Al principio del volume Satura troviamo una breve lirica nella quale è Clizia, la donna ebrea tanto amata e tanto lontana, a chiedere al poeta di mettere fine all’attesa, perché stanca di aspettare ed è ormai troppo il tempo trascorso. La risposta non si fa attendere ed è una specie di riassunto della vita del poeta – non a caso infatti si intitolano le due liriche Botta e risposta -. Il poeta in primo luogo parla di sale piene di letame per cui è passato attraverso la giovinezza, riferendosi naturalmente al tempo del fascismo, parla di un tempo in cui mancava il respiro, allude apertamente al Papa che non volle e non seppe opporsi a Mussolini, ma soprattutto intende mostrare ciò che è accaduto in Europa in Italia dopo la seconda guerra mondiale.
La poesia fu scritta intorno al 1961 e costituisce la chiara dimostrazione di come Montale concepì gli anni nei quali nel bene e nel male è indirizzata la storia politica dell’Italia. La scelta del poeta è ormai quella di un uomo privo di ogni speranza, che guarda al mondo circostante con amara irrisione e si esprime con parole volutamente avvilenti impoetiche. In questa nuova fase della poetica montaliana appaiono due componimenti, la storia e lettera a Malvolio, nei quali è possibile cogliere gran parte del pensiero del poeta nei confronti di quel conformismo piatto e privo di qualsiasi scelta critica che accompagnò la vita culturale italiana degli anni 60 e 70 del secolo scorso.
In un certo senso è come se il poeta volesse consapevolmente oltrepassare il tempo nel quale si trova a vivere: alludendo alle certezze assolute dei dialettici di mestiere che facevano del materialismo storico il loro credo assoluto e contemporaneamente irridendo profondamente ai vari Malvolii, cioè a tutti coloro che ritenevano necessario essere intellettuali organici per potere esprimere fino in fondo la loro cieca obbedienza ai dettati del partito, Montale senza mezzi termini afferma che facendo finta di inseguire l’arte impegnata, guardano all’opportunismo del momento, seguono il conformismo e pertanto mescolano insieme materialismo storico, pauperismo evangelico, pornografia e voglia di riscatto, lotta di classe e snobismo da via Veneto o via Montenapoleone.
Appare così evidente come il poeta abbia saputo cogliere in fondo la terribile dispersione culturale che accompagnò gli anni 60 del secolo scorso, quando all’improvviso, pur di fronte a inequivocabili prove della violenza assoluta dei regimi socialisti e comunisti, la gran parte dell’intelligenza italiana portò come dice lo stesso Montale il cervello all’ammasso, credette cioè possibile seguire fino in fondo le indicazioni che giungevano dai comitati centrali, soprattutto da quello comunista italiano in una ipotetica gara di solidarietà a chi riduceva la battaglia culturale a un puro esercizio di economia classista, in una visione del mondo più vicina ai temi del positivismo ottocentesco che alle grandi problematiche che la sempre maggiore crescita della globalizzazione poneva.
Mi sembra invece che ben altra forza e ben altra consistenza dimostrino le parole di Montale intorno al problema della storia e della presenza dell’uomo nel mondo, non solo le grandi liriche delle Occasioni e di Bufera, ma anche il luminoso esempio di prosa con il quale dopo aver fatto visita per l’ultima volta al poeta Sergio Fadin ormai prossimo alla morte, accompagna come in un elogio funebre il ricordo dell’amico alla consapevolezza che solo attraverso la decenza quotidiana, cioè un uso razionale logico e solidale delle proprie qualità intellettuali, un uomo di cultura può condurre a termine la sua battaglia, può compiere come dicono gli inglesi il suo compito a casa, in altre parole può difendere la propria dignità anche nei momenti di peggiore dittatura, senza svendere il proprio pensiero, senza gettare la propria arte al servizio del padrone di turno.
In effetti è proprio questo il vero senso della concezione della storia in un poeta come un tale che rifugge da qualsiasi esaltazione idealistica, che non ha il dono della fede ma la cerca senza riuscire peraltro a trovarla, che conosce fin in fondo le anomalie, i disguidi del possibile, nelle certezze assolute dell’essere che convivono a volte con soluzioni impreviste ma non per questo meno importanti.
La voce di Montale è quella di un uomo che non intende assolutamente venire a patti con la propria dignità e la propria coscienza, di un intellettuale che conosce il lungo cammino della storia, ma che sa rifiutare con la consapevolezza che deriva dalla lunga frequentazione con il mondo della cultura europeo e mondiale le troppo facili esaltazioni della Fanfara che la politica -com’è possibile vedere in ogni tempo e che purtroppo è così presente del nostro contemporaneo- continuamente suona per chiunque appartenga, in ogni maniera al mondo dell’arte. Il discorso di Montale mi sembra una straordinaria prova di coerenza e di serietà a prescindere da ogni altro criterio di valutazione. Le sue parole, come dice in una famosa poesia, non sono “ fiamma di un fiammifero”.



