Aspetti della letteratura minore del secolo XIV

Silvio Mastrocola
Silvio Mastrocola
Docente di Letteratura italiana a Salerno con R.Montano negli anni 70/80; ordinario alla SM Nunziatella e commissario alla AM di Modena. Dal 1990 ad oggi è prof. a contratto al S. Orsola Benincasa per la Formazione primaria nella cattedra della prof. S. Zoppi. All'attivo numerose pubblicazioni.

La storia letteraria del Trecento, se escludiamo i tre grandi protagonisti, ovvero Dante, Petrarca e Boccaccio, non presenta prosatori o poeti di un certo rilievo, né offre alcuni contributi di esperienza artistica, nuova o moderna. La produzione letteraria del tempo, infatti, presenta tentativi piuttosto fragili  che cercano  di recuperare in forme, a volte frammentarie, gli elementi tipici della letteratura più elevata espressi da Dante, da Petrarca e dal Boccaccio.

Alcuni rimatori addirittura cercano di ritrovare i segni dello Stilnovo, come i fiorentini Sennuccio Del Bene e Gino Rinuccini, che inseguono con scarso profitto gli schemi e gli ideali della vecchia scuola, cioè spunti poetici del tutto superati. Troviamo ancora Fazio degli Uberti che, insieme al padovano Matteo Correggiaio, cercano di recuperare in forma piuttosto incerta le ansie sentimentali di Francesco Petrarca; a questi ultimi, si affianca pure un altro indirizzo piuttosto seguito, quello di carattere allegorico- morale, che ha una forte tendenza didascalica, ancorché legata alla volontà di avvicinarsi il più possibile all’opera di Dante. Si tratta comunque di prove piuttosto deboli e prive di decoro poetico accettabile.

Jacopo, di Dante figlio, e commentatore del divino poeta, scrisse un poema dal titolo Dottrinale, che aveva delle pretese scientifiche, ma che risultò piuttosto modesto. Cecco d’Ascoli, pseudonimo di Francesco Stabili, un astrologo finito al rogo come eretico, scrisse l’ Acerba, poema allegorico zeppo di confuse nozioni di astronomia e di scienze naturali, che addirittura avrebbe dovuto porsi a confronto del poema dantesco, fino ad oscurarne la fama. Di qualche interesse può essere, invece, ricordato il poema scientifico dal titolo Dittamondo di Fazio degli Uberti: si trattò di una sorta di enciclopedia non priva di qualche eleganza formale che trovò un certo interesse fra i lettori contemporanei, proprio per la chiarezza dell’esposizione e l’ordinato sviluppo della composizione. Il merito di essere ricordato spetta sicuramente ad Andrea da Barberino, autore di alcuni romanzi capaci di attraversare anche la barriera del tempo e di giungere fino alle soglie della modernità, di cui ricordiamo, fra gli altri, il Guerin meschino dei Reali di Francia.

La scelta della novella

L’esempio del Boccaccio divenne ben presto il modello principale di cui i novellisti cercarono, in ogni modo, di eguagliare il successo. Primo fra tutti Franco Sacchetti, fiorentino, vissuto fra il 1330 e il 1400, di professione mercante che avendo viaggiato a lungo, seppe valorizzare la propria professione. Questi, infatti, dopo aver accumulato un discreto patrimonio, si ritirò a Firenze, dove ebbe subito larga fama, che gli permise di occupare cariche importanti nella città. La lunga esperienza accumulata nei viaggi in Europa gli permise così di scrivere novelle nelle quali riuscì a fondere, in discreta armonia, l’elemento realistico con la visione morale della vita cristiana, di cui era attento osservatore. Possediamo 223 delle 300 novelle che scrisse e tutte rivelano la nuova volontà tipica della società mercantile di offrire  agli uomini stanchi e logori per le fatiche quotidiane un momento di distrazione e di conforto, anche comico, attraverso la presentazione di vicende vivaci nelle quali prevale sempre l’intelligenza, la battuta di spirito, il forte senso pratico. Manca comunque alle novelle una costruzione di tipo geometrico come quella del Boccaccio: esse seguono, piuttosto, un libero gioco di fantasia, riproponendo – fondamentalmente – la tradizione orale popolare e rendendo oggetto di narrazione piccoli episodi di vita al mercato, o episodi strani di viaggi. Naturalmente è inutile richiedere un’analisi psicologica sottile e approfondita.

Non va però dimenticato che le novelle presentano personaggi ben costruiti e, soprattutto, vivaci vicende comiche, frutto della capacità propria dei toscani di ritrarre con fedeltà vicende divenute proverbiali. Tale è la carriera letteraria di Franco Sacchetti che  già nella prima giovinezza aveva prodotto un poemetto in ottave dal titolo La battaglia delle belle donne di Firenze con le vecchie. Già da allora era apparsa la tendenza gioiosa e scanzonata dell’autore che insegue la realtà nelle sue diverse esperienze sociali. Bisogna tener conto anche della sua produzione poetica, le Rime, nelle quali si mostra lo sdegno del poeta di fronte alla corruzione morale del suo tempo e alla sempre più triste vicenda politica dell’Italia. In tale contesto, va almeno ricordato Ser Giovanni fiorentino, autore del Pecorone, una raccolta di cinquanta novelle, incluse in una cornice sempre di tipo boccaccesco, nella quale due amanti narrano per 5 giorni una novella ciascuno e ogni giorno terminano la loro esperienza di vita con una ballata; si tratta però di un’imitazione del tutto esteriore, non rivelando l’autore alcuna capacità artistica, restando prigioniero dei dettami propri della letteratura popolare. 

Sulla stessa falsa riga si propone anche il lucchese Giovanni Sercambi, che scrisse 155 novelle inquadrate anch’esse in una cornice semi-boccacciana: qui, infatti, sono narrate da una brigata di giovani allontanatisi da Lucca per sfuggire alla terribile peste del 1374. Manca del tutto la fantasia e ogni interesse narrativo; lo stile è grezzo e, in certi momenti, anche molto noioso per  il lettore.

La produzione delle Cronache

La letteratura toscana del ‘300 presenta una discreta produzione di modelli d’arte incapaci, tuttavia, di superare i limiti propri della cultura popolare del tempo. Sicuramente sono diverse dalle aride cronache medievali, perché presentano vivaci episodi di narrazione e perché affrontano anche le drammatiche condizioni politiche che attraversano tutto il secolo XIV, mentre la società civile si avviava  verso  una profonda trasformazione. Buona è l’impostazione che porta gli scrittori a documentarsi con esauriente spirito critico intorno alle lotte violente partigiane che insanguinavano pure i comuni toscani. Non va dimenticato, peraltro, che questi cronisti, spesso, sono anche i protagonisti dei fatti narrati. In più di un’occasione la verità storica finisce per essere assoggettata alla propria fazione politica e il giudizio è del tutto privo di imparzialità.

Fra i veri cronisti di tutto il Trecento ritroviamo due nomi su tutti, Dino Compagni e Giovanni Villani. Dino Compagni visse fra il 1255 e il 1324 e, per lungo tempo, rappresentò gli interessi dei guelfi bianchi in Firenze, in maniera assai decisa. Le diverse cariche pubbliche che ricoprì nel corso della sua vita lo portarono ben due volte ad essere Priore. Quando Carlo di Valois portò al potere i guelfi neri, riuscì ad evitare l’esilio e si ritirò comunque a vita privata. Compose allora, fra il 1310 e il 1312, la Cronaca delle cose occorrenti nei tempi suoi, che è un’appassionata rievocazione delle vicende politiche alle quali aveva partecipato direttamente. Al principio, la cronaca abbraccia un periodo storico piuttosto breve, circa un trentennio, e permette così all’autore di concentrare la sua attenzione su episodi ben precisi, cercandone le cause lontane, partecipando direttamente al dramma politico della sua città. Il  suo stile è sobrio, secco, nervoso, ma i suoi giudizi sono brevi, taglienti e molto profondi. L’opera ci fa conoscere fino in fondo il sentimento religioso e patriottico dell’autore che si sente violentemente colpito dalla violenza dei fatti e che avverte un bisogno di giustizia e di pace. 

Ben diverso, invece, è il libro di Giovanni Villani, La cronica, in 12 libri, che, seguendo i soliti schemi della storiografia medievale, prende inizio addirittura dalla torre di Babele e giunge – attraverso leggende o miti propri del mondo pagano – alle origini mitiche di Firenze. È necessario chiarire che la cronica presenta qualche motivo di interesse storico solo nell’ultima parte, quando affronta la narrazione di fatti più vicini nel tempo, portando sulla scena personaggi storici fortemente discussi per le loro decisioni, spesso dannose. Le vicende, infatti, sono seguite secondo un criterio cronologico scrupoloso, secondo lo stile proprio dei cronisti medievali ma manca così una vera e propria successione logica fra gli eventi e, soprattutto, un’accurata indagine sulle cause degli avvenimenti. 

Va però ricordato che, a differenza di Dino Compagni, la cronica del Villani si presenta obiettiva; è scritta con animo imparziale. Tuttavia manca comunque la vivacità narrativa e soprattutto Il sentimento dominante dell’autore,  poiché tutto procede in maniera prolissa e monotona.

La letteratura religiosa del Trecento

La letteratura religiosa, nel Trecento, non presenta opere di vera poesia né di valore artistico rilevante. Manca completamente la genesi travagliata dell’esperienza spirituale e finisce per essere una sorta di decalogo morale, nella esaltazione dei Santi, e soprattutto nella difesa degli argomenti religiosi. Si tratta di una letteratura piuttosto esile sul piano stilistico, che si serve di forme espressive semplici e popolari e che  naturalmente predilige la prosa rispetto alla poesia ben più complessa e impegnativa sul piano artistico. 

Ricordiamo, fra gli altri, Bianco da Siena, che recupera le laudi religiose così presenti nella letteratura del Duecento. Appare in lui l’ardore religioso e lo slancio ascetico, ma i suoi sentimenti sono piuttosto lontani dalla vera poesia. Fra i prosatori, invece, ricordiamo innanzitutto Jacopo Passavanti, teologo fiorentino la cui fama brillava per le singolari capacità di predicatore apostolico,  ben espresse nel lungo periodo che intercorre fra il 1302 e il 1357. Compose  infatti, ci ha lo Specchio di vera penitenza nel quale raccolse e ordinò tutti gli argomenti che avevano guidato le sue prediche nella Quaresima del 1354. In tal modo intese offrire materia di trattazione agli altri predicatori, cercando di raggiungere un pubblico più vasto di lettori.

Il suo stile è chiaro, così come il ragionamento è lineare e semplice. Possiamo perciò parlare di un autore profondo, dotato di buone capacità artistiche, che sa evitare la monotonia della narrazione attraverso un discorso narrativo ricco di esempi ed aneddoti, con piccoli commenti nella parte dottrinale. Pertanto, il suo discorso è sempre incisivo e attraente e non mancano gli accenti umani e poetici di rilievo. 

Sicuramente, degno di nota sono i Trattati morali di Domenico Cavalca, un frate domenicano nato nei pressi di Pisa verso il 1270 e morto nella stessa città nel 1342. Ricordiamo il Trattato sulla pazienza, la sua vera e originale riflessione, probabilmente la più significativa. Tuttavia, la sua opera più importante fu sicuramente quella dedicata alle Vite dei Santi Padri, che sono una libera traduzione di un vecchio testo latino. Egli aveva l’intenzione di divulgare e offrire all’ ammirazione dei lettori gli esempi luminosi di virtù e di carità, offerte dalla vita dei Santi. Il libro è semplice, è chiaro, ma raramente presenta narrazioni interessanti o osservazioni psicologiche degne di nota. In effetti, prevale nelle sue intenzioni la certezza di tutto ciò che riguarda Dio: tutto proviene da un intervento soprannaturale e la sua, dunque, è solo una cronaca degli eventi narrati.

Un discorso a parte merita, invece, un testo latino tradotto in volgare da un ignoto, probabilmente scritto da un autore incapace di esprimere in forma semplice una trama di accenti poetici dedicati e sinceri. Si tratta dei Fioretti di San Francesco, un libro che vuole offrire alla mediazione dei lettori gli episodi più significativi ed eroici della vita del Santo. L’ignoto autore vuole andare molto al di là del semplice intento divulgativo e compone il ritratto più completo della personalità di San Francesco. Infatti, è notevole la capacità di ricostruire con precisione e realismo l’ambiente semplice, suggestivo nel quale ritrae il Santo Insieme con i suoi confratelli. Il racconto è semplice, naturale. L’autore riesce così a narrare la conquista della Santità come se si trattasse di un semplice e naturale esercizio di virtù umana. La figura di San Francesco trova maggior risalto proprio nella naturalezza dei suoi gesti, nella sua umiltà, nel suo immenso amore per gli uomini, così come per tutte le cose del Creato. Episodi particolari sono quelli del colloquio col lupo di Gubbio e la predica agli uccelli; eccelle anche la predica sulla perfetta letizia tenuta a Frate Leone. 

La letteratura religiosa presenta, poi, un personaggio di particolare interesse nella figura di Santa Caterina da Siena, nata nel 1347 e morta nel 1380, non solo per i pregi letterari delle sue opere, ma soprattutto per il fervore mistico e per la forte personalità che accompagnarono la sua esistenza. Caterina Benincasa, giovinetta, entrò nell’ordine delle Mantellate, dedicando la sua breve vita ad un apostolato intenso e continuo per il bene dell’umanità e di Dio. Sentì l’amarezza della sede avignonese del Papato e scrisse  perché i Papi ritornassero a Roma e perché finalmente fosse data pace all’Italia angosciata dalle lotte cittadine intestine e violente, le sanguinose faide cittadine. Le sue lettere, indirizzate a Papi e Sovrani e a Prìncipi potenti, emanano la forza sublime della fratellanza rivelando una forza morale che nasce da una fede del tutto incrollabile. L’opera più nota, comunque, è il Dialogo della Divina Provvidenza, che la Santa tenne con i suoi discepoli, in estasi, nel 1378. Il libro, infatti, riproduce un dialogo immaginario fra la sua anima e Dio, riproponendo le stesse caratteristiche formali ed estetiche proprie delle note lettere, antiche e famose.

Silvio Mastrocola
Silvio Mastrocola
Docente di Letteratura italiana a Salerno con R.Montano negli anni 70/80; ordinario alla SM Nunziatella e commissario alla AM di Modena. Dal 1990 ad oggi è prof. a contratto al S. Orsola Benincasa per la Formazione primaria nella cattedra della prof. S. Zoppi. All'attivo numerose pubblicazioni.
Articolo precedente
Articolo successivo
spot_img
spot_img

Ultimi articoli