La personalità di Irma Melany Scodnik (15 marzo 1847 Cremona – 10 settembre 1924 San Martino Valle Caudina) è riemersa dalle nebbie di un ingiusto oblìo da pochi anni grazie agli studi svolti soprattutto sulla figura femminile nei principali avvenimenti del secolo scorso.
In tal senso pioniera di questo recupero e sua riconosciuta biografa ufficiale può considerarsi la professoressa Stefania Bartoloni, docente di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Politiche della Università degli Studi di Roma Tre, ma vanno almeno citati l’interessante opuscolo commemorativo redatto da Liliana Ruggeri a Cremona, città natale di Irma, in collaborazione con la locale Biblioteca Statale, ed un interessante articolo della professoressa Maria Grazia Cataldi dal titolo “La rivoluzione rosa”.
La sua lunga vita la rese partecipe e protagonista degli avvenimenti più significativi della storia del nostro Paese, dalla prima Guerra di Indipendenza all’avvento del Fascismo: muore infatti nel 1924, anno della barbara uccisione di Giacomo Matteotti.
Pensiero e formazione culturale
Irma Melany – il secondo nome è frutto del paese di origine della madre Maria Miller, ungherese di Buda – nacque in una famiglia ricca di valori risorgimentali e di sentimenti patriottici. Il padre, Francesco Ignazio, prima ufficiale asburgico e poi passato nelle fila dell’esercito sabaudo, partecipò ai moti del ’48 ed alla difesa di Cremona e pertanto fin da piccola Irma respirò aria di ribellione e libertà tanto che la sorella Irene, che fu moglie del patriota ed uomo politico Matteo Renato Imbriani Poerio, la definì “la piccola rivoluzionaria” in uno scritto in ricordo della sorella pubblicato nel 1926, che si rivela un interessante approccio conoscitivo al pensiero di Irma (“Per ricordare Irma Melany Scodnik”).
Il suo carattere indocile e ribelle, insofferente di ingabbiamenti ideologici tanto che rifiutò sempre di identificarsi in un partito politico per non tradire la sua libertà di pensiero,la spinse a preferire forme e manifestazioni culturali assolutamente nuove per una intelligenza femminile. Arricchì la sua cultura con letture di ogni genere e approfondì la conoscenza del tedesco divenendo in breve una apprezzata traduttrice. Avrebbe fatto l’attrice se certe preclusioni familiari, diciamo di “genere”, non glielo avessero impedito.
Ma di teatro scrisse e si interessò, molte sue commedie furono rappresentate nei teatri di Torino e Milano – ecco alcuni titoli:”Alla prova”; “La moglie di un uomo d’affari”; “Devo imitarla?”–, strinse amicizia con alcune delle attrici più famose del tempo, la Duse ad esempio, ed a loro dedicò un importante saggio critico:”Le attrici”. Dunque le sue doti naturali – un bel portamento, una voce franca e armonica, una precisa dizione – rimasero nel cassetto ma Irma seppe fare del teatro uno strumento sia di elevazione delle qualità femminili sia di battaglia politica.
Le sembrò che lo spazio scenico fosse uno dei momenti in cui la donna, e non solo l’artista, poteva esprimere tutte le sue qualità e presentarsi al giudizio del pubblico con credenziali di alto valore artistico ed umano liberandosi di quell’anonimato cui la donna era costretta per timori di sprezzanti e pubblici giudizi negativi.
Eredita’ mazziniane nel binomio femminismo – pace
Irma esplicò una molteplice azione di educatrice e di benefattrice perché capì che solo interventi decisi all’interno del mondo femminile potevano far conoscere all’opinione pubblica ed alle classi dirigenti quanto fossero trascurate le energie femminili e come le donne fossero invece degne di affiancare gli uomini nella giusta gestione delle questioni sociali. Trovò pubblicità per le sue idee nei giornali e periodici con cui collaborò—all’inizio la “Gazzetta del popolo della domenica”, “L’Italia femminile” – ma soprattutto nelle conferenze che svolse in molte parti del Paese, con energia indomita e straordinaria forza di diffusione del suo pensiero. All’interno della sua attività di propaganda è possibile individuare tre diversi ma correlati filoni di azione: l’impegno femminista, la propaganda a sostegno della pace e la fase irredentista e nazionalista.
Non si comprende in pieno il valore della sua azione se non si tiene presente questo profondo spirito umanitario e filantropico che la spinse sempre in soccorso dei più deboli, i “derelitti”, come li definì in un suo famoso saggio. E perciò sul piano sociale una “Cassa per la maternità” in favore di donne prive di assistenza e madri in difficoltà, ma impegno anche su un piano giuridico e politico. Le sembrava inutile e crudele tenere in carcere a vita autori di colpe e crimini che potevano invece essere rieducati, recuperati e riammessi nel tessuto sociale attraverso una opera che li aiutasse a riscattarsi dalla colpa ed a recuperare dignità umana.
A nulla serviva egualmente relegare a domicilio coatto nella lontana Sicilia prigionieri politici – si veda l’articolo “Nelle isole Eolie”–: in polemica con il famoso scienziato ed antropologo Cesare Lombroso (“mio illustre amico”) sosteneva che non si nasce malvagi o virtuosi, ma che educazione ed ambiente servono ad orientare giustamente le scelte ed a recuperare chi ha commesso errori. Insomma “un socialismo umanitario e sentimentale”(Bartoloni) esente da ribelli fermenti rivoluzionari ma consapevole che un tale progetto non poteva essere svolto solo da poche e volenterose dame di carità ( “le gentili signore”, come le definiva Irma) ma serviva una forte organizzazione partecipativa ed un innalzamento della formazione culturale.
Il soggetto più debole ed esposto da difendere, però, era un altro:la Patria,un nucleo inscindibile di cultura tradizioni valori morali lingua territorialità che la mancanza di libertà comprometteva in modo inaccettabile. Perciò il suo maestro di vita fu Mazzini, che le trasmise “un immenso desiderio di patria” e l’impulso straordinario a liberarsi dalla dominazione straniera, ed ancora il valore centrale della famiglia, lo stretto rapporto tra pensiero ed azione ed il sentire la propria azione come un dovere all’interno della più grande umanità di cui si faceva parte. E come dimenticare che Mazzini, rivolgendosi agli uomini del suo tempo e parlando in favore delle donne, aveva detto:”Cancellate ogni idea di superiorità:voi non ne avete alcuna”.
Irma capì che era necessario agire in collaborazione con altre associazioni e perciò aderì e fece suo il programma del movimento “Pro pace ed arbitrato” animato dal grande pacifista Teodoro Moneta. Pace e femminismo costituivano un binomio inscindibile: la questione femminile doveva uscire dalle mura domestiche ed entrare di diritto nell’agone socio-politico portando tra gli uomini quegli ideali di fraternità tolleranza e pace che le donne avevano sempre sostenuto all’interno della famiglia.>Un microcosmo che si proiettava nel macrocosmo della società. I periodici “Donna” e “Vita femminile” furono i portavoce delle sue tesi e la sua infaticabile attività le consentì di essere, dopo gli anni ottanta, a capo della Federazione delle Leghe femministe e nel 1896 addirittura delegata a rappresentare l’Italia al Congresso Universale per la Pace tenutosi a Budapest. Le vicende interne del paese di fine secolo, drammatiche e laceranti, e la situazione internazionale raffreddarono alquanto il suo spirito di pace. L’inizio del nuovo secolo riservava ad Irma nuovi orizzonti di azione e nuove scelte di vita.
Per le donne e per la patria: tra irredentismo e interventismo.
Alla morte del cognato Matteo Renato Imbriani Irma decide di andare a vivere con la sorella Irene a Casa Giulia in San Martino Valle Caudina. L’asse culturale dei suoi interessi si concentrò quindi su Napoli dove il salotto letterario Imbriani era uno dei più frequentati e dove, per la massiccia presenza di circoli irredentisti e massonici, fu quasi naturale per la Scodnik alimentare gli ideali patriottici ed irredentisti già presenti nella sua formazione culturale. Si convinse che la Triplice Alleanza era una trappola per l’Italia – fatalissima triplice alleanza” – e che, come ripeteva spesso con la sorella Irene, “la pace non si può avere che fra uguali, ma non può sussistere fra oppresso ed oppressore”. Lo spirito libertario oscurò i suoi progetti di pace ma non quelli in favore delle donne. In più riprese e con infervorati articoli esorta le donne a liberarsi dai timori e ad agire per costringere gli uomini, i veri guerrafondai, a costruire una “civiltà vera” basata sul confronto e sulla collaborazione internazionale (“Le donne per la civiltà vera”,1900) esortandole, in un articolo di fondo del 1906 (“Per le addormentate”, Almanacco Pro Pace),ad aspirare a qualcosa di più grande ed elevato e dirigendo verso una meta superiore il loro paziente lavoro quotidiano. Sono questi gli anni in cui si risveglia in Parlamento l’interesse per il voto alle donne.
Nel 1902 Carlo Del Balzo aveva presentato una proposta di legge per la tutela dei minori e delle donne sui posti di lavori e nella stessa direzione si era mosso Federico Capone di Altavilla Irpina, a tutela della donna lavoratrice che, egli sosteneva, poteva tranquillamente svolgere il lavoro maschile anche nelle miniere purché debitamente protetta. In una conferenza tenuta a Napoli nel 1906 nel Circolo del Libero Pensiero Giordano Bruno la Scodnik rifaceva la storia del problema del voto alle donne, proposto già con il governo De Pretis ma bocciato nel governo Crispi ed avversato in epoca giolittiana: questione riproposta nel 1904 da Roberto Mirabelli, grande amico di Matteo Imbriani e suo compagno di partito nelle fila della Estrema Sinistra con una assoluta novità,non solo voto per le donne ma iscrizione alle liste elettorali in modo che potessero essere sia elettrici che eleggibili.
Tutto caduto nel vuoto perché il Senato non ratificò quello che la Camera aveva approvato; in quella atmosfera cosi polemica Irma non dimenticò di ricordare il pioniere della difesa del voto per le donne, il patriota e deputato napoletano Salvatore Morelli, al quale aveva già dedicato un saggio nel 1903(“Un precursore: Salvatore Morelli”) e in ricordo del quale riscrisse nel 1916 (“Per un dimenticato:Salvatore Morelli”).La Scodnik si rende conto che nonostante il notevole impegno sociale e la mancanza di aristocratica distanza dalle donne di più modesta estrazione sociale le donne lavoratrici giudicano l’impegno delle femminista attive una lotta condotta dall’alto e di natura eccessivamente culturale.
Ma senza cultura e preparazione non si cresce, pensava Irma, sono le armi che consentono anche alle donne di strati sociali più umili di affiancare nella lotta comune le rappresentanti di pari sesso più fortunate per nascita ed educazione culturale.E comunque nel DNA di Irma non esistevano la rinuncia e lo scoraggiamento: ed eccola nel 1908 vice presidente al I Congresso Nazionale delle donne italiane a difesa delle donne lavoratrici, tesa a sfatare e cancellare con ferrea volontà il giudizio negativo e paralizzante pronunciato dall’onorevole Di Rudinì:”La donna, questo astro luminoso e soave, si diminuirebbe scendendo nel fango della politica”. La Scodnik sapeva bene che le donne, “ciucce di fatica” come le aveva ella stessa definite con una espressione tipicamente del Sud, erano in grado di battersi in qualunque luogo senza paura di sporcarsi, decise a cambiare il loro destino.
L’ultima Scodnik tra nazionalismo e problemi post bellici.
Nel 1905 nella conferenza “Terre irredente” tenuta a Messina per conto della patriottica società Dante Alighieri Irma, ricordando Garibaldi che sosteneva la lotta armata solo per liberare un popolo oppresso da schiavitù straniera, afferma che un popolo diventa vero popolo solo quando tutte le sue terre saranno redente ed esso avrà recuperato la sua integrità morale e culturale. Trieste e le terre dalmate restavano per lei una ferita aperta e perciò a Napoli aderisce con slancio alla prima sezione napoletana di “Trento e Trieste”e dà vita ad un circolo intitolato all’irredentismo. Nell’Europa lacerata e in contesa ogni progetto di pace appare una utopia e con la conquista della Libia(1911) Irma spera che l’Italia, assurta a potenza coloniale, possa sedersi al tavolo dei grandi con rinnovata fiducia per la soluzione dei suoi problemi.
Nel 1914 la Scodnik è tra gli interventisti, anche se la sua idea della guerra è assolutamente distante da quella di intellettuali come Papini, Corradini ed i Futuristi che la esaltano come “sola igiene del mondo”. Per Irma è l’ultima speranza di un giusto coronamento delle nostre aspirazioni risorgimentali: una attesa che, come per molti altri, dopo la guerra darà vita alla tesi della “vittoria mutilata”.Durante gli anni di guerra Irma, con il suo filantropico spirito di crocerossina, aiuterà combattenti feriti e le loro famiglie rimaste nelle retrovie senza adeguato sostegno economico.
Una forma di assistenza profonda e disinteressata, priva di ricompense se non quella di essere stata utile al prossimo: perché, come spesso ripeteva sua sorella Irene, Irma non aspirò mai alla fama ma alla realizzazione di una società giusta e libera in cui tutti avessero pari opportunità di crescita e benessere. La conclusione della guerra non aprì luminosi orizzonti: in ambito femminista una proposta di legge di Francesco Saverio Nitti presentata nel 1919 e riproposta nel 1921 con la firma della Scodnik fu approvata dalla Camera ma non dal Senato e la Scodnik arrivò a dire:”O accettare il parere del Senato o trovare lo stimolo per una salutare agitazione suffragista”.
Sul piano politico i trattati di Parigi e soprattutto quello di Rapallo(1920) non risolsero i problemi: l’Italia in qualche modo era nazione vincitrice e la Scodnik si aspettava “una pace vera,non fallace come questa pace sanguinosa che ancora affligge il mondo”.
Col consenso delle parti politiche in causa l’Italia ebbe Gorizia,Trieste, Pola e Zara ma dovette rinunciare ai territori della Dalmazia e Fiume fu prima riconosciuta come “città libera” ma poi, con il trattato di Roma del 1924, fu divisa a metà con gestione e occupazione sia italiana che slava. Il grido di dolore contro il trattato di Rapallo, manifestato dalla Scodnik in una conferenza tenuta a Napoli nel 1921, si perse nei meandri delle diplomazie europee e dei loro interessi, senza che i governanti italiani potessero o sapessero opporsi con decisione.
In quello stesso anno Irma fonda a Napoli la sezione locale “Pro Dalmazia”, a dimostrazione di quanto avesse a cuore le sorti di quel territorio che mai più sarà italiano e costringerà migliaia di cittadini italiani al ritorno in patria. Le ultime forze le spese nel 1923 per una conferenza a Napoli su Niccolò Tommaseo – “Niccolò Tommaseo alla difesa di Venezia 1848” con una speciale dedica:”Alla mia diletta sorella Irene Scodnik Imbriani Poerio”— ,in realtà parlando del problema dalmata perché Tommaseo era nato a Sebenico, in Dalmazia e pochi giorni prima di morire per un articolo scritto per l’Istituto dalmatico San Girolamo di Roma in cui deplorava la rinuncia politica e l’indifferenza generale verso il destino delle terre dalmate.
Infine, nonostante gli anni, nel giugno del 1924 si reca a Trieste per una conferenza su Eleonora Pimentel Fonseca, la straordinaria donna protagonista della rivoluzione napoletana del 1799. Era un modo per Irma di portare Napoli e la sua storia a Trieste, per un simbolico gemellaggio ma anche rivelava il desiderio di accomunare il suo destino di donna di azione e di forti sentimenti sociali e politici alle sfortunate vicende di quella straordinaria patriota.Come si è detto a Napoli esisteva una sezione della “Trento e Trieste” e Trieste era divenuto il simbolo di italianità e di tutte le territorialità contese agli italiani.Quel sentimento di disperato amore patriottico Irma lo aveva ricevuto, e gelosamente custodito, da Matteo Renato Imbriani che aveva fatto di Trieste la sua “inintermessa nostalgia”.
Ma a giustificare la scelta di questa sede per la sua ultima conferenza interviene un altro importante elemento:Domenico ed Antonio Piatti, padre e figlio banchieri triestini, avevano sposato la causa dei patrioti napoletani del 1799 finanziando generosamente la loro attività.A restaurazione compiuta furono accusati di cospirazione e tradimento, condannati alla pena capitale e giustiziati tramite impiccagione in piazza del Mercato a Napoli lo stesso giorno in cui persero la vita Eleonora Pimentel Fonseca e Gennaro Serra.
Irma si sentiva accomunata ad Eleonora per nobiltà di vita, di censo l’una di sentimenti l’altra, e per la profonda avversione ad ogni forma di potere assolutistico e dittatoriale. E condiviso era anche l’amore per la cultura: entrambe conoscitrici di lingue straniere, amanti della scrittura e della poesia.Eleonora fu amica lodatissima dal poeta Pietro Metastasio che la riteneva capace di contrastare, sicura della vittoria, la preminenza al mio sesso” e la definì “amabilissima musa del Tago”. Non grande poetessa né insigne letterata fu Eleonora ma fu socia di molte accademie letterarie e la sua produzione letteraria fu conosciuta ed esibita in molti salotti culturali del tempo.Antonio di Gennaro, duca di Belforte, così concludeva un sonetto a lei dedicato:”E un dì voi sola mostrerete al mondo/che nel giugner di gloria alle corone/l’ingegno femminil non è secondo”.
Condivisero le due donne un profondo sentimento patriottico anche se per obiettivi diversi, l’esperienza di giornaliste politiche e l’amore per un supremo ideale di libertà che per Eleonora si concluse con il martirio.Un ritratto straordinario di Eleonora ci ha lasciato Benedetto Croce in un saggio giovanile scritto a 20 anni che ora è possibile leggere in una elegante ristampa (Aragno editore, Torino 2025).Il saggio fu pubblicato per la prima volta nel periodico “Rassegna degli interessi femminili”,fondato a Napoli da Fanny Zampini Salazar, e poi entrato a far parte,arricchito ed ampliato, de “LA RIVOLUZIONE NAPOLETANA DEL 1799”.
Di Eleonora Irma ammirava anche la straordinaria bellezza che fu causa, tra l’altro, della sua morte avendo suscitato la rivale e funesta invidia della regina Maria Carolina, che le negò fino all’ultimo ogni speranza di salvezza. Eleonora, esempio tra i primi di un giornalismo politico praticato da una donna, divulgò con franco coraggio le sue idee dalle pagine del “Monitore Napoletano” mostrando, con uno spirito quasi “socialistico” anti litteram, una spiccata ostilità verso ogni forma di supremazia di una classe sociale su un’altra.
Perciò Irma vide nella decisa indipendenza di Eleonora un modello superiore di donna, un esempio di vita da ammirare e da considerare come stimolo per costruire al femminile una assoluta libertà di pensiero ed una dignitosa presenza nella vita sociale. Riunendo in un simbolico abbraccio se stessa, i tormenti e la tragedia di Eleonora e le sofferenze dei fratelli dalmati, Irma concludeva così il suo discorso.:”Nell’ora che volge tutto si riassume nella ferma volontà di RICORDARE”: un fermo monito a non cancellare quanto offriva un passato glorioso e rievocando così la testimonianza dello storico Vincenzo Cuoco che riferiva come Eleonora, prima di morire, avesse voluto bere una tazza di caffè e pronunciato poi ,come ultime sue parole, un verso del poeta latino Virgilio:”Forsan et haec olim meminisse juvabit”.
In coincidenza di martirio per le proprie idee in quello stesso mese veniva assassinato Giacomo Matteotti; l’anno prima Irma era intervenuta al III Congresso nazionale delle donne a Roma, presenti Mussolini e Gentile, ma il suo discorso fu esente da connotati polemici e politici e riguardò con discrezione problemi di natura generale. Il morso della dittatura e della censura aveva di certo già ristretto il libero campo della parola. La morte la colse il 10 settembre per una broncopolmonite che non le lasciò scampo.
Irma Melany Scodnik fu una convinta e tenace sostenitrice delle idee di libertà e giustizia sociale, sia per i popoli che per gli individui. E’ un grave errore storico ritenere che la mancanza di coesione, e quindi di successo, tra le promotrici del movimento femminista e la base popolare fosse dipeso dalla natura eccessivamente intellettualistica delle iniziative riformatrici e di quel tipo di propaganda.
La sua generazione, fortemente condizionata da un Risorgimento incompiuto e dalla forte presenza di istanze morali irrinunciabili nel processo di costruzione politica del Paese, non fu sorretta dal consenso generale e da un adeguato sostegno della classe politica governativa perché, a dire della Scodnik, tutti troppo tesi a rafforzare i processi economici della società dimenticando i valori spirituali e le idealità. Ma Irma propose soluzioni concrete: per lei, ad esempio, la cultura fu strumento di riscatto e di crescita sociale, messaggio quanto mai attuale per il nostro mondo globalizzato, che vive di superficiali informazioni ed ha confinato nell’angolo più buio la edificante forza del sapere. Irma utilizzò una parola ed un pensiero esenti da velleitarie ribellioni:seppe incitare ma con metodi propri della democrazia e, moderna anche in questo, con la forza veritiera e persuasiva della parola più che con proclami incendiari.
Testimoniò con sacrificio i suoi ideali e insieme le limitazioni del mondo femminile ma soprattutto si costruì una idea della Patria non retorica: la vide come un grumo di energie pulsanti in cui convergevano tradizioni e cultura antica, obiettivo in cui far convivere la aspirazione ad essere un popolo, senza paralizzanti distinzioni di classe. Perciò attraversò l’Italia da Nord a Sud:fece dei suoi viaggi il simbolo più alto di una unità nazionale in cui tutti potessero riconoscersi con fierezza.
CENNI BIBLIOGRAFUICI SULLA VITA E SULLA PRODUZIONE DI IRMA MELANY SCODNIK.
- BARTOLONI Stefania,Scodnik Irma Melany, in, Dizionario biografico degli italiani, vol.91,Roma 2018.
- BARTOLONI Stefania,Tra femminismo e movimento Pro Pace:per una biografia di Irma Melany Scodnik, in, ”La contemporaneità del passato”!. Studi in onore di Renato Moro,pp.105-126,Carocci editore, Roma 2021.
- BARTOLONI Stefania, Donne di fronte alla guerra.Pace,diritti e democrazia(1878-19918),pp.29 e ss.,Laterza, Roma 2017.
- PIERONI BORTOLOTTI Francesco,Socialismo e questione femminile in Italia(1892-1922,Mazzotta,Milano,1974,pp.38 e ss.
- CATALDI Maria Grazia,”L’Irpinia del popolo”.La rivoluzione rosa,in, “Corriere dell’Irpinia 27 luglio 2024.
- RUGGERI Liliana,Irma Melany Scodnik.Una intellettuale moderna ed emancipata dalle forti idealità,Cremona 2025.



