La questione Ebraica 25 – Noi e loro

Francesco Lucrezi
Francesco Lucrezi
Ordinario di Diritto romano e di Diritti dell'Antico Oriente Mediterraneo presso l'Università degli Studi di Salerno, il suo ambito di studio riguarda principalmente l'ebraismo e, in particolare, il diritto ebraico, al quale ha dedicato diverse opere e di cui è considerato uno dei massimi esperti italiani.

Come a tutti i libri di storia veramente profondi, anche per La questione ebraica nella società postmoderna di Emanuele Calò si può dire che i suoi contenuti non solo restano sempre attuali, ma anzi vedono continuamente mutare il loro contenuto e insegnamento, a seconda dei momenti storici in cui le pagine del volume vengono lette. Il libro è stato pubblicato solo nel marzo dell’anno scorso, frutto evidentemente di lunghi anni di acribiosa ricerca, ma certamente la sua lettura, in questi giorni, suscita reazioni molto diverse da quelle che poteva sollecitare un anno e mezzo fa. E domani, certamente, esso avrebbe un senso ancora diverso. Quel che è certo è che il suo interesse resterà sempre altissimo, fino a quando si sarà costretti a riconoscere che una “questione ebraica”, purtroppo, esiste. Esso potrà perdere rilevanza solo il giorno in cui l’atteggiamento del mondo verso gli ebrei sarà pari a quello riservati agli esquimesi, agli uruguagi, agli evangelisti, agli svizzeri o ai portatori di lentiggini. A qualsiasi comunità, cioè, portatrice di una qualsiasi specificità etnica, nazionale, religiosa, culturale o somatica. Verrà mai, quel giorno?  Forse dopo la venuta del Messia, ma quel che è certo è che noi non lo vedremo, e neanche i nostri pronipoti.

Questa riflessione è suggerita dalle pagine del libro, già affrontate la scorsa puntata, in cui sui si parla della questione della cosiddetta “degiudaizzazione” del cristianesimo, ossia dei reiterati tentativi di recidere, occultare o stravolgere la sorgente ebraica del cristianesimo, l’ebraicità di Gesù, dei suoi genitori (naturale e ‘putativo’), della sua cultura, dei suoi seguaci, del popolo e della terra in cui visse, predicò e morì.

Com’è noto, l’idea di una totale ‘alterità’ del cristianesimo rispetto all’ebraismo, comportante il rifiuto totale di tutte le precedenti scritture bibliche, fu sostenuta apertamente in alcuni ambienti della Chiesa delle origini, per essere scartata, finché, dopo il Concilio Vaticano II, la Chiesa ha sancito in modo ufficiale, e apparentemente definitivo, che “Gesù è ebreo e lo resterà per sempre”, così come che “senza l’Antico Testamento, il Nuovo sarebbe un libro indecifrabile, una pianta privata delle sue radici e destinata a seccarsi”. Ho scritto ‘apparentemente’, perché, se i documenti ufficiali della Chiesa non possono essere modificati, possono benissimo (e accade molto spesso) essere messi da parte, chiusi in un cassetto, espunti dalla catechesi vivente. Nelle omelie recitate durante le sacre funzioni, per esempio, ormai non vengono mai lette le numerose e lapidarie farsi misogine di San Paolo, che striderebbero con i nuovi tempi. Quelle frasi, che fanno parte del Nuovo Testamento, e provengono dalla voce di colui che può essere a buon titolo considerato il vero creatore della nuova religione, non sono certo state abrogate o cancellate. Semplicemente, non vengono più lette, cosicché vengono, di fatto, silenziate. E lo stesso accade, certamente, riguardo ai riferimenti – che pervadono interamente di sé i Vangeli – alla ebraicità di Gesù, che sembra diventata un dato imbarazzante, nel momento in cui, come ha autorevolmente notato il Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni, con sempre maggiore frequenza viene riproposta, ex cathedra, la vecchia contrapposizione tra un “noi – gli appartenenti nuovo popolo cristiano – buoni” e un “voi – i membri del vecchio popolo d’Israele – cattivi”.

Quel che è interessante notare è che i tentativi di degiudaizzazione, respinti dai primi concili, hanno continuato senza sosta a essere riproposti, in vari modi, soprattutto da parte di soggetti estranei all’ambiente ecclesiastico. Calò ricorda che George Mosse ha spiegato come la presentazione di Gesù come un soggetto completamente “altro”, “fuori dalla storia” (e quindi anche dall’ebraismo), sia stata attivamente coltivata dalle ideologie razziste del primo Novecento, che avrebbero così spianato la strada “toward the final solution”. E il razzista Ernest Renan si impegna a fondo in un’operazione del genere, di cui aveva assoluto bisogno: “La popolazione di Galilea era assai mista, come indicava lo stesso nome del Paese. Fra i suoi abitanti, al tempo di Gesù, questa provincia contava molti che non erano Giudei, come Fenici, Sirii, Arabi e perfino Greci. In tali paesi misti non erano rade le conversioni al Giudaismo. Qui non è dunque possibile sollevare una questione di razza, ed investigare qual sangue corresse nell’uomo che più d’ogni altro ha contribuito a cancellare nell’umanità le distinzioni di razza”.

Quell’“uomo che più d’ogni altro ha contribuito a cancellare nell’umanità le distinzioni di razza” doveva essere utilizzato come grottesca base per il più violento, cieco e brutale razzismo. Non bisogna investigare sul “sangue” di Gesù, per potere passare al microscopio quello di coloro che vengono considerati (a torto) parte del suo stesso popolo.

Bizzarrie del razzismo. Ancora più bizzarre, si potrebbe dire, quando provenienti da sedicenti studiosi ebrei, e perfino israeliani.

Sulla questione dell’ebraicità di Gesù, com’è noto, la Chiesa ha avuto, nei secoli, atteggiamenti diversi: è stata spesso accentuata la rottura radicale del Nazareno nei confronti della cultura farisaica dominante del suo tempo, e la sua natura divina è stata vista in chiave di alterità, estraneità o contrapposizione rispetto al suo ambiente di origine. Ciò è, semplicemente, un grande falso storico. Altre volte l’ebraicità di Gesù è stata invece ribadita, come linfa vitale del nuovo – ma non alternativo, non contrapposto – messaggio evangelico. È l’insegnamento di San Paolo, l’“inventore” del cristianesimo. 

Oggi, senza dubbio, le tendenze “degiudaizzanti” sono in forte crescita, all’interno di una grottesca teoria della “sostituzione” etnica, culturale e nazionale. Se prima Gesù veniva visto, a volte, semplicemente come una creatura divina, fuori del tempo e della storia, oggi torna a essere “storico” e “geografico”, ma il suo luogo e il suo tempo non sarebbero stati quelli veri, ossia la Giudea del tempo di Tiberio e Ponzio Pilato, ma una inesistente società “palestinese”, che, a quei tempi, semplicemente, non è mai esistita. Solo dopo la seconda rivolta di Bar Kochba (133-135 d.C.), com’è noto, la provincia di Siria (di cui la Giudea rappresentava una sezione) cambiò nome, e fu chiamata Siria-Palestina (dagli antichi filistei). Ma nemmeno in quella terra sarebbe esistita ancora neanche l’ombra di ciò che poi sarebbe stato inteso come “Palestina”. L’Islam (c’è bisogno di ricordarlo?) sarebbe arrivato quattro secoli dopo. Le immagini del Gesù bambino avvolto nella kefyah sono grottesche, e grondano menzogna e malevolenza. Non recano danno all’ebraismo (che rispetta Gesù, ma non ne ha bisogno sul piano religioso), ma al cristianesimo, che diventa una banderuola al vento, priva di radici e identità, pronta a piegarsi alle “mode” del momento. Domani Gesù bambino potrà tranquillamente essere vestito di altri panni, altrettanto falsi.

“Sul piano laico – aggiunge Calò -, invece, laddove la religione non trova spazio, non è infrequente trovare un’operazione di degiudaizzazione degli stessi ebrei, quale strumento incruento per liberarsene. A tale riguardo, è difficile dar torto a chi sostiene che l’Olocausto non sia stato un momento di uccisione bensì un processo evolutivo di cancellazione”.

Al riguardo, Calò cita un caso che è davvero emblematico, per i livelli davvero tragicomici di assurdità che riesce a raggiungere. Non commentiamo il fatto che esso sia offerto da un ebreo, e per di più israeliano. Non mi sono mai piaciute le “liste di proscrizione” in cui vengono elencati i nomi degli “ebrei contro Israele” (titolo di un pamphlet polemico pubblicato una decina di anni fa), ognuno è responsabile solo davanti alla propria coscienza di quel che pensa, dice e fa, essere ebrei non determina particolari doveri di coerenza o osservanza (verso cosa, poi?). Certo, chi riscuote uno strepitoso successo proprio per il suo essere o proclamarsi ebreo, e per il suo contemporaneo, morboso livore verso la patria degli ebrei, forse qualche piccola domanda sulle ragioni di tanto amore potrebbe (o dovrebbe) porsela. Ma è certo più comodo non farlo, credere beatamente che tutti ti vengono a cercare non perché sei ebreo e disprezzi Israele, ma solo perché tu sei molto, molto intelligente, e dici cose solo “buone e giuste”. Meglio non chiedersi perché queste cose, oltre a essere buone e giuste, siano anche tanto piacevoli da ascoltare. Vera e propria musica per le orecchie dei sordi.

Il caso citato – non l’unico, ma uno dei tre-quattro più significativi – è quello di Shlomo Sand, già cattedratico israeliano, da anni fuori dal suo Paese, da lui ossessivamente odiato, che dedica, tra gli applausi di mezzo mondo, tutte le sue energie non solo per dimostrare che Israele è un purulento bubbone da estirpare, ma anche, addirittura, che l’intero popolo ebraico (che dovrebbe essere, in teoria, il suo), in realtà, non esisterebbe, non sarebbe altro che un mito, un’invenzione.

Sand non meriterebbe di essere sottoposto a critica scientifica, ma soltanto ad analisi psichiatrica, trattandosi di un evidente caso da neurodeliri. Anche se, paradossalmente, alcune cose che dice possono anche avere le sembianze di una sorta di “verità”, o “verosimiglianza”. Ma sempre, sia chiaro, all’interno di uno spazio clinico, psicopatologico. Tra le bianche pareti di un manicomio.

Ne parleremo la prossima puntata.

Francesco Lucrezi
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Ordinario di Diritto romano e di Diritti dell'Antico Oriente Mediterraneo presso l'Università degli Studi di Salerno, il suo ambito di studio riguarda principalmente l'ebraismo e, in particolare, il diritto ebraico, al quale ha dedicato diverse opere e di cui è considerato uno dei massimi esperti italiani.
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