Nel suo libro su La questione ebraica nella società postmoderna, Emanuele Calò offre un quadro molto dettagliato del modo in cui il Gran Consiglio del Fascismo pervenne, il 6 ottobre 1938, alla Dichiarazione sulla Razza, il manifesto programmatico che sarebbe stato usato come base teorica per i successivi Regi Decreti volti a mettere in atto le discriminazioni antiebraiche.
Il Duce, ricorda Calò, si vantò di avere “inoculato l’antisemitismo nel sangue degli italiani”, un virus che avrebbe continuato a circolare e svilupparsi. Senza sminuire l’importanza della scelta che fu compiuta (che appariva, considerata la sudditanza a Hitler, inevitabile: avrebbero mai potuto i soldati tedeschi, per esempio, combattere accanto a dei militari italiani ebrei?), e delle sue tragiche conseguenze, è da dire che il dittatore non dovette fare un grande sforzo: quelle vene erano già ben pronte ad accogliere l’inoculazione, non c’erano anticorpi di sorta. La “serva Italia, di dolore ostello”, era pronta e disponibile.
Non è il caso di passare in rassegna i contenuti delle leggi razziali, analiticamente e lucidamente esposti da Calò. Esse appaiono un coacervo non solo di violenza e infamia, ma anche di bizzarra illogicità e contraddittorietà. A volte l’ispirazione appare tedesca, ma non mancano anche degli spunti autoctoni, derivati dalla legislazione sugli ebrei emanata dagli imperatori romani cristiani, come nel caso della norma che vietava agli ebrei di avere al proprio servizio dei domestici “ariani”, così come nel quarto secolo era stato loro proibito di avere dei servi “cristiani”. In partica, la stessa norma, riesumata sedici secoli dopo con qualche piccola modifica, solo apparente.
Obiettivo del Duce, ricorda Calò, era quello di creare “l’uomo nuovo”. Le leggi razziali rientravano pienamente in questo disegno. Ogni trasformazione e innovazione richiede l’eliminazione di qualche scoria, di qualcosa di vecchio, di qualche elemento di resistenza. E l’ebraismo, da questo punto di vista, appariva perfettamente utilizzabile.
Calò ricorda le parole di Pietro Gobetti, che, già nel 1922, disse che il fascismo non era una rivoluzione, ma la rivelazione delle secolari lacune del popolo italiano e dei radicati difetti delle classi dirigenti del Paese: esso, pertanto, sarebbe stato “l’autobiografia di una nazione”. Alla base di tale “rivelazione”, Calò indica giustamente un’“etica della deresponsabilizzazione attraverso il mito”, la cui responsabilità “non appartiene solo al Duce, ma fa parte di una più larga mentalità”. Una mentalità così larga, diffusa e persistente che, come abbiamo già avuto modo di annotare nelle scorse puntate, ha permesso al popolo delle “pseudo-rivoluzioni rivelatrici” di rifarsi una verginità democratica “in quattro e quattr’otto”, con una semplice scrollata di spalle, continuando a scrivere allegramente la propria autobiografia, della quale fa ora parte anche l’ampio capitolo del “fascismo antifascista” denunciato da Ennio Flaiano.
Disse Leo Valiani che, nell’immensa folla che, a piazzale Loreto, scherniva i cadaveri appesi di Mussolini e della Petacci, non riconobbe gli avversari del fascismo, ma coloro che, fino al giorno prima, vi si erano inchinati. Credo che queste parole vadano tenute bene a mente da tutti coloro che si preparano a celebrare la prossima ricorrenza del 25 aprile. È da ritenere che, nei cortei che sfileranno nelle strade d’Italia, non sarebbero bene accolti dei manifestanti in camicia nera, col braccio teso e innalzanti ritratti del Duce. Eppure, quasi nessuno si scandalizza nel vedere sistematicamente colpiti con sputi e insulti, in quei cortei, i rappresentanti di quelle formazioni di partigiani che diedero un alto contributo di sangue per il riscatto dell’Italia, composte proprio dalle stesse persone colpite dalle leggi razziali.
Se il 25 aprile vuole essere uno spartiacque, pare che il popolo italiano – almeno larga parte di esso – non gradisca questa cesura. Niente strappi. L’autobiografia dell’Italia deve continuare a essere scritta, sempre con lo stesso inchiostro nero.
Dopo le pagine dedicate a Mussolini e al fascismo, l’autore inizia un nuovo capitolo, che si apre con queste parole: “Se il contributo degli ebrei alla creazione del moderno capitalismo, secondo Paul Johnson, è stato sproporzionato ai loro esigui numeri, non è invece paradossale che un ebreo, nipote di un rabbino, volesse cambiare il mondo, perché vi erano già degli illustri precedenti. Siccome si dice che la storia è più astuta degli uomini, ancorché dotato di una fervida immaginazione, tutto avrebbe potuto prevedere, eccetto il fatto che nel terzo millennio un Partito comunista cercasse, con grande successo, di diffondere nel mondo i prodotti del suo sistema capitalistico, in quella stessa Cina dove, agli inizi del secolo scorso, i comunisti venivano bruciati nei forni delle locomotive”.
Non c’è bisogno di dire il nome di questo “ebreo, nipote di un rabbino, dotato di una fervida immaginazione”. Ovviamente, se rinascesse al giorno d’oggi, troverebbe un mondo completamente cambiato rispetto al tempo in cui è vissuto, circa un secolo e mezzo fa. Chi sa se proverebbe ugualmente ad adottare le categorie da lui elaborate: ovviamente non dovrebbe farlo, ma, forse ci proverebbe, perché, pur essendo, senza alcun dubbio, un genio assoluto, uomo di sterminata cultura e formidabile capacità di costruzione teorica, ha fatto dei grandi errori, soprattutto sul piano dell’analisi, viziata da un opprimente e fanatico dogmatismo. Uno, in particolare, da modestissimo studioso di storia, mi permetto di denunciarlo. È un errore, per uno storico, molto grave, ossia quello di avere creato delle categorie astratte e metatemporali, sulla base delle quali ha interpretato non solo la società del suo tempo (quella dell’Inghilterra e della Germania dell’Ottocento), ma anche quelle di epoche lontanissime, come l’antica Roma o il Medioevo. Col risultato di fornirne delle interpretazioni completamente irreali e distorte.
Stiamo parlando, ovviamente, di Karl Marx.
Calò ci sottopone a una vera e propria doccia scozzese facendoci passare, senza soluzione di continuità, da Mussolini a Marx. Da un uomo, se non stupido, assolutamente mediocre e ignorante a un cervello dei più portentosi della storia.
Intendiamoci, non che i due non abbiano avuto qualche elemento in comune, a partire da un profondo disprezzo per il pensiero liberale e da un’autostima alquanto accentuata, al punto da considerare il proprio pensiero l’unico valido metro di giudizio della realtà. Si potrebbe, poi, provare a formulare qualche analogia tra i risultati del loro operato, ma questa sarebbe un’operazione alquanto azzardata. Mussolini, infatti, è stato soprattutto un uomo di azione (di pessime azioni), le cose lui le ha fatte veramente, e ha avuto anche modo di vedere i risultati del suo operato. Il fascismo è una sua creazione, e anche i vari fascismi a lui sopravvissuti, o creati dopo di lui, hanno certamente un diretto collegamento con la sua persona. Il “copyright” del fascismo, innegabilmente, è suo.
Per Marx il discorso è diverso. È stato un uomo di pensiero che ha progettato di cambiare la realtà, ma quelli che poi lo hanno fatto veramente, in suo nome, sono stati altri. E il cd. marxismo c’entra solo indirettamente con la persona da cui il nome deriva. Sono certo che la stragrande maggioranza dei cd. marxisti, di tutti i luoghi e tutti i tempi, non ha mai letto neanche un rigo della sterminata produzione del filosofo di Treviri. I più volenterosi, al massimo, avranno letto il Manifesto del partito Comunista, che si legge in venti minuti, o, magari, il 18 Brumaio o qualche paginetta sparsa dei Grundrisse. Quanto al suo testo epocale, la Bibbia del marxismo, il Capitale, scommetterei che, nella sua interezza, sia stato letto al massimo da qualche decina di eruditi accademici, non di più. Certamente da nessun politico. A che sarebbe servito?
Perciò, è molto facile giudicare Mussolini, perché sappiamo bene chi è stato, cosa ha scritto, detto e fatto. Tra lui e il suo fascismo il rapporto è chiaro, limpido, diretto.
Giudicare Marx, invece, è molto più difficile, e non tanto perché non abbiamo letto tutto quello che ha scritto (Dio ce ne scampi), ma perché il rapporto tra lui e il marxismo è molto obliquo, indiretto, spesso completamente arbitrario e inventato. Marx non ha alcun copyright sul marxismo.
Continueremo a parlarne nelle prossime puntate.



