi vicini alle tesi nestoriane.

16. V. Bianchi, Marco Polo. Storia di un mercante che capì la Cina, Laterza, Roma-Bari 2007, 12.

Gaetano Di Palma
Gaetano Di Palma
Ordinario di Scienze Bibliche nella Sezione San Tommaso d’Aquino della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, ha pubblicato diversi volumi, oltre ad articoli per varie riviste teologiche.
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