Rientra a casa trafelato. Aggancia all’appendiabito di noce l’impermeabile fradicio di pioggia, non l’ombrello, lasciato aperto ad asciugare nell’androne del caseggiato, nel sottoscala. Prevede dispute accanite con il geometra Righi, pensionato e vedovo. Costui, rintanato in un miniappartamento a piano terra, con una sola finestra sulla strada, ama discutere su ogni cosa e la fa da protagonista nelle estenuanti riunioni condominiali. E soprattutto non vuole rumori. Fra qualche mese, quando nasce il bambino, ci saranno strilli su e giù per quelle scale interminabili. E problemi dunque con il vecchio.
Alzale spalle e si rifugia in salotto, nella penombra tranquilla che annuncia l’arrivo della sera, del buio completo. L’inverno ormai è alle porte. Un altro anno se ne sta andando. Scivola via come la sua vita. Estrae allora da una tasca dei pantaloni un foglietto. Accende la luce della lampada vicino alla finestra, da dove si scorge la Salizzada, deserta per la violenza del temporale improvviso. Si mette a rileggere gli appunti, presi in Archivio. Si prova a mormorare alcune battute, correggendosi di continuo dopo controlli rapidi sul testo scritto. Si riassetta, si pettina con una mano e si guarda allo specchio a darsi un tono rassicurante. Si sente pronto ad affrontare il docente che intende coinvolgere nella sua ricerca. Ha ottenuto infatti un incontro per la mattina dopo, in Istituto. Quando finalmente si sente rilassato, entra nella camera da letto. Odore di corpi che gli provoca la consueta nausea. In farmacia ha acquistato il Guttalax, il lassativo che dovrebbe, almeno secondo la pubblicità (ne vende tanti anche lui!), agevolare l’evacuazione, vincendo la stitichezza della moglie. Si sa, in gravidanza. Nel negozio, abbassando la voce, si è ovviamente premurato di precisare a una commessa indifferente che il farmaco serviva non a lui ma alla gentile consorte, primipara e in difficoltà nella digestione.
È stato penoso, il tutto. In verità, ha cominciato a guardare Alice con un leggero fastidio, la prima volta che è entrato in bagno dopo che la sua dolce compagna l’aveva utilizzato “in profondità”, come lei, dopo, ghignando si era scusata. Un tanfo fermentante, di materia putrida non ancora del tutto scomparsa nell’aria, qualcosa che l’ha tenuto lontano per qualche giorno dal piccolo corpo perfetto sia nelle curve e nelle sporgenze, sia nel giovane petto esuberante che di solito lo attirava, e specialmente nel ventre in cui adorava perdersi, quasi un pozzo che lo risucchiasse inesorabile. Lui, grande, (grande in tutto) e grosso e peloso, dall’aspetto molto più adulto dei suoi trentadue anni, reso goffo dalla camminata sghemba, ha temuto all’inizio di sconciare, di distruggere nella forza della sua penetrazione quella creaturina di ventisette anni. In cambio, Alice lo chiamava durante gli abbracci il suo “orsetto da luna park”, e lui ricambiava al volo con “la mia biondina, la mia biondina”, tutto eccitato e commosso. Per fortuna, c’era la gravidanza, appunto, che giustificava le saltuarie pause da un po’ che si prendeva, a causa dei miasmi del bagno, o forse per altri motivi non chiariti.
In effetti, in lui, il desiderio rischiava di affievolirsi con il lezzo. Perché Alice, i folti capelli biondo oro, come i bicchieri di vetro delle sue ricche vetrerie muranesi, in più con la delicata erre moscia, e la voce roca che lo aizzava, smentiva in quei frangenti la parvenza angelicante che l’aveva sedotto. Lui, al contrario, si impegnava molto a ventilare aprendo e chiudendo la finestra, e spruzzando dappertutto nella toilette i profumi della moglie esposti nella mensolina, sopra il lavabo, se gli capitava di usarlo lui il bagno. Ideale, sarebbe stato averne due. Ma quella casa modesta era quella dei suoi. Il padre, operaio in una fornace muranese, di proprietà di Alice (là aveva conosciuta la sua sposa), era morto di infarto, poco prima di compiere settant’anni e di vedere il figlio impalmarsi la ragazza viziata strappandola ai tanti spasimanti e zerbini che le facevano la corte. Sua madre, di origini calabresi, (da qui il suo accento misto, o comunque poco veneziano) era confinata nell’oblio di sé e del mondo, ricoverata in una Casa per anziani alla Giudecca, dove lui andava sempre meno a visitarla, per evitare di incontrare una vecchia che lo osservava imbarazzata e irritata. I suoceri ricchi e rassegnati a nozze non esaltanti avevano offerto loro volentieri un’abitazione più confortevole, ma lui aveva rifiutato con sdegno. Aveva già in fondo una sua casa, vicino al Piazzale Roma, comoda sia per il lavoro di rappresentante per ditte farmaceutiche, sia per frequentare qualche corso alla contigua facoltà di Storia in cui si era iscritto da poco. E faceva anche i suoi bravi esami, e aveva già in mente il percorso che lo avrebbe condotto alla tesi sulle camicie nere a Venezia nel 1922.
Relatore un allievo di Mario Isnenghi, studioso che lui prediligeva. Del resto, storia e politica erano la sua autentica passione, il nonno materno calabrese era stato giornalista in una testata locale aperta a temi sindacali. Inevitabile per lui pertanto vedere fascismo dappertutto. Si immedesimava con angoscia nei mesi feroci della presa del potere da parte delle “orde barbariche”. Il delitto Matteotti, era il suo struggimento, la sua disperazione. Cosa avrebbe fatto al suo posto, trovandosi con una moglie incinta (che fierezza portarla a passeggiare la domenica in Piazza, con i primi segni della pancia!) e un bambino in arrivo? Avrebbe osato fare l’eroe, o sarebbe rimasto, pavido e prudente, nell’ombra, come tanti altri? Con i suoceri, cui nondimeno era molto affezionato, meglio non affrontare dispute ideologiche, attenti com’erano unicamente agli affari, al denaro, al “tengo famiglia”. Ha il sospetto fondato che votino partiti di destra, anche se nessuno tra loro hai mai approfondito l’argomento. Ma la Meloni a loro piace molto, a prescindere, in quanto donna autorevole e capace di comunicare.
A lui veniva di imprecare e di reagire con insolenza a quelle confidenze, ma Alice subito gli premeva la mano per farlo tacere. La donna lo guarda adesso con una smorfia di dolore. Se le fitte però proseguono, lui grida, bisognerà chiamare il medico, lo specialista, non quello di base, sperando sia disponibile, o il pronto soccorso e correre in lancia verso l’ospedale. Ma è lei che lo tranquillizza. “Madonna, che ansie! Invece di calmarmi, sei te che mi spaventi. È solo un banale mal di pancia. Prendo il Guttalax e poi vedi”. Il fatto era che, oltre alla pena causata dai mali della consorte, gli intestini rappresentavano in effetti per lui la parte meno nobile del prodigio della natura umana. Chi li ha creati, chiunque sia stato, in quel momento era certo andato in vacanza. Persino le mani, erano sospette. Ogni volta che le stringeva in un saluto anonimo, gli sorgevano all’istante nell’immaginazione pensieri sordidi, visioni di intimità fisiologiche, di lavaggi sommari in posture animalesche.
Il dolore sembra essere andato via dalla sua donna, e lui le accarezza i bei capelli cercando di celare la tristezza che l’ha afferrato nel vederla lamentarsi. Poco prima, per strada, sotto la pioggia incessante, ha incrociato davanti alla Chiesa di San Trovaso Don Agostino, il giovane parroco con cui ha scambiato qualche chiacchiera negli ultimi tempi. Era andato dentro la grande Chiesa a controllare i quadri di pittura veneta, specie i Tintoretto, padre e figlio, per l’esame di storia dell’arte imminente. L’Ultima cena, in particolare, l’aveva travolto. L’idea di tradimento, l’attesa della catastrofe, gli parevano intonati al suo stato d’animo di quei giorni, senza capirne la ragione. Rimorsi per l’interruzione delle visite alla povera madre? Sensi di colpa per non aver chiarito col suocero le proprie preferenze politiche? La vergogna di fare da principe consorte, in quanto subalterno sul piano economico rispetto alla consorte, che in qualche modo copriva le spese e i debiti grazie agli aiuti frequenti dei suoi genitori devoti alla figlia unica? No, c’era dell’altro. Perché, attraverso quell’inopinata amicizia, se si poteva chiamarla così, col parroco quasi suo coetaneo, gli era venuta voglia di approfondire non più o non tanto le camicie nere veneziane al tempo della Marcia su Roma, ma la vicenda antica e misteriosa di Cristo che sulla croce si sacrifica per tutti, anche per gli assassini e i dittatori. “Non vado a Messa da una vita”, aveva dichiarato con impazienza a Don Agostino, allorché quest’ultimo gli aveva proposto di seguire un gruppo di ragazzi di altre etnie in parrocchia.
“Non sono la persona giusta”, aveva aggiunto alle insistenze del prete che ribadiva la necessità di aiutarsi tutti nel grande progetto di inclusione. Occorrono competenze linguistiche, storiche, culturali per assimilarli, gli spiegava il giovane, uguale a lui in tutto, solo con due centimetri di bianco sul collo della camicia a distinguerlo. Hanno anche bevuto un caffè, nel bar di fronte alla Chiesa e lui si è spinto a fargli domande quasi intime. “Hai avuto mai una ragazza, nella tua vita?”. “Ma chiaro, cosa credi? Sono un uomo anch’io”, e Don Agostino ha sorriso spalancandogli addosso due occhi nervosi mentre scioglieva un po’ di zucchero nella tazzina. “Ma le ho annunciato semplicemente che sposavo Cristo, al posto suo”. Lui riaccompagnandolo in Chiesa, come una bestiola addomesticata, davanti alla penombra che si spalancava nella Navata centrale verso l’altar maggiore, dietro cui spuntava la Pala novecentesca dell’ennesimo martirio di qualche Santo, ha sentito una strana fitta stringergli il cuore. Rivedeva il padre ricomposto nel letto matrimoniale che ora occupa lui con Alice, immobile come una pietra dopo l’infarto, e la madre seduta sulla panchina del giardinetto alla Giudecca, ignara di sé e del figlio terrorizzato al suo fianco. Si decide ad aprirsi per un attimo, come fosse al confessionale, con Don Agostino: “Sto sempre cupo, non va bene. Mia moglie non so come fa a sopportarmi. Perché Alice sarebbe allegra.
Per lei la vita è una festa. Odio il mio lavoro. Non so se riuscirò a laurearmi. E a che fare con una laurea oggi? Non faccio che accumulare schede su schede, andando anche all’Archivio. Non sarò mai uno storico, tanto. Lo so bene. Ho concepito una tesi di ricerca folle, oltre le mie forze. Ora che viene fuori una creatura, poi, ora che Alice mi fa un figlio. Se non fosse per lui, ogni tanto sarei tentato di buttarmi giù. Sì, giù. No, lo dico per dire. Un’esagerazione. Ma sì. E tuttavia ha senso un figlio in questo mondo di pazzi? Già. Tramp, Putin, Vannacci, e il clima, e la guerra sempre più probabile, e l’intelligenza artificiale che magari si impadronirà dell’atomica. Ho paura, io ho paura. Non so, non so se ce la farò”. Don Aldo lo fissa incredulo, allargando le braccia con un gesto a esprimere stupore e impotenza. Sta anche per ribattere, ma viene interrotto da un anziano parrocchiano che gli ricorda severo, sbucando da una cappella laterale, l’appuntamento con la squadretta di catechisti. Riceve una pacca sulla spalla per un affettuoso congedo, al che scappa via, straziato, spalancando l’ombrello davanti alla pioggia ancora più scatenata.
“Ho visto anche oggi il prete. Sì, quello giovane. Ma cosa vuole da me, quello là?”. Alice, imperturbabile, gli domanda se l’aiuta ad alzarsi dal letto, perché sente che finalmente sta per liberarsi. “Ci siamo, ci siamo! Pista!” e gongola soddisfatta. Se fosse un maschio, è convinto che scenderebbe a frasari per lui insostenibili. Le chiude, premuroso ma severo, la porta, a insegnarle atti consoni, e la sente viceversa sbraitare “Ma perché cavolo chiudi? Si soffoca qua dentro? Domenica i miei ci vogliono a pranzo o a cena. Arriva mio cugino dal Canada. Vedrai che simpatico! Solo che parla un italiano incomprensibile”.



