Dobbiamo innanzitutto cercare di capire che nel pensare al Don Chisciotte Cervantes dimostrò una forte volontà di liberarsi dello schema piuttosto debole del poema eroico italiano e spagnolo.
Non è un caso infatti che proprio alcuni personaggi della sua opera discutono in maniera molto precisa sulle teorie aristoteliche della poesia epica e soprattutto intorno al dilemma fra la varietà e il movimento dell’Ariosto e la rigida e ferrea poetica di Torquato Tasso.
Non possiamo dimenticare che Cervantes visse a Napoli proprio negli anni nei quali più ferveva il dibattito intorno alle teorie aristoteliche e alle opere di carattere eroico cavalleresco.
La Gerusalemme d’altronde fu tradotta in spagnolo rapidamente e divenne famosa in tutta Europa. Diventò così l’emblema di una vita nobile meravigliosa, completamente lontana dagli aspetti più prosaici e sinceri della vita.
Leggendo infatti uno dei capitoli finali della prima parte del Don Chisciotte, pubblicato nel 1605, uno dei personaggi discute proprio intorno alla unità o alla varietà dei poemi.
L’autore esprime la propria preferenza per un’opera che sappia direttamente delineare con precisione un certo tempo prospettando così un ideale di poesia varia, abilmente ordinata, ricca di invenzioni.
Appare chiaro il riferimento all’Ariosto e in generale al gusto manieristico che la nuova epoca prediligeva. Persino Don Chisciotte, il folle cavaliere dell’ideale, esprime nella seconda parte dell’opera idee molto chiare sulla poesia, sulla necessità di non essere schiavi dall’imitazione degli antichi e soprattutto della precisa richiesta di non rifiutare la poesia in volgare riuscendo così a fondere l’arte la natura, come si richiede ad un perfetto poeta.
Don Chisciotte insiste soprattutto su questo punto: se il poeta canta la sua vita lo farà anche nei suoi versi, perché la lingua è la penna dell’anima e tali saranno i suoi scritti quali saranno i concetti che nell’anima si saranno ben formati.
Con grande eleganza Cervantes si esprime nei suoi elevati sentimenti morali e religiosi. Questa esigenza di poesia seria è solo uno degli aspetti più rilevanti dell’opera.
In verità l’autore spagnolo vuole comporre un’antitesi addirittura caricaturale del poema eroico così come era stato progettato dal poeta di Sorrento. Non a caso infatti Torquato Tasso aveva scritto: il poeta cerchi di accrescere la vita la grandezza; lasci da parte le cose necessarie come il mangiare e l’apparecchiare le vivande.
Quindi tutto dovrà essere illustre: il poeta doveva mostrare le persone e le cose come si mostrano nei palazzi reali e nelle solennità e nelle grandi cerimonie.
Appare evidente il disprezzo da parte del poeta per quelle vicende che noi chiamiamo la prosa della vita. Cervantes che a differenza di Torquato aveva conosciuto da vicino anche l’altra faccia delle crociate e della guerra, aveva conosciuto quindi la viltà l’antieroismo,l’ impoeticità così presente nella vita, volle quindi cercare una visione più bella delle cose.
Capì ben presto che la rappresentazione voluta da Torquato era del tutto falsa e completamente irreale. Pensò allora di creare un nuovo personaggio, un eroe che vuol vivere nelle sfere dell’ideale ignaro delle cose vili del mondo e che invece in ogni momento è messa a confronto con la più dura realtà, convivendo con contadini incolti ma intelligenti, in un mondo nel quale occorre procurarsi da mangiare da soli.
Accoppiò allora il cavaliere dell’ideale eroico al contadino grossolano, che conosce solo il buon senso. La storia allora ci mostra tutt’e due le facciate del mondo del tempo: da una parte quella presunta dall’altra quella reale.
Dal contrasto scaturisce la più profonda ironia, il paradosso più completo. Resta però grazie alla grandezza dell’intuizione poetica un senso di simpatia verso le illusioni, la generosa eroica follia del Cavaliere senza macchia e senza paura.
La ricerca di Cervantes
Don Chisciotte pensa di vivere nel mondo dei paladini; a furia di leggere quello dei romanzi di cavalleria si è invaghito di quel mondo e vorrebbe ripetere le imprese.
Miserevole è l’armatura rimediata alla meno peggio, del tutto incapace il cavallo ma soprattutto la dama che l’eroico cavaliere ha scelto come suo ideale è una povera contadina, dalle fattezze non proprio ideali. Chisciotte però vede solo la bellezza dell’eroismo. Sancho lo scudiero procede con un asino ma diventa nella mente del Cavaliere lo scudiero delle più grandi imprese.
Egli andrà a caricare i mulini a vento scambiandoli per giganti, porterà l’assalto a mandrie di innocue pecore ritenendole guerrieri saraceni, dovrà fare i conti con gente di osteria irriguardosa e violenta.
In ogni momento del romanzo il cavaliere ideale si confronta con la volgarità,con l’altra faccia della vita. Da questo scontro sprigiona la più spietata e al tempo stesso più grande ironia.
L’eroico viene così completamente rovesciato; l’ideale messo a confronto con il reale mostra tutte le sue insufficienze.
La visione così elevata dei poemi è posta di fronte alla cruda verità delle cose. Specialmente la critica anglosassone ha voluto più volte affermare che il Don Chisciotte è una satira totale dei romanzi di cavalleria. Il Cavaliere diventa folle proprio perché ha letto troppi romanzi pieni di avventure impossibili che egli vorrebbe ripetere.
Non è assolutamente giusto questo giudizio. Cervantes vuole invece capovolgere le tendenze eroiche, illustri della letteratura del tempo.
Il suo vero scopo è mostrare l’altra facciata della grandiosità e della pompa eroica della Spagna del suo tempo.
Vuole cercare una letteratura più vera riprendendo in qualche modo la grande avventura parodistica di Folengo e di Ruzzante.
Vuole in altri termini descrivere l’eterno contrasto fra il realismo e l’illusione, fra il sogno e la realtà. Cervantes ha creato i due poli dell’umanità cosciente della poesia. Don Chisciotte rappresenta la forza dell’illusione, Sancho dall’altra la solidità, il gretto realismo di chi deve lottare per sopravvivere. La grandezza della poesia sta proprio nella capacità di usare la caricatura per mostrare quanto c’è di ridicolo nella vita umana.
Viene a sapere che la sua storia è già stata scritta da un dotto scrittore arabo; pensa però che non può che essere una vicenda nobile magnifica e vera…
In verità egli conosce solo le altezze sublimi della poesia eroica. Sancho che conosce solo la realtà osserva che se la campagnola ragazza è chiamata donna Dulcinea come vuole Don Chisciotte si commette un tradimento della realtà.
Sancho dice che la storia deve essere almeno in parte veritiera e deve avere il coraggio di dire delle innumerevoli randellate che in diversi scontri furono date al signor Don Chisciotte.
Il Cavaliere invece non pensa neppure che nella storia si possa parlare di Sancho. La poesia deve idealizzare.
Allora l’autore ci fa osservare che ciò va bene per l’etica. Una storia vera in prosa deve essere assolutamente sincera!
Il Cervantes così è riuscito a riportare la letteratura dalle vette inutili della idealizzazione eroica ai dati volgari impoetici della vita di ogni giorno.
Proprio nel tempo in cui la Spagna di Filippo II affermava il più rigoroso senso dell’eroico della grandezza, della fede cattolica del patriottismo, Cervantes volle rivelare l’altra metà della medaglia. Ciò non significa però che la sua indagine parte da uno spirito scettico incredulo.
Al contrario egli riesce a fare la caricatura del povero Don Chisciotte, può dunque scherzare perché in lui è molto salda la coscienza morale religiosa dell’umanesimo cattolico.
Se dobbiamo trovare un confronto vero possiamo affermare senza mezzi termini che così come il Furioso era stata la più completa icona del Rinascimento, Don Chisciotte è la più fedele rappresentazione del mondo della controriforma.
Cervantes come l’Ariosto può sorridere anche se con minore serenità perché conosce bene i principi essenziali della vita. La sua ironia emana da una coscienza civile morale molto severa. L’illusione dell’idealismo del Cavaliere è comunque dentro la sua anima di profondo conoscitore dello spirito umano.



