Avviso ai naviganti

Sergio Fermariello (Napoli 1961) alla seconda edizione della mostra biennale d'arte contemporanea InterAction 2024 allestita a Napoli negli spazi della Fondazione Made in Cloister

Avviso ai naviganti nasce nel 1999 come opera site specific nel mare davanti al Castel dell’Ovo: un gruppo di sagome galleggianti sull’acqua che divide Napoli dalle isole dell’Arcipelago Campano: la stessa acqua che divideva, ventotto secoli fa, il piccolo insediamento rodiese di Megaride dal più grande emporio euboico di Pithekoussai.

Impossibile non cogliere il riferimento a quella gente che partendo dalla terra d’origine aveva solcato il Mediterraneo ed era approdata sulle coste dell’Italia meridionale alla ricerca di nuovi e più favorevoli luoghi: le disarticolate sagome galleggianti di Sergio Fermariello hanno gli stessi arti filiformi e gli stessi busti triangolari delle silohuette nere che appaiono sui vasi greci del periodo arcaico geometrico.

Ve ne sono, di queste figure, non solo sui grandi vasi di ceramica delle aristocratiche città della madrepatria le cui scene dipinte descrivono le pratiche funerarie per i membri delle famiglie privilegiate ma anche sui più semplici vasi di produzione locale delle remote colonie occidentali adibiti principalmente a contenere il vino o altre merci, tra le cui decorazioni dai caratteristici motivi a riquadri, triangoli e zig-zag talvolta appaiono anche scene narrative; e proprio a Pithekoussai, nella necropoli di San Montano, è stato rinvenuto il cosiddetto Cratere del Naufragio considerato il più antico esempio di pittura vascolare figurativa greca dell’Italia meridionale, che riporta un’impressionante raffigurazione di un evento di certo allora comune: un’imbarcazione capovolta, un mare pieno di uomini che fluttuano coi pesci, uno di loro con la testa già nella bocca di un pesce enorme.

Sergio Fermariello, Avviso ai naviganti, 1999

Impossibile non cogliere il riferimento alla gente che ancora oggi naviga nel Mediterraneo ed approda, dopo molti altri naufragi, sulle coste dell’Italia meridionale alla ricerca di luoghi nuovi e più favorevoli; ma portando anche nuova linfa vitale, come gli antichi coloni da cui in parte discendiamo. L’installazione del 1999 è stata filmata dall’alto; il corto oggi viene riproposto dall’autore su uno schermo sospeso in una delle campate del chiostro della Fondazione Made in Cloister in occasione della seconda edizione della mostra biennale d’arte contemporanea, interamente dedicata alla interpretazione ed elaborazione artistica del fenomeno migratorio e del rapporto con la diversità.

Nel corto le ondeggianti sagome di vetroresina appaiono nere, nere invece che bianche, in una significativa inversione in negativo dei colori, in un irreale e atemporale campo luminoso; ad un tratto arriva un’imbarcazione a motore, riconoscibile nonostante l’assurdo colore azzurro e l’inusuale inquadratura zenitale, come l’incursione di un frammento di realtà in una dimensione astratta: i naviganti sono loro, ai quali è rivolto l’avviso di pericolo, che compiono una breve evoluzione quasi curiosando tra le sagome e poi si allontanano frettolosamente lasciando dietro di sé una scia rossiccia.

L’inconciliabilità tra la moderna concretezza della barca e l’improbabile forma delle ataviche sagome galleggianti è l’elemento visivamente più spiazzante: metafora del rifiuto di riconoscere nei migranti i nostri antenati.

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