Carissime colleghe e carissimi colleghi,
quando calano le ombre è necessario andare a cercare la luce dell’alba per darsi pace e ritrovare la gioia. E’ per questo, penso, che ho accettato l’invito di un intellettuale mio caro amico di una intera vita, Silvio Mastrocola, a rubare un po’ del vostro tempo scrivendo questa lettera all’interno della quale vedo un rischio gravissimo, quello della genericità, del cedimento alla autoreferenzialità ed al gusto di raccontarsi: scrivendo di cose vecchie e inutili, rese opache dal rammarico che tutto si allontana e che la stessa identità di chi vi si rivolge diventa sempre più labile, indistinta, forse inutile.
E se provassi – mi sono detto – a colmare con le pietre della continuità e della amicizia il vallo profondo che mi separa e differenzia da voi, e che fa di me il figlio di un tempo remoto mentre voi siete il nuovo, il sogno del domani, i guardiani di quella speranza che i vecchi perdono ogni giorno? Se smettessi di giudicarvi, di vedere in voi quello che avremmo voluto essere e non sapemmo essere, se smettessi di vedere in voi quelli che sono venuti o verranno a prendere il mio posto, quelli che ci dimostreranno che le tecniche della nostra medicina sono oramai stantie, e che ci spiegheranno che abbiamo lavorato con gioia in ospedali oggi assolutamente inadeguati e che quelli futuribili che sentite vostri sono quelli che oggi servono, perché danno i migliori risultati?
Però adesso venite con me a vedere nelle camere di degenza dei vostri reparti. Cercate negli angoli, tra i letti di degenza, dietro le barelle, ma soprattutto nelle maglie dei lamenti, delle richieste di spiegazione, delle carezze che forse sono diventate poche e imbarazzate (quasi che togliessero sacralità al vostro incedere nei corridoi e nelle corsie), cercate nello sguardo disperato di un ammalato intubato che cerca di dirvi con gli occhi “voglio salutare le persone che ho amato, dite a mia moglie che la amerò anche dopo, salutate per me mia madre”, oppure anche semplicemente “vorrei che questo infermiere che ogni tanto va a fumare perché non regge, sapesse che gli sono grato, perché si è occupato di me, e vada come vada”.
Vedete, il giorno della mia laurea è il venti luglio del ’72. Più di cinquant’anni. Avevo ventitré anni, avevo dovuto fare in fretta, mio padre era morto giovane. Fu l’anno in cui si aprì il nuovo policlinico, che irrompeva come l’astronave di un film magico, oscurando i vecchi nobili Ospedali della città, il Cardarelli, il Pellegrini, gli Incurabili, altri dove pure nelle grandi camerate con almeno sei posti letto, in tanti avevano trovato assistenza e tenerezza e alla fine la vita o la morte, come era scritto. Si andava facendo strada una nuova maniera di scoprire le malattie e un po’ alla volta quella meravigliosa immagine del medico santo Moscati che si china ed appoggia il proprio orecchio sulla schiena sudata di un morente andava in dissolvenza; leggevamo i referti delle lastre radiografiche, gli esami di laboratorio, sempre più numerosi, più sofisticati. Poi arrivò la TAC, e a seguire la risonanza, la PET e tanto ancora: tutto questo consentiva diagnosi più rapide, più sicure, permetteva di accompagnare i trattamenti valutando la risposta del paziente.
Ma un giorno un primario vecchia maniera, stimato come un nobile elemento giurassico ma tollerato, chiese a bruciapelo ad un numeroso gruppo di giovani leoni che discutevano sui referti delle indagini, chi sapesse se il paziente di cui avevano discusso fin lì avesse i baffi; nessuno rispose. Ma che vuole questo? Ma che importanza può avere se ha i baffi? E perché ci distrae mentre stiamo sviluppando un ragionamento “clinico- scientifico” che poggia su di un basamento di biologia molecolare, che mette in campo path complicati che hanno dato vita a nuove proteine, a nuove tecniche di indagine e che in analisi finale portano il soffio del vento fortissimo della Intelligenza Artificiale anche nel mondo della malattia, della diagnosi e della cura???
Avevo da tempo, negli ultimi anni della mia docenza, la sensazione che il paziente fosse sempre meno un essere ammalato terribilmente bisognoso di cure e di affetto, e stesse transitando verso una nuova identità: un faldone, o meglio una cartella sul desktop del pc di reparto e che sia infinitamente prevalente il tempo che i medici delle giovani generazioni (VOI) spendono con le “carte” dell’ammalato piuttosto che con la materia vivente alla quale quei dati appartengono. E quanto duravano le presenze nella camera di degenza dei giovani specializzandi, che con il carosello di apparizioni rapidissime di volti sempre diversi, creavano nel sofferente una confusione mentale che si materializzava nella buffa domanda: mi scusi dottore, ma lei è lo stesso di ieri?
Eppure quanti progressi e quanta strada!!!! Operazioni molto più veloci, gestite con i joystick ad una postazione magari dal capo opposto della sala operatoria: chirurghi che entrano ed escono immacolati, il sangue resta dalla parte del malato, lontano da loro…
E quanto tempo si parla con i parenti? Intendo in una conversazione che si infili nella rete dei complessi meccanismi familiari, che affronti INSIEME il tema della sofferenza e della morte? Quanto tempo libero dalla guardinga guardia stretta che ha un occhio alle cause di malpractice, sempre dietro l’angolo, sempre in agguato, il più delle volte perché la disumanizzazione del rapporto medico-paziente e medico-famiglia apre la porta alle incomprensioni e alle speculazioni?
E quanto brutto è un medico che guarda di sottecchi (ma neppure tanto) il suo costoso orologio mentre pensa: uffa, quanto tempo mi fanno perdere, mi aspettano in casa di cura per operare, mi faranno litigare con l’anestesista! Perché vuole scappare in clinica privata? Perché quella creatura umana che deve curare nel sistema pubblico lo interessa meno di quella che lo paga (e pagandolo lo rende più potente, più considerato, più attuale)?
Un sistema promiscuo che intreccia un lavoro umano con la logica del profitto è un sistema aberrante, eticamente riprovevole. Lo capiranno quelli di voi che avranno la voglia e la fortuna di fare un volontariato nel mondo veramente povero: una inimmaginabile gioia. Sarete sempre una sparuta minoranza ma sarete gli unici a potervi fregiare degnamente del nome di medico. Riappropriatevi della bellezza di questo compito. La mia generazione ha fatto anche cose buone, anche del bene, ma non vi ha lasciato granché: tanta tecnica e poco cuore. Ma VOI potete ancora farcela: un grande cammino in salita, ma ce la farete.



