Una nuora

Paolo Puppa
Paolo Puppa
Paolo Puppa, già direttore di dipartimento delle arti e professore ordinario di storia del teatro a Ca' Foscari di Venezia, è scrittore, commediografo di largo successo.

Era sicura di aver ragione. E gliel’aveva anche ripetuto di continuo, a Daniele, suo marito, specie la sera a letto, che non era stata una buona idea quella di ospitare il suocero, vedovo da poco, a Lignano. Stare in tre, nel piccolo appartamento, sesto piano con vista sul mare, se uno si sporgeva dal terrazzino. Il commendator Bianchedi, ce l’aveva bene una sua abitazione, e pure grande, a Venezia, con tanto di giardino e terrazza, dalla parte della Chiesa della Salute. Una casa da sogno, dove, quando sarà, più tardi possibile d’accordo, andranno a vivere loro due. E allora lei gli concederà di avere una prole. Scelta oggi impossibile nei settanta metri a San Stae, e con il suo lavoro di hostess per Ryan Air in giro per l’Europa. Uno spazio enorme, viceversa, quello dei suoceri, oltre trecento metri calpestabili, stanze luminose, e persino un impianto di aria condizionata in camera da letto.

Se ne poteva star là, il vecchio, con la brava e fidata badante Candy, trentenne “bonacciona” proveniente dalle Isole Mauritius. Guai però se nascevano pasticci nell’intimità eccessiva tra il suocero e la straniera. Per carità, Daniele era e doveva restare figlio unico. Ma Giovanni, il commendatore, proprietario di una catena di elettrodomestici tra Mestre e il Terraglio, ora affiancato da Daniele stesso, aveva in fondo solo settant’anni, ed era, come si dice, di bella presenza, grande e grosso e ancora guardato dalle donne. Gli ultimi anni era stato comunque uno strazio per costui. La povera Elisa sempre allettata, con recidive del brutto male, continue chemio e incessanti trasfusioni. Lui arrivava la sera a casa e le raccontava la giornata nei negozi, preferibilmente a Mestre, poi si metteva a letto a leggere il giornale, dopo aver somministrato tutte le medicine richieste, più che altro palliative negli ultimi tempi, a Elisa semi addormentata. Erano i racconti di Daniele che lei si incaricava poi di far circolare alle colleghe in volo, specie nella rotta Venezia-Barcellona, la sua prediletta per via dei magnifici hotels. Le faceva pena, insomma, il signor Giovanni, dopo la paura viceversa che le inspirava quella creatura corpulenta e sanguigna, pelo spiovente dappertutto, orecchie, naso, ciglia e baffi mentre il suo Danielino biondastro e glabro aveva preso dai pallori malaticci della madre.

La prima sera, dieci anni fa, in cui era stata invitata a cena da loro, tremava tutta, non appena si sentiva squadrata, spogliata dallo sguardo sospettoso dell’uomo, nel pieno della sua vitalità, lasciata al contrario in pace dagli occhi mesti e rassegnati della Signora Elisa.  Costei si era sforzata di trascinarsi a tavola, ma si vedeva che agognava il letto, e non faceva che sospirare e rifiutare tutti i piatti. Parlava pertanto solo Giovanni, con uns voce aggressiva e stentorea, e divorava in fretta il cibo con richieste immediate di bis alla camerierina spaventata a sua volta. Dalla finestra sembrava entrasse prepotente la Basilica della Salute. Elisa, prima di ritirarsi in camera, l’aveva accarezzata con un sorriso spento e lei si era commossa. Poi, in salotto, tra i due uomini che la contemplavano in modo diverso, Daniele adorante e suo padre pronto a domande crudeli, si era azzardata a estrarre dalla borsetta una sigaretta e il suocero l’aveva fulminata imprecando “Qua non si fuma mica, ragazza. Pensi anche a mia moglie. Su. Abbia pazienza”. Si sentiva odiata. Non era ancora laureata in scienze politiche a Padova, ed era orfana di entrambi i genitori, e viveva soprattutto da sua sorella in una topaia di Noale. Daniele poteva trovare qualcuna di meglio, dunque, questo esprimeva il respiro ansante di Giovanni. Certo, lei sapeva di avere gambe da modella, un petto armonioso, e lineamenti perfetti. Ma non era sufficiente, in quella grande casa, che un giorno avrebbe potuto essere diventare sua. 

Adesso riassapora la strana sensazione provata di recente in costume da bagno, in bikini, ai piccoli piedi l’infradito. Scendeva infatti in ascensore dall’appartamento di Lignano verso la spiaggia, l’accappatoio in mano, a tracolla il borsone con i tramezzini e la frutta, e s’era trovata con sorpresa assieme al vecchio, tutto vestito di scuro. Perché, adesso che era loro ospite, Giovanni sembrava avere molti più anni della sua anagrafe. Anche stavolta lo stesso colpo d’occhio ostile e minaccioso. Aveva vissuto un analogo disagio quando Daniele la sera prima le aveva confidato la rabbia di suo padre ad ascoltare senza volerlo i loro suoni d’amore. Perché Giovanni dormiva nella cameretta accanto e le pareti nei condomini moderni, si sa, sono come carta. Lei, che male c’era ?, si lasciava andare felice nei momenti dell’abbandono tra le braccia del giovane marito, pallido sì ma tenace ed esperto nelle carezze e nei tempi rallentati che la sfinivano e saziavano.

Non era il suo primo ma poteva essere l’ultimo. “Cosa dovrei fare? Mettermi un fazzoletto in bocca?”, aveva chiesto avvilita a Daniele, e lui era rimasto zitto, stranamente zitto. Dunque, lei avrebbe dovuto trattenersi, oppure sospendere quei momenti, ben sapendo che le sue ferie erano ristrette a pochi giorni? Non era giusto. Bisognava insistere perché il vecchio si decidesse a tornarsene dalle parti della Salute, con la sua Candy, nome di una lavatrice in fondo, purché non facessero qualche sciocchezza quei due, laggiù, da soli! Stava a Lignano, nero come un gufo, per farle dispetto, era chiaro, senza mai fare il bagno, senza mai mettersi in costume, con la tosse di notte che la tormentava attraverso la parete. Lei non poteva gridare la sua gioiosa riconoscenza al marito e quel vedovo là, forse anche un morboso voyeur, poteva in compenso scatarrare e liberare altre schifezze fisiologiche, impunemente, senza lasciarla dormire. Sembrava di essere in ospedale. II fatto era che Daniele temeva da sempre suo padre.

Già. Non osava ribellarsi, nemmeno per difendere la moglie. Fin dai primi incontri, aveva acconsentito a quel bruto di trattarla come una senza famiglia, una miserabile, una pezzente, in cerca di sistemazione. Eppure, lei si era laureata ed era divenuta hostess alla Ryan Air, di ruolo, con un suo stipendio dignitoso. Mai una parola gentile, mai un complimento. Era colpa sua se era sana, se era bella, se aveva trent’anni, se non stava a letto con il comodino invaso da medicinali e fazzoletti di carta? Al funerale di Elisa, nella Chiesa della Salute stessa, gremita di impiegati e di operai della azienda ma con pochi amici, il vecchio non aveva versato una lagrima, anche se aveva detto, qualche giorno prima che la malata si spegnesse, che l’avrebbe seguita, che non l’avrebbe lasciata sola nell’al di là.

No, era rimasto ben attaccato alla vita senza piangere, il viso solo indurito e incattivito di più, se possibile. Lei si era portata dietro Cristina, la collega più simpatica e solidale, e si era sfogata, fumando con lei seduta sui gradini della Chiesa, con i colombi che le zampettavano vicini affamati. “Mi dà angoscia, quell’uomo. Ė più forte di me. Cosa vuole da me, non capisco? Doveva morire lui, non mia suocera. Oppure seguirla, come aveva promesso a tutti”: Cristina rideva di gusto, restia a compatirla. Ma c’era poco da ridere. Perché ne andava del suo stesso rapporto con Daniele. Rico, lo stewart della rotta per Barcellona, l’aveva pure invitata a cena un mese fa e lei aveva rifiutato ma ora era perplessa e forse anche pentita. Meritava quella fedeltà “pelosa” un marito che acconsentiva che l’altro le rovinasse i giorni di vacanza a Lignano, meta banale ma sacra per lei senza terzi incomodi impiccioni e malevoli?

Questa notte però è successo qualcosa di peggio. Daniele, al letto, non l’ha cercata e lei è rimasta ferma dalla sua parte, senza prendere sonno, ma tutta tesa e insoddisfatta. Sta pensando agli occhi verdi di Rico, portoghese, che non cessava di manifestarle ammirazione.  Quando le chiedeva come stai in un inglese maldestro, lei provava una strana tenerezza, in qualche modo materna. E sa che sono gesti affettivi, quelli, sottratti a Daniele. Una colpa, una colpa grave, non può negarlo. Ma cosa fa suo marito per tenersela stretta? Succube del mostro, che non piange quando gli muore la moglie. Anaffettivi, padre e figlio, conclude incrociando le gambe contro il freddo che sale dalla casa esposta a nord. E in quel momento sente il vecchio che si nuove in corridoio. Perché non se ne sta in camera sua? Cosa fa, là fuori? Scuote subito Daniele con un braccio. E lui, ben sveglio, la rassicura irritato: “Dai. Starà cercando il bagno”. Ma nossignori. Quello sta realmente entrando nella loro camera da letto. Cosa diavolo fa? Come si permette?  Non sa che è passata mezzanotte? E che domani pomeriggio lei deve ripartire? Non ha fatto in tempo nemmeno ad andare dal parrucchiere e sì che voleva essere nella forma migliore per Rico. Il colmo, davvero il colmo.

Un ospite sgradito e sgradevole che le toglie il sonno e il resto, e Daniele sa bene a cosa si riferisce. I rumori fuori aumentano. Come se battesse sulla porta. A quel punto, lei si sporge sul comodino e preme nervosa sul bottoncino della lampada. Il buio però resta il medesimo, e l’avvolge tutta e le fa male dentro. “Daniele, cosa sta succedendo?”. Ma eccolo che entra, il vecchio, in tutta la sua imponenza, feroce verso la sua femminilità disarmata. In mano regge qualcosa. Nonostante l’oscurità totale, dalle tende dischiuse arriva la luce di un albergo a tre stelle vicino, e lei così riesce a intravedere qualcosa di sporgente, “Un coltello? Daniele, muoviti. Tuo padre ha un coltello!”, gli mormora gemendo. Ma sente invece da Giovanni un’insolita vocina sofferta e supplichevole, lamentarsi di un blackout nell’appartamento. Spiega intimorito che bisognerebbe scendere in cantina. Perché lui non riusciva a vedere in bagno, dove consigliava però di non entrare per un po’. Voleva tirare lo sciacquone, ma non ricordava dove stava il pulsante. E neanche la torcia elettrica funzionava, perché non si accendeva assolutamente o la batteria andava cambiata. “Che casa avete, voi due? Che casa hai comprato Daniele?”, e quasi piangeva. Sì, perché finalmente piangeva, il vecchio. 

Paolo Puppa
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Paolo Puppa, già direttore di dipartimento delle arti e professore ordinario di storia del teatro a Ca' Foscari di Venezia, è scrittore, commediografo di largo successo.
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