Le campane

Paolo Puppa
Paolo Puppa
Paolo Puppa, già direttore di dipartimento delle arti e professore ordinario di storia del teatro a Ca' Foscari di Venezia, è scrittore, commediografo di largo successo.

I suoi nuovi amici lo aspettavano giù in Campo San Canciano, per giocare a pallone. Sì, i compagni di classe con cui aveva legato stranamente subito, dopo pochi mesi che si frequentavano a scuola. Terza elementare, dalle Suore Imeldine, nell’Istituto vicino alla sua abitazione. Correvano sfrenati fino al passaggio dei vigili che li disperdevano al loro avvicinarsi minaccioso, un po’ come faceva il campanile di San Marco con i colombi in piazza al rimbombo del suo carillon. Ma stavolta c’era qualcosa, proprio in casa, che lo interessava di più, sì, che lo distoglieva dalla voglia di fare goal sulla porta costituita da due cappotti a terra, dopo aver scartato due o tre avversari imbelli o comunque a lui inferiori.

Aveva nove anni e si sentiva un Dio del calcio. No, quel pomeriggio, contrariamente a quanto promesso, c’era un appuntamento più importante per lui. Zia Amelia, o meglio la prozia Amelia, in quanto era sorella non di sua madre o di suo padre ma di nonna Emma (alla fine aveva compreso parentele tanto complesse) stava per morire e lui voleva vedere cosa succede a uno quando muore. Qualche ora prima, la mattina di domenica di un diaccio dicembre, Natale ancora lontano, la vecchia di età indefinita, forse centenaria, sedeva su una seggiolina antica in corridoio. Non voleva starsene in camera da letto, isolata da tutti. Cercava a suo modo compagnia. Pareva appisolata, in quanto teneva la testa china sul petto. Vestiva un abito bianco con i pizzi, quasi andasse sposa. Ma era ancora signorina, a quell’età, e nel momento del trapasso. Nonna Emma in verità ne parlava sempre male, un impiccio che da una vita la seguiva come un’ombra tormentosa, una colpa di gioventù. Perché aveva promesso ai suoi di farsene carico, in cambio dell’attribuzione della parte più consistente dell’eredità, come la palazzina dove ora stavano tutti, in attesa che il papà, impiegato alle Generali, potesse portare moglie e figlio altrove in una dimora il cui affitto non costasse troppo.

Ma a furia di andare su e giù, quasi scavalcandola, lui si era sentito afferrare all’improvviso dalla vecchia pazza. Era raggelato, specie avvertendo l’odore disgustoso che usciva dalla bocca della donna. E costei, per giunta, s’era pure tolta la dentiera, e quelle labbra secche e rimpicciolite si dischiudevano su una caverna dal fondo appestante. Amelia voleva dirgli qualcosa e lui doveva assolutamente ascoltare. Anche perché era sola e nessuno la assisteva. All’inizio, non riusciva a capire frammenti di frasi senza senso, tipo “Quando sarà”, “quando arriva”, “le campane, le campane” e lo invitava ansando ad accostarsi alle sue orecchie perché anche lui potesse udirle. “Ma cosa? Ma cosa, zia?”, lui domandava impaurito e insieme affascinato dalla postura insolita della donna, che tenendo sempre il volto abbandonato sul petto muoveva le braccia come vele in alto e lo trascinava verso di lei. Poi aveva compreso il messaggio bizzarro. Nell’attimo della morte, la vecchia era convinta, ma proprio convinta, che avrebbero suonato come un tripudio, come una festa, e in suo onore, proprio per lei, le campane, dentro il suo corpo. Quello era insomma il segnale del trapasso. Bastava tendere il suo orecchio verso quello della zia per poter partecipare a quel concerto.

Così, dal momento che la mamma l’aveva avvertito che era questione di poco ormai, che “ci siamo, alla buonora, perché non se ne può più”, aveva risolto quel giorno di non scendere dalla banda degli amichetti, da Gigi e Enrico in particolare, suoi compagni di banco, perché voleva sentire anche lui. Era rimasto in cucina, a seguire Maria, la cameriera di mezza età della nonna che preparava una torta di mele per la sera. Il buon odore si spandeva confortante per l’aria. Aveva fame, nonostante fossero solo le quattro pomeridiane, e a pranzo c’era stato pure l’arrosto di vitello con i piselli. Ogni tanto però correva nella camera di Amelia, sempre sola, che respirava a fatica, l’occhio chiuso, che pareva già trapassata. Il gatto soriano enorme, Fert, ronfava sulla poltrona Frau, unico testimone. Allora lui, tornando in cucina, chiedeva a Maria se erano ben sicuri che zia Amelia stava realmente morendo. “Ma dove sono gli altri, si può sapere dove sono?”. E la donna sospirando si provava a spiegargli che mamma e papà facevano i loro comodi nella camera matrimoniale, un tempo dei nonni. Perché si sa, i suoi erano del resto ancora tanto giovani, e lui non poteva pretendere mica di restare per sempre figlio unico. Guai però se lui glie l’andava a riferire, era una sua confidenza personale. E con foga aggressiva puntualizzava: “Chiaro, fai sì con la testa” se no venivano gli spiriti dalla montagna e povero lui. Aggiungeva, rossa in volto, che nonna Emma era molto stanca e riposava nella sua stanza. “Ma nessuno la guarda mentre quella là muore”, lui protestava dopo aver giurato che mai quelle parole gli sarebbero uscite di bocca, anche se avrebbe voluto indagare sul significato dei “comodi”. 

Maria che era piccola piccola e veniva dal Cadore, ma aveva un gran gozzo, riprendeva acida “Tremenda, una vecchia tremenda. Non si è fatta amare da nessuno. Non ha avuto nessun uomo, infatti”. Una volta, lui lo ricordava bene, c’era stata anche una scena tremenda in salotto, quando la zia, che stava almeno in apparenza bene, aveva gridato alla “serva” che l’aveva scoperta da basso, in androne, che si metteva in bocca l’affare del povero fuochista della caldaia, sposato con figli,  e Maria si era messa a piangere, ripetendo “Maledetta, maledetta”, e la nonna era intervenuta sentenziando che così non si poteva andare avanti, che non poteva usare quel linguaggio davanti al bambino, e che sua sorella aveva l’arte di farsi odiare dal mondo intero. Amelia se ne stava in piedi ghignante, al centro della stanza, decisa a ritirarsi nei suoi “accampamenti”, come ripeteva ironica, ma non si muoveva, prima di trovare la risposta giusta da dare alla sorella ladra e che in quanto di minore età non doveva mai mancarle di rispetto. 

Lui adesso non può che tornare di corsa nella camera di Amalia in penombra, “tanto cattiva”. Si sporge verso la sua faccia livida e piena di ombre, accosta l’orecchio a quello della zia, ma non ne esce alcun suono. “Signorino, signorino, un certo Gigi al telefono”, gli urla dal corridoio Maria e lui si affretta infastidito a entrare nello studio del nonno ingegnere, morto quando lui stava nascendo. Afferra annoiato l’apparecchio argentato e spiega al compagno che non si sente bene quel pomeriggio, ma che domani a scuola certo si organizza la nuova partita, nel loro campionato particolare. Dovevano stare tutti tranquilli, non sarebbe mancato una seconda volta. Poi, trafelato, penetra nella stanza quasi buia, alla finestra la tenda semi aperta lascia entrare dentro solo il buio dell’inverno, e si riaccosta alla vecchia. Qualche minimo movimento sul letto e un fil di voce che biascica strappandosi con fatica al silenzio: “Sei qua, vero, canaglia? Non mi lasci mai in pace, te, maledetto”. Lui si sente avvampare dalla vergogna.  Perché lo tratta con cattiveria, tutt’a un tratto? Non si era d’accordo per una tacita condivisione? Non era stato invitato al concerto di campane? Non se l’era mica inventato!  Perché aveva cambiato idea? Non basta, in quanto l’imbarazzo e la incertezza si mutano in autentico terrore non appena sente un gorgoglio sinistro nella pancia di quel quasi cadavere. Balbetta che ha rinunciato alla partita di calcio con gli amici del cuore pur di starle vicino, pur di farle compagnia, e ripete stancamente “Zia Amelia, zia mia, non fare così”.

Ma quella in un attimo con il braccio sinistro lo ghermisce e lo stringe su di sé, mentre a poco a poco riacquista misteriosamente le forze e in un crescendo del tono gli intima di anda via: “Non devi stare con la serva, con la nana morbosa, capito? Perché, non ti dice niente quella scema di tua mamma? E dove sono tutti? In questa casa aspettano solo la mia morte, perché libero la stanza per il nuovo figlio, lo sai questo, vero? Non c’è più spazio, se no, qua dentro, e quel pezzente di tuo padre non è capace nemmeno di darvi una casa sua”. Lui goffamente, riprendendosi e cercando di staccarsi dal fetore davvero intollerabile, si prova a replicare “Ma quale figlio? Ma quale figlio? C’è un figlio in arrivo?”.  In cuor suo è contento, anche se non riesce a conciliare l’idea di avere un fratellino nella grande camera in cui dorme sempre un po’ in ansia quando gli spengono le luci, e l’imminenza di questa morte che però non si decide a mostrarsi. Ma le campane, ma le campane? Lui vorrebbe sempre ascoltarle perché la vecchia gliel’ha promesso bene, e dunque. Mangiandosi le parole, riesce a domandarglielo tirando su con il naso, un misto di raffreddore incipiente e di piagnisteo trattenuto. “Va via, va via, idiota”, e con una mano quasi inerte gli fa un minimo cenno a indicargli la porta socchiusa. Si vede nondimeno che la vecchia ha tanta paura, e che i suoni stanno tornando disarticolati, solo fischi e leggeri brontolii, e lui vorrebbe aiutarla in qualche maniera, ma non sa bene cosa fare. Si avvia all’uscita dalla stanza, rischiando di far cadere il tavolinetto con la statuetta di Padre Pio.

Avverte intanto alle sue spalle un rantolo, qualcuno o qualcosa che si annuncia con travaglio senza riuscire a esprimersi. Si volta, e scorge il corpo indurito della vecchia che pare allungarsi in cerca di aria, e le vede il profilo tendersi a sua volta, il braccio che tenta di sollevarsi in alto e non se ne capisce lo scopo. Se con un simile gesto Amelia voglia imprecare secondo le sue abitudini, o se stia viceversa chiedendo disperatamente aiuto. Lui può solo a quel punto uscire in punta di piedi, chiudere bene la porta, afferrare il cappotto devoto sulla sedia della sala d’ingresso, e correre in campo, confuso e felice. Ha tante cose da raccontare ai suoi compagni. Ma dirà, in conclusione della storia, a sbalordire gli amici invidiosi, che le campane le ha sentite. E come se le ha sentite!

Paolo Puppa
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Paolo Puppa, già direttore di dipartimento delle arti e professore ordinario di storia del teatro a Ca' Foscari di Venezia, è scrittore, commediografo di largo successo.
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