Riscoprirsi Aramei erranti

La letteratura di viaggio da “Il Milione” agli aspetti religiosi del Roots Tourism.

Pasquale Giustiniani
Pasquale Giustiniani
Pasquale Giustiniani è Ordinario emerito di Filosofia teoretica nella sezione san Tommaso d’Aquino della Facoltà di teologia dell’Italia meridionale in Napoli; membro del Centro Interuniversitario di Ricerca Bioetica (CIRB).

Premessa

Come ci suggerisce l’antropologia culturale, occorre – al di là del pluralismo teologico e sociologico delle singole fedi -, riconoscere la religione come un universale culturale, cioè un fattore antropico persistente, indipendentemente dalle religioni istituzionali e dai processi da esse storicamente indotti, o assecondati. L’enfasi identitaria di tipo religioso può, tuttavia, diventare esasperazione dei localismi a tutto danno dell’universalità, così come si è verificato negli ultimi decenni in alcuni paesi multinazionali e multireligiosi. Non è un caso che lo stesso cristianesimo, in campo sociale e in politica, debba oggi “battersi” come su due fronti: contro una modernità che minaccia, nelle sue manifestazioni estreme, alcuni dei suoi valori, e, all’interno, contro il fanatismo delle frange religiose più radicali. Si può cadere, in tal modo, in una progettualità socio-politica, che di biblico conserverebbe soltanto il nome (Leviatàn): circa tale esito, non a caso, il teologo J. Moltmann lo ha potuto giudicare, in ottica teologica, come una vera e propria bestemmia espressa contro il Creatore. La soluzione ipotizzata, infatti, piuttosto che inaugurare una via di traduzione, sul piano socio-politico, di una specifica idealità cristiana, all’interno del ricco “mercato” delle proposte religiose, emargina progressivamente il religioso dalla città, dal viaggio, dai tours…, espellendolo anche dalla città delle radici, ovvero relegandolo nell’ambito del privato, del sentimentale, del vissuto, della coscienza interiore.

Rispetto a tale rischio, è un fatto che anche il primo incontro del Vangelo cristiano con le città del Mediterraneo sia avvenuto in un intricato insieme di elementi che possiamo ben definire, ora per allora, pluralistico, qualificato com’era da svariati culti, religioni, valori, idee, assetti economici e teorie politiche… In questo mondo complesso, i cristiani dei primi secoli, piuttosto che presentare una cultura altra e antitetica a quelle pre-esistenti, magari contrapponendovi una verità unica ed esclusiva, elidente qualunque altra prospettiva coeva, preferirono incunearsi nella molteplicità di sfondi, cioè occupare i medesimi luoghi fisici degli altri, anche religiosamente e idealmente diversi, assumere le stesse grammatiche, le medesime tecniche raffigurative, trattare i lemmi e i concetti in uso, abitare perfino i medesimi luoghi e boschi, frequentare i medesimi templi. Ma, ben presto, essi ri-semantizzano e ri-significano creativamente tutti i precedenti assetti con cui entrano in contatto, ovvero, imitando sul piano storico riflesso la stessa kenosi del Verbo, consentono, al patrimonio culturale riferito a Cristo, di “incarnarsi” di nuovo nelle culture pre-esistenti e di rigenerarle, per così dire, dall’interno; talvolta i seguaci di Gesù di Nazaret, procedendo a delle vere e proprie re-invenzioni linguistiche, che rinviano a loro volta a vere e proprie trovate “razionali” o, se si preferisce, a delle rinnovate modalità per mostrare la ragionevolezza della fede creduta e la credibilità delle verità professate, utilizzano le medesime categorie del pluralistico mondo culturale a cui si rivolgono ma, insieme, ri-semantizzano opportunamente il tutto, generano nuove visioni del mondo.

E tuttavia, non è inutile ricordare che, oltre che le rotte del commercio mediterraneo, la fede cristiana, fin dalle origini, percorse le rotte e le stazioni dell’Oriente, attraverso la via del mar Rosso e, per terra, attraverso le stazioni, già giudaiche prima che anche dei cristiani potessero raggiungere perfino la lontana Cina. 

La via marittima percorsa li conduceva, anzitutto, in India. Le fonti letterarie, archeologiche e numismatiche ci dicono che Roma antica esportava e importava il corallo: il commercio orientale era molto importante per l’Impero, perché apportava un forte guadagno nelle dogane, somme notevoli che servivano soprattutto per il mantenimento dell’enorme esercito romano; si tratta di un’amplissima rete di scambi tra Mediterraneo ed Eurasia, che la storia del cristianesimo ha ignorato per molto tempo, ma che non si può ignorare. A sua volta, la Cina aveva creato un suo sistema viario fino al limes romanus: strade non romane e senza le pietre delle vie consolari che, già a partire dal II secolo d.C., connettevano il mondo cinese con l’Occidente mediterraneo. Erano strade utili per tutte le interazioni commerciali, culturali e religiose. La via della seta prende il nome dal lucroso commercio che si svolgeva già nei tempi della dinastia Han in Cina (207 a.C.-220 d.C.). Già intorno al 114 a.C. la dinastia Han ampliò le rotte commerciali della sua via. I cinesi erano molto interessati a garantire la sicurezza dei prodotti che commerciavano, al fine di proteggere la rotta commerciale. Se si legge il cap. 18 dell’Apocalisse, si trova l’elenco delle merci che, entro il primo secolo dell’era cristiana, giungevano dall’Arabia felix e dall’India meridionale occidentale, in particolare dalla città di Muziris (soprattutto, pietre preziose e pepe). Il tutto a riprova della diffusione delle radici cristiane in tutti i contesti del mondo mediterraneo ed extra-mediterraneo.

I viaggi de Il milione e la riscoperta delle radici cristiane

Qualcosa di analogo a un viaggio delle radici, viene consegnato all’opera Il Milione, in cui Marco Polo racconta il suo viaggio, che inizia da piazza San Marco in Venezia e raggiunge le porte della Città Proibita di Pechino. Si ricorderà che l’importanza de Il Milione è stata fondamentale per la storia occidentale, soprattutto per la compilazione del Mappamondo di Fra’ Mauro: si pensa, inoltre, che il libro del mercante veneziano abbia potuto ispirare perfino i viaggi di Cristoforo Colombo (che hanno poi portato alla scoperta delle Americhe). Ma non si deve escludere che sia stato, a sua volta ispirato, dall’antenato criterio, oggi tornato significativamente in auge, del ritorno sui luoghi delle proprie radici (come accade oggi nel cosiddetto roots tourism).

Il viaggio di Marco Polo si snodava lungo la celebre Via della Seta, la tratta commerciale che univa, come si è detto, il mondo da svariati secoli, attraverso numerose città e popolazioni più o meno conosciuti ai veneziani e occidentali del 1200. Le radici bibliche vi erano certamente presenti, ovvero egli non poteva non tenere presenti i passi dell’ultimo libro biblico, Apocalisse, allorché Il popolo di Dio riceve il comando di uscire da Babilonia (18,4-8): «E udii un’altra voce dal cielo…». Società e mondo vi appaiono come due entità concettualmente distinte. La società è, infatti, la comunità degli uomini, mentre il mondo – inteso biblicamente – è la realtà di peccato che si stabilisce come struttura tra gli esseri umani. La saldatura tra società e mondo costituisce, appunto, la Babilonia apocalittica. Del resto, già Pietro (1Pt 5,13) chiamava Roma Babilonia, proprio per questa saldatura. In tale situazione, il popolo di Dio è invitato ad uscire da Babilonia: la Chiesa andrà, perciò, nel deserto (12,6s), ma nello stesso tempo non fuggirà, poiché essa resta presente con “i due testimoni“. Babilonia vede, così, cadere ogni sua possibilità di seduzione: il popolo di Dio uscirà da Babilonia, ma questa tenacemente lo perseguiterà; ne risulterà che Babilonia riceverà “il doppio dei suoi misfatti“, finendo in una vera carcerazione nel gorgo del male e della distruzione: “Verranno i suoi flagelli: morte, lutto e fame. Sarà bruciata dal fuoco, perché potente Signore è Dio che l’ha condannata“. Anche i mercanti della terra piangono e si lamentano su di essa: a chi andranno a finire le loro merci? “I loro carichi d’oro, d’argento e di pietre preziose, di perle, di lino, di porpora, di seta e di scarlatto; legni profumati di ogni specie, oggetti d’avorio, di legno, di bronzo, di ferro, di marmo; cinnamòmo, amòmo, profumi, unguento, incenso, vino, olio, fior di farina, frumento, bestiame, greggi, cavalli, carri, schiavi e vite umane” (vv. 12-13).

Gli occhi di Marco Polo, durante l’entusiasmante e faticoso viaggio, reale o parzialmente immaginario, hanno avuto la possibilità di ritornare, grazie alle radici bibliche, sui luoghi delle Scritture, di riscoprire quegli scenari unici: mari sconfinati, fiere montagne, deserti disabitati e città leggendarie. Non abbiamo la certezza che le cose raccontate nel Milione siano state tutte vissute in prima persona da Marco Polo, o se siano state raccontate da dcompagni di avventura incontrati durante la sua traversata tra l’attuale Europa e l’Asia. Nel cap. VI si legge, in ogni caso, che il gran Kahn è curioso di conoscere anche le cose dei cristiani: 

«Quando li due frategli vennero al Grande Kane, egli ne fece grande festa e grande gioia, siccome persona che mai non avea veduto latino niuno. E dimandògli dello imperadore, che signore era, e di sua vita e di sua iustizia e di molte altre cose di qua; e dimandògli del papa e de la chiesa di Roma e di tutti i fatti (e stati) de’ cristiani. Li due frategli rispuosero bene (e saviamente), siccome savi uomini ch’egli erano; e bene sapéno parlare tartaresco». 

E nel capitolo 29, dove si racconta di Toris, emergono anche i conflitti tra cristianesimo e islàm: «Quando lo termine fue compiuto, la mattina tutti li cristiani andarono a la chiesa e fecero cantare la messa, pregando Idio che gli ’iutasse. Poscia tolsero la croce e andaro nel piano dinanzi a questa montagna; e quivi erano, tra maschi e femine e piccioli e grandi, bene 100.000. E ’l califa vi venne co molti saracini armati per uccidire tutti li cristiani, credendo che la montagna non si mutasse. Istando li cristiani dinanzi a la croce in ginocchioni pregando Idio di questo fatto, la montagna cominciò a ruvinare e mutarsi. Li saracini, vedendo ciòe, si maravigliaro molto, e ’l califfo si convertío e molti saracini. E quando lo califa morío, si trovò una croce a collo; e li saracini, vedendo questo, nol sotteraro nel munimento cogli altri califfi passati, anzi lo misero in un altro luogo. Or lasciamo de Toris e diciamo di Persia».

Il viaggio “sacro” delle radici

In tal modo, un viaggio commerciale può riconfigurarsi anche come viaggio sacro che, mentre incrocia nuovi territori e percorre nuove rotte, re-incontra le proprie radici religiose. Si viene, così, come a creare una casa in nuovi territori, riconoscendovi aspetti dei territori d’origine.

Anche tra i processi utilizzati dai viaggiatori e migranti per creare una “casa” fuori dai territori di origine, vi è anche il collante della religione, in Italia prevalentemente nella sua forma cristiana, soprattutto devozionale piuttosto che cultuale. Tale collante funge quasi da filo di sutura il quale, allo stesso tempo, consente d’immaginare e “ricordare” il passato e ri-attaccare le membra e gli arti di un corpo collettivo, che ha spesso sperimentato la violenza sociale, oppure è stato necessitato ad andare fuori dei luoghi originari per motivi economici e politici. 

Al fine di ricostruire la propria personale e l’identità familiare, i giovani e gli ex giovani ritornano, spesso volentieri, laddove sono ancora importanti i riti e i rituali, che sottolineano la loro originaria appartenenza ad un vero e proprio ordine sacro, definito da fedi, religioni e, per quanto concerne il sud, da folklore religioso e devozioni popolari, più o meno contigue allo standard fissato dalle religioni storiche. In particolare, la devozione popolare, gestita e coordinata dalle Chiese particolari, da un lato appare come la sutura a un’espressione adeguata e istituzionale della fede vissuta; dall’altro, conserva caratteri folclorici ancestrali i quali, talvolta, sono più espressione di una memoria popolare atavica che frutto di irregimentazione nelle forme istituzionali della fede istituzionale.

Gli studiosi constatano ormai, con soddisfazione, che il “Turismo delle Radici-Roots Tourism” è anche un’istanza accademica di ricerca, a cui si guarda, perciò, con grande interesse ed apprezzamento, perciò non bisogna ometterne i profili religiosi. Le ulteriori istanze progettuali s’interrogano sempre di più sul come si potrebbe tradurre in termini pratici la stessa ricerca accademica, ovvero quali ricadute essa potrebbe comportare, non solo in termini economici, ma soprattutto in termini di crescita sociale degli studenti e dei loro territori di riferimento lavorativo, nonché della comunità intera. 

Tale peculiare forma di turismo è, del resto, oggi anche un’offerta turistica, da strutturare, perciò, sempre più e sempre meglio, anche in relazione al fenomeno dell’over tourism, attraverso appropriate strategie di comunicazione, allo scopo di coniugare sempre più e meglio, alla proposta di beni e servizi del terzo settore (alloggi, eno-gastronomia, visite guidate…), la conoscenza della storia familiare, della cultura d’origine, dei viaggi ideali e reali del passato remoto e prossimo… degli italiani residenti all’estero e degli italo-discendenti (che sono oggi stimati in un bacino di utenza che sfiora addirittura gli 80 milioni di persone).

Di qui la conseguenza di un’esigenza educativa complessiva, derivante da questo fenomeno storico e naturale, da approfondire non soltanto in ambito accademico ma – come si vuole sostenere particolarmente attraverso le presenti considerazioni -, anche in ambito culturale, filosofico, nonché ecclesiale e diocesano. Si tratta, infatti, di conoscere/far conoscere e valorizzare, agli occhi degli attuali potenziali turisti delle radici, tutti gli eventi della comunità locale, della sua genesi storica, del suo apporto alla storia dei movimenti e dei tour; ma soprattutto occorre far conoscere quelle manifestazioni che riflettono tradizioni e cultura tipiche del posto, quali sono, tra l’altro, la storia della letteratura e della filosofia, i movimenti che incentivarono lo spostamento e migrazioni di singoli e di gruppi, la concrezione di tradizioni e usi di tipo folklorico e religioso. Insomma, potrebbe trattarsi, tra l’altro, di celebrazioni, riti religiosi, festività tradizionali (ad esempio, il Natale o la Pasqua, le feste patronali, i monumenti legati a eventi che hanno segnato la storia del luogo e la storia generale. 

Nella linea accennata, diviene sempre più importante quello che gli studiosi e i politici considerano oggi un dato di fatto: cioè i motivi storici, culturali e sociali, che legano l’identità delle persone e dei territori locali a un orizzonte globale, cercando di tenere insieme locale e globale, territoriale e ancestrale. In questo dato di fatto, occorre apprezzare sempre più i motivi esplicitamente religiosi, i libri sacri, il pellegrinaggio, i movimenti generati dai riferimenti sacri: si pensi, ad esempio, ai movimenti generati, nel mondo medievale, dalle spedizioni socio-militari per la liberazione del santo sepolcro dalle mani islamiche, oppure, nelle comunità europee moderne, dalle rivoluzioni protestanti). Istanze, queste e simili, che risultano molto presenti oggi nelle aspettative dei cosiddetti “turisti delle radici”. Ciò emerge dagli studi socio-statistici che riguardano, ad esempio, la Calabria e, più in generale, il Sud e le Isole. Anche se bisogna ricordare, in controtendenza, che risulta ancora molto elevata la percentuale di chi, pur muovendosi e viaggiando nella logica che andiamo qui descrivendo, non lo fa certo per rispettare o riscoprire le tradizioni religiose. Un dato, questo, peraltro acuito dall’ulteriore fattore socio-statistico per cui, con il passaggio generazionale, viene mantenuto in misura oggettivamente minore l’interesse per le tradizioni religiose, peraltro lungo un pendio verso il basso, in cui troviamo non soltanto le religioni storiche, ma anche altre tradizioni (ad esempio, quelle folkloriche e popolari, contigue alla sfera socio-religiosa) e, perfino, la lingua italiana.

Di tutto ciò si è voluto parlare in maniera approfondita in un recente volume edito da La valle del Tempo.

Pasquale Giustiniani
Pasquale Giustiniani
Pasquale Giustiniani è Ordinario emerito di Filosofia teoretica nella sezione san Tommaso d’Aquino della Facoltà di teologia dell’Italia meridionale in Napoli; membro del Centro Interuniversitario di Ricerca Bioetica (CIRB).
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