La questione Ebraica 24 – degiudaizzare

Francesco Lucrezi
Francesco Lucrezi
Ordinario di Diritto romano e di Diritti dell'Antico Oriente Mediterraneo presso l'Università degli Studi di Salerno, il suo ambito di studio riguarda principalmente l'ebraismo e, in particolare, il diritto ebraico, al quale ha dedicato diverse opere e di cui è considerato uno dei massimi esperti italiani.

Nell’ultima puntata della nostra ricognizione sul grande libro di Emanuele Calò su La questione ebraica nella società postmoderna, abbiamo parlato dei modi spesso indiretti e obliqui che vengono adoperati per indicare gli ebrei, come, per esempio, l’espressione “di origine ebraica”, che sembra rinviare a una sorta di strana radice, lontana o prossima, vitale o essiccata, che comunque esiste, e che va ricordata.

Non è detto, sia chiaro, che chiunque adoperi questa espressione lo faccia con intenzioni malevole, ma certo non si sente mai definire un qualche personaggio pubblico come “di origine cristiana”. La stessa legislazione e giurisprudenza sulla privacy include la professione religiosa, al pari dei riferimenti alla salute, alle tendenze sessuali ecc., tra i cd. “dati sensibili”, davanti ai quali il diritto di cronaca si deve arrestare. Sono state gravemente lesive di tale normativa (che è innanzitutto un’elementare regola di civiltà), per esempio, le notizie date in pasto al pubblico sulle scatole di Viagra trovate nella casa del boss mafioso Matteo Messina Denaro. Naturalmente, se ciò fosse accaduto per un qualsiasi “colletto bianco”, ci sarebbe stata un’ondata di indignazione, ma, dato il personaggio, nessuno ha detto niente.

Altro caso significativo ricordato da Calò è quello dell’uso di definire “un ebreo purchessia quale esponente della comunità ebraica”. Senonché, osserva l’autore, “esponente, nella sua diffusa accezione, significa un rappresentante. Mentre il riferimento a un ebreo si esprime sovente quale esponente della Comunità ebraica, per contro, nessuno sosterrebbe che un cattolico, per il solo fatto della sua fede religiosa, sia un esponente della comunità dei cattolici”. Ciò, commenta Calò, potrebbe tanto lasciare trasparire l’idea, magari inconsapevole, di una sorta di “complicità di fondo fra gli ebrei, come se fossero diversi dagli altri esseri umani”, quanto fare pensare che “dire cattolico protestante sia meno ‘antiestetico’ che dire ebreo”.

L’autore auspica, quindi, un definitivo ‘sdoganamento’ della parola “ebreo”, “senza inutili giri di parole. È in questo senso, per esempio, che è andata, su decisione e richiesta dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, il cambiamento della loro denominazione, sancito dalla Legge 8 marzo 1989, regolante la nuova Intesa tra l’Unione e lo Stato Italiano, che, all’art. 19, sancisce che l’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane assume il nuovo nome di Unione delle Comunità Ebraiche Italiane”. Il termine israelita era stato prima preferito in quanto più “religioso”, e pertanto ritenuto meno esposto al pregiudizio, rispetto ad ebreo, e giustamente si è ritenuto di voler superare questa forma di cautela (anche se, ovviamente, ciò non è certo sufficiente a contrastare l’antisemitismo, che si indirizza contro gli ebrei indipendentemente dalle parole con cui vengono chiamati).

Ma, a proposito degli ebrei come “esponenti” di una data comunità, c’è un fenomeno molto grave che deve essere segnalato, relativo al tipo di informazione relativa allo stato d’Israele, largamente prevalente nel nostro Paese, e che produce profondi guasti sulla correttezza e l’onestà dell’informazione giornalistica, radiofonica e televisiva. Molto spesso, infatti, nei dibattiti sui problemi del Medio Oriente, sono invitati degli opinionisti ebrei (o, come abbiamo detto, “di origine ebraica”), che si segnalano per le loro critiche spesso feroci non solo verso l’attuale governo israeliano, ma, sovente, nei confronti dell’intero stato, della sua storia e ragion d’essere. Il diritto di critica, per carità, è sacrosanto, anche se esso non dovrebbe sfociare – come spesso accade – nella sistematica calunnia, criminalizzazione e falsità. Ci sarebbe anche una ovvia libertà di scegliere chi invitare a parlare, ma, per esempio, tra i vari partiti politici, l’informazione pubblica dovrebbe garantire un certo equilibrio nello spazio da dare a ciascuno di essi. Quando si parla di Israele, invece, vengono quasi sempre invitati a parlare commentatori fortemente critici nei suoi confronti. Qualche volta – abbastanza di rado – si sente anche qualche voce a difesa, ma il dato singolare è l’abnorme presenza di commentatori ebrei ipercritici. Dato l’esiguo numero di ebrei presenti nel nostro Paese (circa 30.000 su 60 milioni di abitanti) non ci si può non chiedere il motivo di questa ricorrente scelta. Questi commentatori (che non voglio unire in un unico calderone: alcuni li stimo, pur nel dissenso, qualcuno lo considero inqualificabile) non sono esponenti di nessuna Comunità ebraica, né, tanto meno, del governo di Israele o di qualche istituzione pubblica israeliana. Ma è inevitabile che, per la loro “origine ebraica”, vengano così percepiti dal pubblico, o almeno da una parte di esso.

Ed ecco che, nell’informazione su Israele, e solo per essa, viene realizzata una sorta di grottesca e abnorme “par condicio”, che vede il Pubblico Ministero (spesso più di uno) tuonare contro l’imputato, e uno stretto parente di questo (non si capisce se come ulteriore accusatore, parte civile o avvocato difensore) pronunciare, contro di lui, un’arringa ancora più dura e violenta.

Calò affronta poi un tema particolarmente complesso e delicato, trattato in un paragrafo intitolato La degiudaizzazione del Cristianesimo (e di Israele).

Lo studioso dedica alcune acute considerazioni all’antica questione del complesso e ambiguo rapporto tra ebraismo e cristianesimo. Una relazione, com’è noto, intrinsecamente problematica, in quanto segnata da molteplici fattori, difficilmente armonizzabili tra loro: derivazione-collegamento-parentela-antagonismo-conflitto. Una polivalenza e contraddittorietà ben sintetizzata dal titolo di un famoso libro del grande Elio Toaff, per decenni indimenticabile Rabbino capo della Comunità di Roma: Perfidi Giudei, fratelli maggiori. Per secoli nella preghiera del Venerdì santo i cattolici di tutto il mondo hanno generosamente pregato anche pro perfidis Iudaeis (e lo fanno ancora, sia pure “sotto voce”, dopo una breve interdizione, nella messa recitata in latino, nuovamente accettata come forma canonica di culto). Ma quei “perfidi Giudei”, nella storica visita nel Tempio Maggiore di Roma di Papa Giovanna Paolo II, accolto da Toaff, furono dal pontefice definiti “fratelli maggiori” dei cristiani. Sono ancora, agli occhi della Chiesa e del popolo cristiano, “perfidi giudei”? sono ancora “fratelli maggiori”? O sono entrambe le cose? E, in caso di risposta affermativa, possono essere entrambe le cose contemporaneamente, o devono essere l’una o l’altra a seconda dei mutevoli umori del momento? Magari a giorni alterni?

La questione è oltremodo intricata, perché è connessa a molteplici aspetti teologici, storici, psicologici, identitari. E credo che si possa dire che l’ambiguità – così come l’opacità, la fluidità, la poliedricità – della stessa debba essere considerata un elemento intrinseco e ineliminabile della sua stessa esistenza. La collocazione dell’ebraismo nella teologia cristiana, come anche nella percezione popolare del popolo cristiano, non potrà mai essere risolta in un modo chiaro, limpido, definitivo. Resterà per sempre opaca, sfuggente, mutevole, fintanto che le due religioni – o una di esse – continueranno ad esistere. Nel grande mosaico del cristianesimo la tessera dell’ebraismo non troverà mai uno spazio adatto in cui essere esattamente e pacificamente incastrata.

“Vi è in Italia – scrive Calò – un meraviglioso presepe vivente in un bellissimo paese italiano, arroccato su un pinnacolo a traforare le nubi, pagina strappata a tutte le fiabe, che quando lo si visita non reca la benché minima traccia dell’ebraismo di Gesù. Potrebbe sembrare una distorsione precettiva, finché non si legge sul sito del Presepe che vi si raffigurano un suq arabo, insediamenti beduini, un Castrum romano, ma degli ebrei non vi è cenno, se non in un’isolata sede. È legittimo il dubbio che si potesse fare altrimenti, ad esempio con una Menorah (il candelabro ebraico)? La sola ricaduta positiva di questa omissione, sicuramente inconsapevole e chissà se evitabile o inevitabile, sarebbe quella di espungere ogni accusa di deicidio, poiché in questo caso gli ebrei non compaiono mai”.

L’autore non si addentra in questioni teologiche, né si arroga il diritto di dire cosa il cristianesimo sia o dovrebbe essere. Semplicemente, si limita a ricordare ciò che è scritto nei Vangeli, ossia che Gesù fu un ebreo figlio di madre e padre (sia pur, come si dice ‘putativo’), ebrei, discendente da re Davide, e che mai – pur nella violenta polemica contro gli scribi e farisei del suo tempo – pronunciò una sola parola da cui si potesse ricavare una sua volontà di abbandonare la fede dei suoi padri (“Non pensiate che io sia venuto ad abolire la Legge o i profeti”, “passeranno il cielo e la terra, prima che una singola ‘iota’ della Legge sia cambiata”). È perfettamente lecito, ovviamente, pensare che egli fosse il Figlio di Dio, ma “degiudaizzarlo” significa, semplicemente, negare non solo la radice, ma la stessa essenza del cristianesimo.

Chamberlain, ricorda Calò, nel suo I fondamenti del XIX secolo, si impegnò tenacemente in un’opera di “arianizzazione di Gesù”, sostenendo che gli abitanti della Palestina del nord, dalla Samaria in giù, non avessero una goccia di sangue ebraico, per concludere che “chiunque sostenga che Cristo fosse ebreo è ignorante oppure insincero”.

Certo, la Chiesa di oggi non si rifà certo alle farneticazioni di Chamberlain o di altri antisemiti come lui. Eppure, la questione della “degiudaizzazione di Gesù” non può dirsi superata.

Proseguiremo il discorso nelle prossime puntate.

Francesco Lucrezi
Francesco Lucrezi
Ordinario di Diritto romano e di Diritti dell'Antico Oriente Mediterraneo presso l'Università degli Studi di Salerno, il suo ambito di studio riguarda principalmente l'ebraismo e, in particolare, il diritto ebraico, al quale ha dedicato diverse opere e di cui è considerato uno dei massimi esperti italiani.
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