Abbiamo trattato, nella scorsa puntata del nostro commento al libro di Emanuele Calò La questione ebraica nella società postmoderna, della questione dell’intrinseca illogicità della Bolla pontificia del 1555 Cum nimis absurdum, con cui papa Paolo IV, considerando “assurdo” che gli ebrei osassero vivere mischiati ai cristiani, senza avere premura di distinguersi da loro, nell’abbigliamento e nei comportamenti, ordinava che tutti gli appartenenti al popolo maledetto dovessero essere rinchiusi in un ristretto spazio murato, e costretti a svolgere solo i lavori più umili, quali i venditori di stracci. Calò nota che nella Bolla si afferma, come dato di partenza, che gli ebrei sono naturalmente schiavi, mentre i cristiani, naturalmente, sono liberi (avendo avuto accesso alla Verità: “la Verità vi farà liberi”, è scritto, com’è noto, nel Vangelo). Ma, nonostante la loro condizione di servitù, è scritto nella Bolla, gli ebrei tenterebbero di dominare sui cristiani, cosa che, ovviamente, andrebbe scongiurata. Ma, nota Calò, “se nella Bolla si dice che gli ebrei sono schiavi e i cristiani sono liberi, come avrebbero potuto gli schiavi dominare coloro che sono liberi?”.
Viene poi presentata come prova di spirito fraudolento e truffatore il fatto che gli ebrei non usassero distinguersi negli abiti, lasciando intendere che l’uso di una esteriorità ‘normale’ sarebbe stata, di per sé, un affronto. E si insiste sulla contrapposizione – ancora oggi, purtroppo, molto di moda, anche in alto loco – tra il Dio duro e vendicativo del Vecchio Testamento e quello, buono e misericordioso, del Nuovo. Rudimentale e grottesca manipolazione del significato del cristianesimo, che, fra l’altro, nota Calò, rappresenta un diretto attacco alla stessa essenza del monoteismo, in quanto significherebbe che Dio non sarebbe uno solo, essendocene almeno due, e non solo diversi, ma radicalmente contrapposti. La discesa di Gesù sulla terra non avrebbe rappresentato la realizzazione di un disegno soteriologico, ma l’“abbattimento” di un Dio crudele e cattivo, e la sua sostituzione con un suo avversario. Avrebbe avuto decisamente ragione, quindi, il monaco Marcione.
Ma abbiano chiarito che la logica, su questo terreno, si inabissa, si dilegua, scompare completamente. L’irrazionalità regna sovrana, in nome dell’affermazione di una nuova pseudo-logica, deputata, fra l’altro, a contrastare la nascente modernità.
La scelta fu compiuta. Chiedersi se essa fosse giusta o iniqua appare ingenua, o, quanto meno, antistorica. Non esistono concezioni metatemporali di giustizia e ingiustizia. Ci si può chiedere, forse, se, e in che misura, essa sia stata ‘utile’, al di là degli aspetti morali o religiosi, per il conseguimento degli obiettivi che si intendevano perseguire.
Per dare una risposta a questa domanda, si può fare un salto in avanti di duecentoventi anni, confrontandoci con il cd. “Editto sopra gli ebrei”, emanato il 5 aprile 1775 da papa Braschi, alias Pio VI. Il provvedimento è molto meno noto della Bolla Cum nimis absurdum, ma meriterebbe invece di essere tenuto in alta considerazione, dal momento che rappresenta, come nota Calò, un vero e proprio “codice di negazione della dignità umana”, tanto da potere addirittura essere considerato “la pagina più nera della storia dell’umanità”. L’editto è molto lungo e dettagliato, e il suo pesantissimo contenuto non può essere analiticamente riportato, e neanche sintetizzato. Se legge, fra l’altro, che “la Santità sua…ordina e comanda che gli ebrei non possano in alcuna maniera ritenere presso di loro, né leggere, comprare, scrivere, copiare, tradurre, vendere, donare, commutare, né in qualsivoglia altro modo alienare sotto qualunque pretesto, titolo o colore, libro veruno, o codici empj, Talmudisti, o altre volte condannati, superstiziosi, Cabalisti, o che contengono errori contro la Sagra Scrittura, o Testamento Vecchio, ovvero qualche ingiuria, empietà e bestemmia contro i sagrosanti misteri della Fede Cristiana, specialmente della Santissima Trinità, di Nostro Signore Gesù Cristo, di Maria sempre Vergine, o de’ Santi ecc. ecc.”.
Insomma, agli ebrei è proibito di fare tutto ciò che permetta loro di preservare la propria identità. Non è scritto che devono scomparire, ma sopravvivere come ebrei diventa, in pratica, difficilissimo.
Da un raffronto tra la Bolla del 1555 e l’Editto del 1775 emergono, soprattutto, due domande.
La prima è questa. Alla luce del successivo provvedimento di Pio VI, si deve ritenere che quello di Paolo IV sia stato inutile? Non era bastata la segregazione degli ebrei, se ancora duecentoventi anni dopo continuavano a esser così pericolosi?
La seconda è: se la malapianta giudaica era così difficile da estirpare, non sarebbe stato più semplice sradicarla del tutto, invece di limitarsi a cercare di ostacolarla contenerla? I mezzi per farlo ci sarebbero stati.
La risposta, a entrambe le domande, è una sola, ed è semplice. No, la Bolla di Carafa non fu per niente inutile. La “guerra” contro gli ebrei i doveva essere combattuta, ma non doveva essere vinta. Non doveva finire. I testes iniquitatis eorum et veritatis nostrae non dovevano scomparire, mai.
C’è da ricordare, oltre a subire la segregazione nel ghetto – zona chiusa e murata nella quale dovevano obbligatoriamente essere reclusi gli ebrei, i cui contatti con la popolazione cristiana dovevano essere ridotti al minimo, per evitare ogni rischio di “contaminazione” -, la popolazione ebraica venne anche vessata da un’infinità di disposizioni limitative e ostative.
Alcune di queste furono dettagliatamente formulate, per esempio, nel lunghissimo editto del 1775 promulgato da Pio VI, papa Braschi, che proibì agli ebrei del ghetto, in modo estremamente minuzioso e preciso, innumerevoli attività (leggere determinati libri, comprare determinati oggetti, insegnare determinate materie, prestare determinate cose, copiare o tradurre determinati testi, spiegare determinati argomenti, trasportare, distribuire, donare determinati articoli, frequentare o circolare in determinati luoghi, effettuare determinati contratti, vestirsi in determinati modi, partecipare a determinati mercati e mille altre cose). In pratica, non potevano fare niente, o quasi. Al confronto, i Decreti Regi del 1938 sembrano parva res, il loro contenuto repressivo – pur pesantissimo – è di gran lunga più blando.
Non solo, sono anche attestate crudeli pratiche a cui gli ebrei venivano reiteratamente sottoposti. Per esempio, chiudere degli anziani in delle botti fatte rotolare (come Attilio Regolo), oppure costringere degli ebrei a denudarsi e a correre, per il sollazzo del popolino, che li bersagliava con dei lanci di fango (pratica che richiama l’antico rito pagano dei Lupercali). Nel 1579 fu organizzato un palio, ossia una corsa di cavalli, in occasione del quale sei ebrei nudi furono indotti a correre davanti ai cavalli (“dopo queste bestie bipedi – fu disposto – correranno le quadrupedi”). L’usanza dovette avere molto successo, perché fu ripetuta molte volte, fino a che non fu abolita, ma solo nel 1668, da papa Clemente X: non certo – come espressamente spiegato nel decreto di abrogazione – per motivi di giustizia o pietà, ma solo in cambio di soldi (furono pagati 300 scudi) e perché essa fu giudicata “indecorosa”.
Il ghetto, “vergogna europea”, era un luogo affollatissimo, lurido e maleodorante, nel quale i genitori di fanciulli, fra l’altro, vivevano nel costante terrore che i figli fossero rapiti per essere forzatamente convertiti ed educati come cristiani. Il caso, molto famoso, di Edgardo Mortara, il bimbo rapito a Bologna nel 1858, non fu certo isolato, e a volte i rapimenti colpivano ragazzi anche di non tenera età, cosa ancor più brutale, dal momento che i giovinetti, in piena età di ragione, venivano strappati ai loro affetti e costretti con la forza a modificare radicalmente già consolidati costumi di vita. Calò ricorda, in particolare, il caso di Giuseppe Coen, un garzone di calzolaio che, nel 1864, fu sottratto alla sua famiglia all’età di undici anni, e avviato forzatamente al sacerdozio.
Nel 1843-44 un ingegnere americano, William G. Gillespie, effettuò un soggiorno a Roma, durante il quale visitò anche il ghetto, per poi scrivere le sue impressioni in un libro di memorie di viaggio: “Nei suoi angusti limiti sono costretti a risiedere tutti gli ebrei di Roma, che vi vengono rinchiusi tutte le sere con cancelli di ferro. Il ghetto è piuttosto sudicio e le strade sono fiancheggiate da bottegucce. Lasciando il ghetto, mi fermai in un caffè e chiesi al cameriere cosa pensasse dei suoi vicini. “Oh, sono persone molto simpatiche”, disse ridendo, “posso colpirli sulla testa senza che mi rispondano con un insulto”.
Non c’è certo da stupirsi che, in queste condizioni, gli abitanti del ghetto risultassero a molti ‘simpatici’. L’istinto della sopraffazione, il piacere di schiacciare e umiliare i più deboli è antico quanto la civiltà umana. Chi picchia un debole si sente forte, vincente, ottiene una facile gratificazione a buon mercato. Lo si è sempre fatto, per esempio, su mogli, figli, servi. Ma disporre addirittura di un intero grande quartiere di persone da colpire sulla testa, gratis e senza nessun rischio, doveva essere davvero una pacchia.
Tutto questo fa parte della storia d’Italia, eppure non se ne parla per niente sui manuali di storia adottati nei nostri licei, che invece sono molto dettagliati, per esempio, sulle varie battaglie delle Guerre d’Indipendenza. È un grave errore, perché è storia, ed è una storia che riguarda da vicinissimo il presente. E dovrebbero essere gli eredi dei colpevoli di ieri, e non delle vittime, a chiedere di porvi rimedio.



