Dopo Karl Marx, nel suo grande libro su La questione ebraica nella società postmoderna, Emanuele Calò tratta della complessa figura di Jean Paul Sartre. Un filosofo, scrittore e drammaturgo certamente geniale, di grande autonomia e originalità di pensiero (fu molto criticato per la sua visone critica ed eterodossa del marxismo), con una naturale tendenza verso l’anticonformismo e l’eresia. Resta suo merito indiscutibile avere portato avanti con coraggio, quasi da solo, una sferzante critica alla politica coloniale francese, ma penso che vada anche riconosciuto che le sue idee radicali abbiano contribuito, più o meno consapevolmente, ad alimentare le derive violente ed estremistiche che hanno funestato e insanguinato l’Europa degli anni ’70. Ricordo bene il titolo di una sua intervista rilasciata a un quotidiano tedesco, poco prima della sua scomparsa, avvenuta nel 1980: “Ich habe nie den Terror gepredigt”, “non ho mai predicato il terrore”. Eppure, l’intervistatore – ricordo anche questo bene – non gli aveva affatto domandato se lo avesse fatto, gli aveva solo chiesto un giudizio sugli anni di piombo. E, come si dice, “exscusatio non petita, accusatio manifesta”.
Idolo della “contestazione giovanile”, porto impresse nella memoria le foto che lo ritraevano, in un’aula dell’Università di Roma occupata, a discutere con barbuti compagni studenti, tutti avvolti in spesse nuvole di fumo. Quei giovani erano affascinati dalla parola “esistenzialismo” (anche se, probabilmente, non sapevano cosa significasse), ed erano certo orgogliosi di avere tra le loro fila un “pezzo da novanta” come lui. Non credo che capissero bene quello che diceva (tra l’altro, in francese), ma il messaggio di fondo appariva chiaro: il mondo dei “vecchi” andava buttato tutto a mare, non c’era nessun dubbio, non lo dicevano solo i giovani, ma anche il più intelligente dei vecchi, l’unico che aveva capito come vanno davvero le cose.
Quanto all’ebraismo, Sartre non dimostrò un particolare interesse verso l’identità ebraica, mentre celebri, e di grande attualità, restano le sue note riflessioni sull’antisemitismo, pubblicate in un libello apparso nel 1946, quindi subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, Réflexions sur la question juive. Lo scrittore, nota Calò, “privilegia la visione dell’ebreo come l’esito dell’odio antisemita, per cui l’ebreo sarebbe uno che l’antisemita considera ebreo, l’ebreo sarebbe condizionato dall’antisemita e si sarebbe ebrei perché considerati tali”. Una visione dell’ebraismo sostanzialmente “di riflesso”, “di rimbalzo”, caudataria e ancillare rispetto all’antisemitismo, che non poteva non sollevare giuste critiche. Ma, nonostante la loro carenza sul piano di una considerazione dell’ebraismo “di per sé”, “per quello che effettivamente è” (ma è forse facile? cosa è veramente l’ebraismo?), le osservazioni dello scrittore si rivelano ancora dense di significato e di verità, come giustamente mette in luce Calò. “Gli antisemiti – spiega Sartre – sanno che i loro discorsi sono vacui, contestabili, ma ci si divertono, è il loro avversario che ha il dovere di usare seriamente le parole: essi hanno il diritto di giocare. E la loro convinzione è forte, perché hanno il diritto di essere impermeabili”.
“Quest’ultima osservazione – nota Calò – è molto più profonda di quanto possa apparire, in quanto la valanga di accuse che si scatenano contro gli ebrei, in parte non possono trovare risposta, perché quando Josè Saramago… sostiene che gli ebrei si grattano le loro ferite per farle sanguinare, non sono ipotizzabili delle risposte. Inoltre, al pari delle fake news, si inverte l’onere della prova, addossando agli ebrei il compito di rispondere ad infinite e bizzarre accuse. Infine… gli accusatori sono impermeabili alle risposte. Il delirio accusatorio è un fiume in piena, e non si fa in tempo a rispondere a un’accusa che ne rispunta un’altra”.
Sul pensiero di Sartre riguardo all’antisemitismo torneremo nella prossima puntata, ma possiamo già indicare quelli che sono i suoi due punti essenziali, valevoli per ogni luogo e ogni tempo, che la gente volutamente ignora:
- gli antisemiti sono i primi a essere consapevoli dell’idiozia di quello che dicono. Ma questa idiozia è un elemento di forza, non di debolezza;
- l’antisemitismo non ha nulla, ma proprio nulla a che fare con gli ebrei e l’ebraismo.
“Sartre – argomenta Calò – spiega che l’antisemita è un manicheista e quindi considera che il corso della storia si risolva in una lotta del bene contro il male, in mezzo non può esservi nulla, per cui non sono possibili dei compromessi”.
“Una delle componenti dell’odio antisemita è un’attrazione profonda e sessuale per gli ebrei, dove l’antisemita appare in guisa di sadico criminale che cerca la morte dell’ebreo, oppure, come succedaneo dell’eliminazione fisica, lo vuole degradare, umiliare e bandire, in guisa di assassinio simbolico”.,
Calò ricorda come il pensatore esistenzialista, nell’illustrare la situazione di “perenne incertezza” dell’ebreo, richiama, giustamente, il protagonista de Il processo di Kafka, che viene arrestato, processato, condannato e giustiziato senza mai sapere quale possa essere stata la sua colpa. Esiste, a suo carico, una incombente “colpevolizzazione permanete” che fa sì che l’ebreo, “per essere lasciato in pace, dovrebbe venir mobilitato prima degli altri, dovrebbe, in caso di carestia, essere più affamato degli altri; se una disgrazia collettiva colpisce il Paese, dovrebbe essere il più colpito”.
“Gli ebrei hanno, però, un amico – rileva Sartre -, il democratico, il quale salva l’ebreo in quanto uomo e lo annienta in quanto ebreo, in una politica dell’assimilazione. Per un ebreo fiero di essere tale, non vi sarebbe tanta differenza tra l’antisemita e il democratico, il quale vorrebbe distruggerlo come ebreo per conservare in lui soltanto l’uomo, criticandolo quando si rivela troppo ebreo”.
Un amico, come si vede, decisamente finto e subdolo.
Per questo il sionismo, accentuando l’“ebraicità” dell’ebreo, metterebbe in difficoltà gli ebrei della diaspora, esponendoli all’odio antisemita. L’ebreo assimilato, non religioso e non sionista, ne sarebbe invece posto al riparo, perché, in quanto “semplicemente uomo”, passerebbe inosservato.
Come si vede, le riflessioni di Sartre richiamano, in senso critico, quelle di Marx, di cui abbiamo parlato nelle scorse puntate, secondo cui l’emancipazione dell’ebraismo coincide con l’emancipazione della società dall’ebraismo. Se gli ebrei non saranno più tali (o, almeno, non lo saranno “troppo”), nessuno darà più loro fastidio, perché, nel momento in cui saranno “semplicemente uomini”, nessuno farà più caso a loro, e i poveri antisemiti diventeranno disoccupati.
Il saggio di Sartre Réflexions sur la question juive fu scritto nel 1946, quindi subito dopo la Shoah, di cui l’autore mostra di avere bene appreso il senso profondo, ossia l’inanità di ogni distinzione, di fronte all’antisemitismo, tra diverse epifanie dell’identità ebraica. Hitler faceva forse qualche distinzione tra ebrei religiosi e assimilati, sionisti e non? Uno dei più grandi errori dell’intero pensiero occidentale, nell’immediato dopoguerra, fu il pensare che l’aspetto radicale dell’antisemitismo fosse stato spazzato via con la caduta del nazismo, e che il “nuovo” antisemitismo fosse qualcosa di diverso, di meramente ideologico, che non avrebbe avuto niente a che fare con quello di prima, che avrebbe avuto connotati di tipo razziale e biologico.
In realtà, ogni differenza tra i vari tipi di antigiudaismo è assolutamente illusoria. Anche se il razzismo biologico pseudo-scientifico è un’invenzione moderna, di fatto c’era già fin dall’alto Medio Evo: l’Inquisizione spagnola indagava sulla “limpieza de sangre”, la purezza del sangue, non dell’anima.
In sintesi, si può dire che l’analisi di Sartre sull’antisemitismo si rivela ancora di grande efficacia e attualità nell’analisi del fenomeno, dal momento che evidenzia il dato fondamentale che il pregiudizio è un problema di coloro che lo nutrono, non di chi ne è vittima. La malattia è in chi nutre fomenta il fenomeno, non in chi lo subisce.
Perciò ogni proposta di cura dell’antisemitismo consistente in suggerimenti agli ebrei su cosa fare o non fare è del tutto sbagliata, semplicemente confonde un paziente con un altro. Un ebreo potrà essere colpevole delle peggiori nefandezze, come tutti gli uomini, tranne una, quella di essere quello che è. Chiedergli di ‘camuffare’ o ‘diminuire’ la sua identità (evitando di essere “troppo ebreo”), in qualsiasi modo essa si esprima (religiosa o nazionale) è non solo ingiusto, ma anche inutile, perché è un trucco molto facile da scoprire.
Eppure, nota Calò, “tra gli stessi ebrei italiani, vi è una parte consistente che invita a non chiudersi, …, per evitare di rafforzare i pregiudizi, provvedendo a solidarizzare con tutte le vittime, dimenticando che sotto Hitler e Mussolini gli ebrei erano integrati e indistinguibili, senza che ciò sia servito a nulla. Ciò conduce a un risultato opposto a quello formalmente auspicato perché, a differenza del resto della società, gli ebrei dovrebbero fare qualcosa, il cui oggetto è assolutamente poco chiaro, per evitare di essere odiati”. Dimenticando che “l’antisemita non ha bisogno di pretesti” e che “come gli estorsori, non si accontenta mai”.



