Durissimo e bilioso, chiavardato da un nerissimo humor, è il romanzo La ricercatrice di Paolo Puppa (Chàron, Venezia 2025), dove un efferato sadiano Edmond Dantes, violento come er Canaro della Magliana e forsennato quanto la Annie Wikes del Misery non deve morire di Stephen King, è la protagonista-carnefice (oppure vittima?) senza nome di una cinica catabasi da lei giostrata, mentre in un contrappasso escrementizio da seconda bolgia l’adulatore-antagonista (vittima o carnefice?) invano si dimena fino all’epilogo. La storia è questa. Una quarantatreenne ex borsista universitaria, caduta in amore un tempo per un prof. ordinario colmo nei suoi confronti di promesse professionali, e sentimentali altresì, tra suggestioni sottili e eteree avances, dimenticata da costui e rimpiazzata con quella non insolita nonchalance di certi maschi imperiosi, offesa ed umiliata lo rapisce, vent’anni dopo, lo imprigiona, lo ripaga. “È giusto ripagare i malvagi col loro stesso male” diceva Eschilo nelle Coefore, ma in una Medea giustiziera eccedente si trasforma l’Offesa, esagerando anche costei la sua nemesi.
Da cima a fondo, cangiante fra vari generi è il romanzo, che dal cosiddetto Campus novel invade a forza altri ‘campi’: quelli del thriller psicologico sentimentale e quelli anche orrorifici di certo dystopian novel, con fondali analoghi per tratti a certi fumetti d’antan dell’orrore (come i tremendi, sotto ogni aspetto, “Zora”, “Jacula” o “Cimiteria”). Vi echeggiano insomma l’amore, ma che là era armonioso, della Katherine studentessa verso il suo professore William Stoner dell’omonimo capodopera di Williams; la dolorosa storia della Consuelo Castillo studentessa e del suo anziano amante professor David Kepesch dell’Animale morente di Philip Roth; Il terrore del professor Joe Rose, messo in crisi da uno psicotico affetto da erotomania, de L’amore fatale di Ian McEwan. Però qui tutto come da remoto. Non davvero nel campus universitario, bensì dal luogo sconosciuto del sequestro: da un villino insonorizzato e con acribia preparato dall’ex studiosa contro il suo professore. Che era feroce, quel professore, un tempo, agli occhi della donna innamorata, adesso sua carceriera. «Quando partiva all’attacco non c’era niente da fare» lei dice «tanti anni prima». Le portava in qualche alberghetto di campagna, le studentesse come lei, «con la scusa di discutere meglio il capitolo di una tesi».
Si divertiva a ripetere, quell’uomo, che «la forza di un professore si misura dalla bassa qualità dei propri allievi» e a lei, la sua borsista migliore, amorazzi privati da Casanova pacchiano descriveva senza ritegni, denunciando la propria moglie «come un’estranea» e promettendo ruoli centrali, un giorno, in qualche Università. A differenza di lei, altoborghese e viziata figlia colta di una ricca famiglia del Nord Italia, il professore è in tutto un parvenu. Infimi, i suoi natali. Mediocri, gli studi di adolescenza. Comunista, la fede più giovanile. Ma audacia, però, tenacia e un po’ di fortuna avevano portato il noveau riche all’Ordinariato, facendone un bellimbusto berlusconiano pieno di sé, un edonista, un lenone accademico sospinto da sussiegose tossette interiettive, e uno smemorato, più ancora, incapace fra troppe promesse fatte di adempierne anche qualcuna. Così, l’incontro, in apparenza casuale vent’anni dopo. Un caffè. Il rapimento. La prigione. E lei, perciò da qui, madre aguzzina. Amante torturatrice. Serva padrona. Annalista del passato più impercettibile e filosofa della vendetta, ma dedita anche allo stupro.
Raramente ipotattico, il suo parlare (o il suo ‘gridare’, per meglio dire, continuo), sempre furiosamente acceso dall’odi et amo che ipso facto si srotola – ed è il romanzo – in un immenso monologo teatrale irto di spine: prendendosi cura del condannato/paziente – un proustiano Marcel con Albertine ne La prigioniera -, la cura coatta si fa infatti tortura, psicologica e fisica, e diventa contenzione e blocco, sedazione forzata, coartazione, fra chiacchiere frattanto mai interrotte da suocera bisbetica o da beffarda infermeria. Al centro, nel cuore del cuore di questo sadico dramma nero, l’accavallarsi memorialistico rutilante di flashback, di ricordi, di sogni solo sognati e di ricostruzioni del più puro dolore, una pagina dopo l’altra fa il libro. In una serie innumerevole di parole e di accenni, lei da ragazza aveva infatti intravista la sua promessa. La promessa. Di un posto. Di un ruolo. Non solo come studiosa ma come moglie. Una promessa forse immaginata. Forse solo dedotta (come a certe fanciulle troppo incantate accade) da vacui indizi. E forse quel professore così aitante, un Barone senza alcun dubbio, lascivo e adulatore come tanti della sua schiatta dopo il successo, forse nemmeno si era mai accorto costui di tanta pena, di tanta attesa, di un tale affronto. «Volevo diventare una brava studiosa. Avevo bisogno di te. In più ti amavo dal primo giorno che ero entrata in aula» gli dice lei mentre lo tiene legato, imbavagliato con un cerotto e sedato sempre. «Lavoravo anche la notte, per te. Ero la tua segreteria, la tua serva intellettuale.
Ero felice: l’amante platonica clandestina» gli spiega per giorni e giorni, ricordandogli di non essersi mai concessa, mai, come invece le altre. «Assaggiami tutta, assaggiami pure, ti supplicavo coi miei occhi, ma intendevo la mia intelligenza, non il resto. E tu invece pensavi solo a quella cosa là». E dal monologo, lungo tre mesi di prigionia, risorge il tempo misconosciuto di una vita a perdere, dopo la fine della grande illusione. Una vita da diseredata. Il padre morto. Un marito scelto solo per non star sola. Un mestiere triste e anonimo infine, da infermiera davvero. Ma «hai mai visto il film Misery non deve morire?» grida ormai all’uomo-larva mentre lo cura, quando la notte dorme abbracciata a lui in sedazione, preoccupandosi solo che resti vivo perché la sofferenza non abbia fine. Finendo poi per non accudirlo più. Lasciandolo alle sue feci. Come un Alessio Interminelli fra gli escrementi dell’Ottavo Cerchio: «stattene bene al buio, nel tuo buio, a meditare tutte le tue colpe e tutte le schifezze che hai scritto» gli sussurra «sta colla tua merda». E niente è a caso nelle intenzioni orrende della pazza. Piscia. Merda.
Baci coatti e un cunnilingio persino, soffocante e costretto. Perché è il capolavoro della sua vita di mancata ricercatrice, l’impresa. A lungo ha studiato i casi di sequestro. Per anni ha preso appunti. Si è preparata. Per un immenso finale tragico alla Tristano e Isotta: denuncia e poi riscatto di un’esistenza incompiuta. Ma prima del sipario, l’estremo adempimento è condiviso: «è una ricerca la mia, in fondo» quasi commossa mormora, la folle Isotta innamorata e triste, al Professore. «È una ricerca, la mia».



