Forse non è azzardato affermare che ogni progetto – in questo caso di tipo artistico – in fondo nasca da ciò che possiamo anche definire come “una forma di amore”: a cominciare da quello per la terra lucana che nel mio caso mi ha folgorato ed accolto con il fascino atavico dei suoi luoghi. E dove da romano sono giunto grazie a quello provato per Donata che di questa terra è figlia: a lei grato per avermi svelato la bellezza e la magia dei suoi paesaggi natii, preziosi luoghi energetici e dell’anima, che più di altri ci permettono di riconnetterci con quella natura che qui sa esprimersi al meglio con i suoi grandi spazi.
Il progetto installativo HORUS firmato Takeawaygallery che mi ha coinvolto in veste di autore dell’opera scultorea eolica permanente, si è inaugurato nell’agosto 2021 presso Le Scalelle di Pietrapertosa, incantevole e rinomato borgo antico situato in provincia di Potenza, incastonato tra le rocce arenarie delle Dolomiti Lucane; realizzato grazie al sostegno di un’Amministrazione Comunale, consapevole del fondamentale ruolo dell’arte contemporanea pubblica nei borghi, per la sua valenza culturale, turistica ed economica.
Questo impegno mi ha posto innanzitutto di fronte ad una sfida ardua che presupponeva in primis un doveroso rispetto ed un’attenzione massima per il territorio ospitante. Come sostiene il critico Achille Bonito Oliva, che su Horus ha scritto: – “La scultura è un genere che chiede perdono. Per il suo ingombro, per la sua dimensione, per la sua capacità celebrativa. Dunque, in qualche modo, la scultura è un punto fermo…”. E concludendo che “…in fondo l’arte di Magni è un’arte resistenziale. Vuole dare durata, permanenza ma anche integrazione. Non si oppone, si propone. E in questa proposta, celebra nella convivenza un valore centrale dell’arte”.

Nel processo creativo che ha animato il mio procedere, la morfologia del territorio ha avuto quindi una fondamentale importanza ed è stato necessario approcciarsi ad esso col massimo rispetto. Sono prevalentemente un pittore che a volte però ama esprimersi anche attraverso altri mezzi, con tecniche ceramiche, installative o scultoree. Pietrapertosa, o Pietraperciata per dirla con l’antico nome, mi suggeriva infatti, già nella sua etimologia, il concetto essenziale della scultura e forse proprio per questo mi ha subito attirato. Infat-
ti: Pietra, ossia la materia solida, rocciosa, legata al concetto del pieno; e Pertosa, che sta ad indicare un pertugio, un foro che poi è quella stessa apertura posta sulla sommità del suggestivo castello saraceno che domina il paese. Un pertuso appunto, che nel contrapporsi al pieno – ci riporta al concetto di vuoto.
Alla luce di ciò, di questo nome che conteneva già una storia affascinante, mi è sembrato molto naturale cogliere questo impulso, progettando e realizzando un lavoro che avesse a che fare con tre dimensioni, da far dialogare senza scontri con quella quarta dimensione
data dallo spazio naturale circostante e dal tempo. Un dialogo quindi, perchè questa è la soluzione di ogni conflitto. Un “attraversarsi” per comunicare.
Horus infatti invita l’osservatore a varcare idealmente la sua forma circolare per connettersi con quel paesaggio che gli è dinanzi e del quale – per definizione della storica Maria Arcidiacono – è divenuto “custode perfetto della meraviglia”, quasi una sorta di lente di ingrandimento puntata sulla vastità di quella natura che, presi dalle nostre frenesie, a volte diamo fin troppo per scontata. Il curatore Marco Trulli parla della scultura come di un “un non monumento di corten e aria”. Piantata direttamente nella roccia senza basamento e scevra da ogni intento autocelebrativo, è di fatto un cerchio di fuoco stilizzato, animato dal vento, realizzato in acciaio corten e oro zecchino, costituito da un fusto lineare e da una corolla di fiamme dorate; un’opera che con i colori dei suoi materiali certamente
risente del mio essere pittore. Si ricollega alla mia ricerca sul tema del Fuoco, simbolo di trasformazione, di vita e di morte, di continuità delle cose, laddove il colore è concepito per avere un’importanza assolutamente rilevante. L’acciaio arrugginito che la compone ha una texture estetica che ci riporta ad una sorta di pittura informale, ricordandoci con le sue cromie qualcosa di vissuto, quel concetto di memoria, di terra, unito all’oro zecchino applicato in foglia, che invece è metafora di fecondità. Quella terra strettamente legata ai suoi abitanti, addetti a tener vivo quel legame, ad alimentare e preservare quel rapporto che c’è tra Uomo e territorio, Uomo e paesaggio, Uomo e tradizioni. Sottili ma consolidati equilibri antropogeografici, insomma.
Ma Horus è anche il nome dell’antica divinità egizia raffigurata con corpo umano sovrastato dalla testa di un falco. Simbolo di energia medianica, Horus è il signore della profezia, della musica, dell’arte e della bellezza; dio del cielo, signore e dominatore dei quattro elementi acqua aria terra e fuoco, simbolo dell’equilibrio naturale. E il falco è appunto l’animale sovrano, l’animale principe di questo magnifico e vasto territorio. Assieme agli altri rapaci è l’animale che volteggia su queste alture dove è praticata l’antica arte della falconeria ereditata dall’illuminato Federico II.

Ed ancora l’opera ci rimanda pure alla rappresentazione del Sole, elemento dal forte valore sacrale, simbolo evidente di trasformazione e di continuità delle cose, di creazione e distruzione, ma anche di speranza e di rinascita: la forma circolare e le fiamme dorate ne
richiamano chiaramente l’iconografia così come la forma tonda legata al fuoco intende riferirsi all’ancestrale legame dell’Uomo con questo elemento prezioso e complesso, indispensabile per la vita. Chissà… qualora vi trovaste al suo cospetto, forse nel guardarlo, secondo la descrizione del professor Sebastiano Villani “… sentirete lo stesso tremore che gli antichi provavano – come di fronte ad un’epifania del divino – davanti ad ogni ritorno del fuoco sulla scena del mondo…”. Un’opera simbolica dai numerosi significati quindi, raccontata anche con le immagini di Francesco Di Mauro in un suggestivo documentario omonimo realizzato dalla Ciclope Film e nel catalogo edito da Bordeaux Edizioni.
Un tributo doveroso alla Natura e alla nostra Madre Terra, che in fondo intende essere sostanzialmente anche metafora dell’umano percorso: come un salto mortale nel cerchio di fuoco, quell’eterna prova quotidiana che ha a che fare col “mestiere del vivere”, con vittorie e sconfitte, con periodi vuoti e pieni, con la solita legge degli opposti. Ma anche un invito alla consapevolezza della ricchezza del proprio territorio, del proprio valore, circondati da un’oro che è corollario di una vita che vale sempre e comunque la pena di essere vissuta al massimo come un meraviglioso e impareggiabile dono.



