Per affrontare direttamente la questione relativa alla interpretazione, così controversa nella ultima fase storica, dell’opera di Gramsci e del suo effettivo valore culturale e letterario, è necessario in primo luogo cercare di ricostruire il sistema di relazioni sociali e politiche che costituirono l’humus sul quale nel giro di pochi anni, dopo la vittoria nella prima guerra mondiale, si insediò la dittatura fascista.
In effetti l’Italia era uscita davvero stremata dalla terribile prova che la prima guerra mondiale aveva imposto. La nazione aveva dovuto contare più di mezzo milione di morti ed almeno due milioni di feriti e di mutilati .
L’inflazione violenta e inarrestabile aveva colpito soprattutto gli impiegati e gli operai, che stentavano a superare la crisi non solo economica ma anche psicologica e morale. Si trattava di una realtà sociopolitica in fermento e in tumultuoso cambiamento.
Appariva evidente che dietro la vittoria non era maturato nessun vero cambiamento nella vita degli italiani, anzi le spese belliche avevano finito per prosciugare quasi completamente le limitate risorse del paese.
La situazione generale era piuttosto confusa: mancavano programmi definitivi, si procedeva attraverso una lenta ma progressiva distruzione dei segni del passato. Sembrava che la letteratura fosse un lusso eccessivo, di fronte al dramma del momento.
Qualche poeta come Ungaretti riusciva a pubblicare i propri versi scritti in trincea, qualche altro letterato entrava in crisi come Papini. Erano comunque esperienze piuttosto limitate, il dramma della guerra era troppo presente negli animi di tutti per poter permettere di costruire una prospettiva nuova.
La violenza delle armi aveva completamente distrutto ogni speranza e ogni velleità culturale presente nell’anteguerra. In questo quadro piuttosto confuso nel quale peraltro la retorica avrebbe dovuto lasciare il posto ad una seria riflessione complessiva, la scelta dannunziana apparve come la più suadente, capace di accendere nuovi entusiasmi soprattutto fra i giovani, fra gli studenti, tra i 1000 e 1000 ufficiali e sottufficiali che avevano trovato nella divisa militare la dignità e lo stipendio.
Riapparve in tutta la sua potenza la sirena solita della patria della gloria dell’avventura
L’impresa di Fiume apparve per molti commentatori la necessaria risposta dell’Italia, umiliata dai trattati di pace, capace però di vincere una difficile guerra.
Il sentimento patriottico che aveva sostenuto la nazione durante gli anni assai dolorosi della guerra non poteva essere messo da parte. Fu facile così ad D’Annunzio e ai suoi seguaci rimettere in piedi la fanfara della battaglia proprio perché il dopoguerra si presentava privo di ogni prospettiva, moralmente squallido ed economicamente infecondo.
Il silenzio della cultura ufficiale
Di fronte alla difficoltà del momento la cultura ufficiale restò del tutto incapace di offrire una lettura efficace degli eventi ed una interpretazione esauriente.
Forse lo scrittore più completo del momento fu uno statista, Francesco Saverio Nitti,la cui prosa asciutta e tagliente sembrava in grado di affrontare i gravi problemi che incombevano sull’Italia in quegli anni. Il suo libro” Europa senza pace”fu sicuramente l’opera più seria scritta in Italia in quel periodo, capace di affrontare tematiche culturali pur nella antieroica e antiletteraria denuncia dei numeri e dei bilanci.
Nel corso di quei mesi una serie di vicende fra di loro convergenti determinò una forte spinta in avanti dell’ideologia socialista. Si trattò in primo luogo di una crescita esponenziale del numero degli operai determinata dalla economia bellica.
Accompagnava questo fenomeno anche la terribile ondata di disoccupazione successiva alla smobilitazione dell’esercito. Contemporaneamente giungevano vaghe ed esaltanti notizie circa la rivoluzione russa che sembravano ormai anticipare come vicini i moti anche in Italia.
In verità mancavano delle serie idee e un’attività culturale degna di questo nome. Il partito socialista limitava la propria azione soltanto alla lotta sindacale, affrontava con decisione la questione fiscale senza però prospettare alcuna soluzione possibile e soprattutto continuava a muoversi nell’ambito di un grezzo anticlericalismo, che si accompagnava ad un generico positivismo di tipo economico che sembrava trovare un grande vantaggio nella denigrazione degli ideali patriottici di cui s’era nutrita la generazione precedente.
L’errore di valutazione di gran parte dei dirigenti socialisti fu quello di limitare la propria iniziativa solo alla lotta contro i padroni nel mondo industriale e contro i proprietari terrieri nel mondo agrario.
Mancò completamente l’intelligenza politica, la capacità di cogliere all’interno del sistema borghese i punti più deboli e più discutibili.
Turati, Treves, Modigliani restarono ancorati ad una visione marxistica piuttosto generica in un discorso ideologico incapace di uscire dalle secche della rivoluzione proletaria.
In Russia però era stata la forza messianica di Lenin e naturalmente l’intuizione di superiore di Leone Trosky a compiere il miracolo della rivolta vittoriosa.
Ancora più incomprensibile risultava il rifiuto da parte dei socialisti di andare al governo: si temeva di finire nelle braccia dei borghesi. L’odio verso il mondo liberale era talmente radicato che persino nel 1922, quando ormai le squadre fasciste avanzavano, Turati continuò a ripetere il suo rifiuto di partecipare a un governo di coalizione.
Eppure dopo pochi mesi Mussolini era al potere. Ciò non significa che il fascismo non avrebbe trionfato pur di fronte ad un governo di coalizione fra liberali e socialisti! Sarebbe opportuno a questo punto affrontare direttamente il problema del fallimento politico della questione socialista in Italia. Il socialismo fallì perché politicamente fermo, perché culturalmente statico ed incapace di offrire alle masse italiane una fede e una speranza che andasse al di là di una azione sindacale.
Riflessioni sul movimento socialista
Il partito socialista negli anni successivi alla guerra restò in una posizione di totale incomprensione della cultura radicata all’interno della società italiana soprattutto nelle aree interne di maggiore economia rurale.
Al tempo stesso il partito non si rendeva conto della forza del fenomeno religioso sia pur nelle sue forme esteriori e trascurava, nel pieno di una supponenza filosofica e ideologica del tutto ingiustificata, di avvicinarsi alla situazione spirituale della popolazione italiana, di quella grande massa di contadini che aveva affrontato la terribile tragedia della guerra accompagnati solo dalla medaglia di Sant’Antonio al collo, come aveva detto Ungaretti.
Ancora più grave appariva la continua azione di demolizione dei lunghi anni di guerra, si trattava di una polemica del tutto inutile che diventava offensiva per milioni di persone che avevano onestamente affrontato i sacrifici della guerra e spesso avevano perduto anche i loro cari.
I dirigenti socialisti continuarono nella loro azione di completa e totale denigrazione della vicenda bellica, costruendo una serie di valori negativi nella patria, nella famiglia e nella religione.
nell’aprile del 1919 un episodio trascurato quasi sempre dalla storiografia ufficiale che appare invece assai indicativo di un sentimento generale della popolazione italiana. Una massa ingente di ex combattenti, di studenti liceali e universitari, di borghesi cosiddetti benpensanti affronta con grande violenza gli scioperanti, perlopiù operai che avevano lasciato i loro turni di fabbrica o di servizi pubblici. Gli scontri continuano davanti alla sede del giornale socialista l’Avanti, che viene saccheggiato e messo a soqquadro perché ritenuto responsabile di quanto accadeva nelle piazze. Si tratta, a mio avviso, di un episodio molto grave e significativo di una frattura dolorosa all’interno della società italiana: da una parte le forze della sinistra incapaci di cogliere i veri motivi del dissenso e del disagio sociale, dall’altra le forze per così dire piccolo borghesi, desiderose della pace sociale e poco inclini ad accettare ipotesi rivoluzionarie al buio. Non possiamo assolutamente ritenere che l’Italia del 1920 fosse pronta per una rivoluzione di carattere socialista. Indubbiamente mancò nei capi del partito la forza carismatica, l’impeto di fede e di audacia che è alle basi di qualsiasi rivoluzione. Vincenzo Cuoco ha scritto con grande intuizione che le rivoluzioni non nascono su ordine di nessuno; si tratta invece di mettersi alla loro testa quando sono già nate. Possiamo peraltro affermare che il partito socialista privo di qualsiasi lettura moderna del mondo, ancorato ad un rozzo positivismo ottocentesco non seppe assolutamente interpretare i movimenti psicologici delle masse non riuscendo così a costruire un’immagine di democrazia veramente moderna. La sconfitta fu la conseguenza di queste insufficienze culturali.



