La questione Ebraica 8 – 20 settembre 1870

Francesco Lucrezi
Francesco Lucrezi
Ordinario di Diritto romano e di Diritti dell'Antico Oriente Mediterraneo presso l'Università degli Studi di Salerno, il suo ambito di studio riguarda principalmente l'ebraismo e, in particolare, il diritto ebraico, al quale ha dedicato diverse opere e di cui è considerato uno dei massimi esperti italiani.

Prima di passare ad altri argomenti trattati nel grande libro di Emanuele Calò La questione ebraica nella società postmoderna, facciamo qualche ultima considerazione sulle tristi e dolorose pagine dedicate dall’autore al Ghetto di Roma. Una realtà tanto più drammatica quanto più rimossa e dimenticata: si parla molto di Shoah, ancor più – soprattutto di questi tempi – del conflitto mediorientale, ma l’argomento del ghetto appare sostanzialmente relegato, nella cultura popolare, a livello di folklore e curiosità. Vi fanno riferimento le guide turistiche, c’è qualche citazione nei libri di storia locale (in quelli di storia nazionale molto poco), ma non è certo oggetto di riflessione, di presa di coscienza, né, certamente, motivo di pentimento, di richiesta di scuse da parte di qualcuno.

Calò ricorda l’effimera svolta liberale data da Pio IX nel 1948, quando, il 17 aprile, fece abbattere i portoni e le mura del ghetto di Roma e delle altre città dello Stato pontificio. Ma si trattò di un cambiamento imposto dall’esterno, non frutto di una maturazione interna da parte della Chiesa, e quindi estremamente precario: “La rivoluzione del novembre 1848, il momentaneo esilio del papa a Gaeta, la proclamazione della Repubblica Romana, con la parificazione dei diritti degli ebrei, furono sufficienti perché al suo ritorno Pio IX invertisse la rotta: non fu più il pontefice liberale che era stato e ripristinò i divieti che aveva abrogato”.

L’autore cita il commento che, cinque anni dopo, scrisse Fernando Gregorovius, nel suo diario del “Grand Tour” in Italia, che lo portò, tra l’altro, a visitare anche quello che era di nuovo tornato a essere, come da secoli, un luogo lugubre e penoso: “affollato in un cupo e triste angolo dell’Urbe, dirimpetto al Tevere, abita qui da più secoli, quasi reietto dal resto del genere umano, il popolo degli ebrei di Roma. Più volte chi scrive ha percorso il Ghetto romano, e la sua popolazione, unica rovina vivente tra le rovine della città, anzi la sola dell’antichità che fosse ancora viva e degna di attirare l’attenzione”.

Le parole del cronista meritano particolare attenzione nel punto in cui esse fanno riferimento agli ebrei di Roma quali “unica rovina vivente tra le rovine della città, anzi la sola dell’antichità che fosse ancora viva e degna di attirare l’attenzione”. Credo che queste espressioni racchiudano buona parte del sentimento di ambigua meraviglia/curiosità/ripugnanza che la sopravvivenza del popolo ebraico suscita, in età moderna, nei gentili.

Siamo abituati a visitare o a vedere in riproduzione gli scavi di Persepolis, il Partenone, la porta di Pergamo, il Codice di Hammurabi, le Piramidi, il Foro di Roma, la Nike di Samotracia, il tempio di Serapide, il Machu Picchu, la venere di Willendorf… Restiamo incantati a rimirare queste meraviglie, e il fatto che siano state prodotte da civiltà estinte ci dà un senso di stupore, ma anche di superiorità, di orgoglio, di sicurezza. “Noi” siamo venuti dopo, siamo gli eredi, i prosecutori, coloro che portano a compimento un cammino difficile, tortuoso, ma certamente glorioso, luminoso, e in salita. Oggi ci siamo “noi”, e solo “noi”. I Babilonesi, i Romani. Gli Egizi, gli Incas, gli Atzechi ecc. non ci sono più, ed è giusto, inevitabile che sia così. Devono essersene andati, devono avere lasciato il posto a “noi”, a solo a “noi”.

Ma, con gli ebrei, come la mettiamo? Anche loro hanno fatto meraviglie: il Dio unico, la Bibbia, l’etica, la libertà, e tante altre cose. Ma come è possibile che – a differenza di Babilonesi, Romani, Egizi, Incas, Atzechi ecc. – ci siano ancora, siano ancora tra “noi”? Come può esistere, tra “noi”, in mezzo a “noi”, una “rovina vivente”? Forse, se il passato vive ancora, non è morto (come dovrebbe essere giusto, naturale, obbligatorio), allora “noi” non siamo poi migliori, superiori?

E allora questa “rovina vivente” deve necessariamente essere neutralizzata. Deve confermare, con le sue abiette condizioni di vita, di essere a noi inferiore, come è ovvio che il passato debba essere rispetto al presente e al futuro: sorpassato, misero, anacronistico, esaurito. Un passato che si rifiuta di “passare”, che non ha capito di essere “passato”. Una spazzatura che si rifiuta di essere smaltita.

Il 20 settembre del 1970, com’è noto, è la data di fine dello stato pontificio e del potere temporale della Chiesa. I bersaglieri del regno d’Italia fanno irruzione nella breccia di Porta Pia, avendo facilmente +ragione delle truppe papaline, guidate dal comandante tedesco Herman Kanzler. Alla guida dei bersaglieri, com’è noto, il generale Raffaele Cadorna scelse il comandante di batteria ebreo Giacomo Segre. Calò si interroga sulle ragioni di questa scelta, che potrebbero dipendere o dal fatto che l’appartenenza religiosa del comandante lo avrebbe posto al riparo dalla scomunica papale, oppure (ipotesi che l’autore giudica più verosimile) dalla sua riconosciuta perizia militare, che sarebbe poi stata ereditata da suo figlio, il Generale Roberto Segre, eroe della Grande Guerra. Sul terreno, restarono 60 caduti, 40 da parte italiana e 20 pontifici.

La data è ricordata giustamente sui libri di storia come compimento del processo risorgimentale di unificazione d’Italia, dal momento che il Paese acquisiva quella che era l’unica sua vera capitale storica, e gli abitanti dello stato pontificio tornavano a essere quello che erano, o avrebbero dovuto sempre essere, ossia italiani.

Certamente le condizioni di vita generale di quelli che erano stati i territori pontifici migliorarono rapidamente, sul piano dell’igiene, dell’amministrazione, dei servizi, della cultura, del progresso. Non è dato di conoscere, a nessun livello, una sola nota di rimpianto per la fine di quel vecchio e sgangherato relitto storico che era lo stato pontificio. Ma indubbiamente coloro che dovettero percepite in modo più direttamente tangibile il cambiamento furono gli ebrei di Roma, che si trovavano ancora rinchiusi nelle mura di quel Ghetto dove erano stati segregati 315 anni prima, e al cui interno le condizioni di vita non erano minimamente cambiate.

Calò ricorda che tutti gli innumerevoli provvedimenti di interdizione a carico degli ebrei (esclusione da collegi, licei ed accademie, impossibilità di testimoniare nei processi contro i cristiani, esclusione dai diritti civili, preclusione dalla titolarità di beni immobili ecc.), nonché le varie vessazioni (sottoposizione alla giurisdizione dell’Inquisizione, obbligo di pagare balzelli a beneficio di istituzioni ecclesiastiche ecc.) erano rimasti in vigore, senza la benché minima attenuazione.

Alla vigilia della prevista irruzione delle truppe regie, la Comunità ebraica aveva chiesto udienza al pontefice, che non fu accordata, e scrisse perciò un memoriale, in cui si lamentavano le insostenibili condizioni di miseria in cui gli abitanti del Ghetto erano costretti a vivere, sperando in qualche forma di intervento. Il messaggio non fu però inviato, probabilmente nella previsione che avrebbe irritato ancor più il governo pontificio, in tempi in cui vedeva approssimarsi la propria fine.

Poi venne il 20 settembre.

La reazione della Chiesa è ben nota. Una furiosa, sdegnata condanna dell’empia profanazione, a cui seguirono cinquantanove lunghissimi anni di assoluta interdizione a tutti i cattolici di partecipare alla vita politica del regno d’Italia, sacrilego e usurpatore. Una misura che privò il Paese, per tutto quel periodo, di energie che sarebbero state preziose per la crescita della nazione, inducendo al disimpegno, soprattutto, le masse meno acculturate, che furono convinte a vedere nello stato italiano un nemico, una forza straniera, atea e nemica non solo della Chiesa, ma dello stesso cristianesimo. Credo di non esagerare nel dire che gli effetti nefasti di questo muro di inimicizia, diffidenza, sospetto e incomunicabilità siano ben visibili ancora oggi.

L’indignazione ecclesiastica derivava, certamente, dallo spossessamento del potere temporale, ma certamente era esponenzialmente accresciuta dal fatto che a impadronirsi del territorio fu uno stato liberale, che riconosceva il libero pensiero, il pluralismo di idee, la libertà di parola, di culto, di stampa. Non è certo un caso, se nel 1929, quando la ferita fu risanata, a Palazzo Chigi sedeva un certo signore, che non era esattamente un liberale. “Ci voleva forse anche un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare – disse papa Pio XI il 13 febbraio del 1929, due giorni dopo la firma dei Patti Lateranensi, in un discorso all’Università Cattolica di Milano -, un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale”.

Scrive Calò, che “non vi è da domandarsi perché verso la fine del secolo XIX gli ebrei fossero ancora rinchiusi, bensì quale sarebbe stato il loro futuro se i bersaglieri non avessero scalzato il potere temporale della Chiesa”.

Ma ancora più importanti, secondo me, sono altre due domande: quale sarebbe stato il futuro dell’Italia, senza quell’evento dirimente? E quale sarebbe stato il futuro della Chiesa?

Cercheremo di rispondere nelle prossime puntate.

Francesco Lucrezi
Francesco Lucrezi
Ordinario di Diritto romano e di Diritti dell'Antico Oriente Mediterraneo presso l'Università degli Studi di Salerno, il suo ambito di studio riguarda principalmente l'ebraismo e, in particolare, il diritto ebraico, al quale ha dedicato diverse opere e di cui è considerato uno dei massimi esperti italiani.
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