Abbiamo fatto riferimento, nella scorsa puntata della nostra riflessione intorno al libro di Emanuele Calò su La questione ebraica nella società postmoderna, alle pagine in cui l’autore affronta il fondamentale problema dell’apertura, nel XVI secolo, in varie località d’Europa, dei ghetti, ossia di spazi chiusi e recintati entro i quali richiudere le popolazioni ebraiche, i cui contatti con i gentili dovevano essere drasticamente ridotti.
Calò fa una ricostruzione dettagliata delle varie occasioni in cui fu deciso di segregare gli ebrei in queste aree riservate, con le finestre verso l’esterno murate, in modo da impedire il più possibile ogni forma di contatto tra il piccolo, disprezzato e odiato popolo mosaico, disperso tra le genti, e il vittorioso popolo cristiano, infinitamente più numeroso, nelle cui nazioni e città esso era costretto a vivere, sperando in un sia pur minimo livello di tolleranza.
Questo perverso processo di offesa, degradazione e umiliazione – che colpì, indiscriminatamente, decine di migliaia di uomini, donne, bambini e anziani, trattati come esseri abietti e reietti per un crimine di genesi – ebbe, come illustra Calò, soprattutto in Italia la sua terra di massima realizzazione, anche se forme di segregazione coatta si erano registrate anche in diverse località germaniche, a partire dalla fine del ‘400 (tempi che, sui libri di scuola, ci hanno insegnato ad ammirare, in nome del cd. Rinascimento, e che invece rappresentarono, da molti punti di vista, un vero e proprio precipizio in un mondo di tenebre). Ben noto – grazie, soprattutto, alla mirabile e terribile tragedia di Shakespeare – è il ghetto di Venezia, costruito nel 1516, ma la tappa certamente più famosa di questa strada infernale è rappresentata dall’emanazione, il 14 luglio del 1555, da parte di Gian Pietro Carafa, ossia Paolo IV, nella sua qualità di Sommo Pontefice, della famosa Bolla Cum nimis absurdum, che andava a colpire gli ebrei romani (che, ricordiamo là da almeno 18 secoli).
Calò ci offre una traduzione in italiano del testo della Bolla, che vale la pena rileggere integralmente (lo dovrebbero fare soprattutto gli uomini di Chiesa). L’ìncipit è particolarmente lungo, tortuoso e prolisso, sembra più uno sfogo di rabbia, odio, disprezzo e livore che un testo normativo: Poiché è oltremodo assurdo, e disdicevole, che gli ebrei, condannati alla schiavitù eterna per la propria colpa, con la scusa di essere protetti dall’amore cristiano e del sapere tollerata la loro coabitazione in mezzo ai cristiani, mostrino una tale ingratitudine verso questi da rispondere con l’ingiuria alla misericordia ricevuta e da pretendere di dominarli anziché servirli, come invece dovrebbero; avendo appreso Noi che nella nostra Alma Urbe di Roma e in altre città, paesi e terre sottoposte alla sacra Romana Chiesa, l’insolenza degli ebrei è giunta al punto che pretendono non solo di vivere in mezzo ai cristiani, ma anche in prossimità delle chiese, senza distinguersi nel vestire; che anzi prendono in locazione… ecc. ecc.
A questa amichevole premessa seguono le consequenziali misure restrittive: gli ebrei dovranno vivere tutti in un’unica zona, potranno avere una sola sinagoga, dovranno essere sempre ben riconoscibili dall’abbigliamento, non potranno avere servitori cristiani, non potranno lavorare di domenica, non potranno scherzare o desinare con i cristiani, nel concludere contratti con i cristiani non dovranno usare altra lingua che il latino o il volgare, non potranno commerciare che in stracci e vestiti usati, i medici ebrei non potranno mai curare pazienti cristiani, neanche se espressamente chiamati o pregati di farlo e altre carinerie del genere.
Il testo della Bolla, nota Calò, rappresenta una delle tappe fondamentali, dopo Sant’Agostino e San Tommaso, e prima dell’enciclica di Giovanni Paolo II Fides et Ratio, del 1998, della storia della posizione ecclesiastica riguardo al rapporto tra fede e ragione. Ed è una tappa che pare segnare un ipogeo dell’eterno tentativo di conciliare le due cose, dal momento che Carafa si perde in “ragionamenti dichiaratamente empirici, ricchi di salti logici, in aperta contraddizione con le sue premesse”. Il papa definisce ‘assurda’ la realtà che gli si riferisce (chi fu a portargli la ferale notizia? Come mai non se ne era accorto prima?), ossia che gli ebrei osano camminare lungo le stesse strade dei cristiani, e decide di correre immediatamente ai ripari. Fin troppo facile dire che a essere ‘assurda’ non era quella realtà., bensì la sua tenebrosa e deformata rappresentazione, per non parlare della terribile reazione. Come fin troppo facile dire che la Bolla getta nella polvere entrambe, fede e ragione. Eppure, in questa assurdità, c’è una precisa, stringente logica, così come un innegabile pilastro di fede.
Con l’istituzione dei ghetti, l’alterità ebraica, l’irrimediabile inferiorità del popolo deicida, e la pesantezza dell’eterna maledizione gravante sulle sue spalle, compivano un drastico salto di qualità, destinato a incidere fortemente non solo sulla considerazione degli ebrei da parte dei cristiani, ma anche sulla stessa auto-percezione del popolo disperso.
La separazione degli israeliti – in quanto ‘altri’, ‘diversi’, ‘strani’, ‘infidi’ ecc. -, ovviamente, già c’era, almeno dal consolidamento, nel IV secolo, dell’impero romano-cristiano, e la stessa idea di ‘ghetto’, sia pure non sotto questo nome, e non in senso fisico, non era una novità. Già le leggi de Iudaeis emanate dagli imperatori romani a partire dal IV secolo – che stabilivano minuziosamente cosa gli israeliti potessero e non potessero fare, chi potessero e non potessero frequentare, di quali diritti potessero godere e di quali non ecc. -, in pratica, avevano creato una concezione di ebraismo quale spazio chiuso e delimitato, i cui abitanti sono ben riconoscibili per la loro condizione di inferiorità, e nel quale non è affatto conveniente affatto restare, e ancor meno entrare, mentre conviene decisamene uscirne. E uscire si può: basta abbandonare la fede avita e farsi cristiani. Chi sta ‘dentro’ subirà le più pesanti limitazioni (sul piano giuridico, economico, ereditario ecc.), chi uscirà sarà abbondantemente premiato. Così era nell’Impero bizantino, quando i ghetti non c’erano ancora, e così sarà nel ghetto di Venezia, dal quale la bella e dolce figlia del ripugnante Shylock uscirà, per trovare la felicità, coronando il suo sogno d’amore col suo innamorato cristiano, ovviamente abbracciando la vera fede e troncando ogni rapporto con l’odioso padre e col perverso popolo in cui era sventuratamente nata.
Sorge quindi la domanda di come mai dal ghetto puramente giuridico e ideale si sia sentita la necessità, in una certa fase storica, di passare a un ghetto di mura e di pietre. Come mai ciò che, tutto a un tratto, nel 1555, apparve ‘assurdo’ a papa Pietro Carafa, ossia che gli ebrei potessero vivere mischiati ai cristiani, non era già apparso tale a Costantino, Costante, Teodosio, Agostino ecc.? Cosa era cambiato?
Osserva Calò che l’istituzione del ghetto, pur essendo stata diffusa in diverse località europee, è stata un fenomeno tipicamente italiano, ed “è stato in Italia che l’economia e la società sono uscite dal medioevo”. E “questa prepotente autonomia che improvvisamente veniva attribuita nel mercato, necessitava di un argine anti-concorrenziale: questo argine è stato il ghetto, non tanto perché la Chiesa avesse impiegato più di millecinquecento anni per capire che gli ebrei avevano infinite colpe, ma perché avevano piuttosto scoperto che avevano infinite capacità”.
Il XVI secolo, soprattutto, fu, com’è noto, un’epoca di tumultuoso e disordinato progresso, nel quale nuovi ceti mercantili e imprenditoriali si contendevano il potere, e il miraggio dello sfruttamento del Nuovo Mondo faceva nascere nuove, insaziabili brame di guadagno in sempre più vaste cerchie di persone. Si era ormai entrati nell’età moderna. È in tale periodo che Yuval Noah Harari colloca la cd. “rivoluzione scientifica”, la terza (dopo la “rivoluzione cognitiva”, di circa 70.000 anni fa, e quella “agricola”, di circa 12.000 anni fa) delle tre “rivoluzioni globali” che avrebbero scandito il cammino dell’homo sapiens. Ma questi cambiamenti, senza dubbio, così come la stessa idea di modernità, erano visti come minacce verso il potere ecclesiastico, fondato su un senso di sacralità e di mistero e, soprattutto, sulla subordinazione della scienza alla fede, e della verità all’autorità della Chiesa. E, come sempre, nei momenti di crisi e di minaccia, avere un nemico contro cui compattarsi torna sempre utile.
I nemici esterni, a partire dai Turchi, non mancavano, ma la novità della creazione dei ghetti fu quella di creare dei piccoli “stati nemici”, innocui e disarmati, incistati nel cuore delle società cristiane, contro cui far convergere l’ostilità del popolo di Dio, compattandone così le fila, o, almeno, cercando di farlo.
I nemici non erano solo gli ebrei, ma anche la modernità. Forse gli ebrei erano tutti moderni? No, ovviamente, ma comunque, nell’assoluta illogicità della Bolla Cum nimis absurdum, come abbiamo scritto, si nascondeva un’oscura logica.



