Sta giù, nel salottino a piano terra dell’albergo a Moso, in Pusteria. Sfoglia i quotidiani abbandonati sulla credenza antica. Vestito come la moglie l’ha preparato, il gilet verde scuro, i calzoni di velluto marrone, la camicia azzurra che gli rischiara, pare, il volto sempre cupo. “Non sono mica il tuo Big Jim”, lui ha protestato poco prima in camera con Michela, riconoscente però per tutto il darsi da fare della donna a renderlo meno vecchio. Aver da poco superato i sessant’anni e evitare ogni contatto con palestre o con esercizi di ginnastica la mattina presto, come fa invece Michela che vuol smentire l’anagrafe con posture affaticanti, questo il suo mantra. In compenso sta là, in agguato, in attesa delle ore diciannove in cui si catapulterà nella sala da pranzo, addobbata, manco fosse la sera di Natale. Hanno predisposto infatti un gran cenone, a omaggiare il ferragosto, nel trionfo del cibo montano, a partire dal tris immancabile dei Canederli, unti di burro che farebbero arrabbiare il suo cardiologo mestrino, per finire con le mezzelune tirolesi, dove le marmellate si incontrano con le omelette che paiono esistere per stare assieme.
La mattina, durante il rito del breakfast anche troppo abbondante, ha avuto modo di segnare sul foglio del menu serale le preferenze, vini pregiati compresi (con aumento purtroppo della spesa finale) e così hanno fatto, anche se con minor trasporto, Michela e Luciano. Costui è il loro figlio universitario che studia, in regola perfetta con gli esami, medicina come il nonno che non c’è più da tempo, ma che sarebbe stato felice di sopravvivere nella discendenza. Lui invece ha preferito puntare alla letteratura italiana, specie Dante e Ariosto, che ora insegna nel primo liceo cittadino con orgoglio, con stanchezza (fra poco ci sarà la sospirata, temuta pensione) e con qualche rimpianto forse per via dello stipendio inferiore. Proprio studiando a Padova ha conosciuto Michela, sua collega ora nella medesima scuola. Là, i due costituiscono una coppia autorevole che “fa tendenza”, come si mormora negli interminabili collegi dei professori. Sa di essere invidiato e poco amato, ma lui ripete spesso per consolarsi con ironia: Se non puoi o non sai suscitare amore, almeno genera livore attorno a te. Che fa pure rima. Il padre, del resto, ha lasciato a lui la bella casa a due piani dietro San Stefano, dunque nel cuore di Venezia, con valore immobiliare molto alto. Guarda l’orologio.
Fra poco dovrebbe scendere Michela, in tutto il suo splendore di anziana che porta bene i cinquantanove anni, capelli biondi fluenti, che sembrano naturali, guance paffute, trucco sobrio ma efficace, i grandi occhi azzurri che l’hanno infiammato a suo tempo, il petto sempre bello ritto, e l’eleganza estrema degli abiti. Non si capisce davvero come faccia, in quanto spende poco, ma sceglie bene, e capi che durano, soprattutto durano. Sono le 18 e 45. Fra un quarto d’ora si aprirà finalmente la porta di vetro che lascia già ammirare i tavoli addobbati con stelle rosse sopra le grige tovaglie e i filamenti dorati che pendono a terra, e i lampadari splendenti a dilatare lo spazio. Lo saluta intanto l’architetto ferrarese Piero che vorrebbe mostrargli l’ennesimo cesto di porcini che ha al solito trovato, passando la frontiera, in territorio austriaco, ma lui fa un cenno immediato di diniego perché ha una importante telefonata in arrivo e non può ascoltarlo. In realtà spia da un po’ sulla strada, da basso, dove dovrebbe apparire Luciano. L’ansia intanto gli cresce dentro. In ritardo, molto in ritardo il ragazzo. Se n’è andato da solo, dopo la ricca colazione, nella sua costosa mountain bike diretto ad un’escursione impegnativa. “Ci va da solo, davvero?”, ha chiesto loro verso le dieci Marisa, lo sguardo malizioso e pungente. Da pochi mesi, è rimasta vedova, il marito schiantato all’improvviso da un infarto, nel sonno.
“Una bella morte”, loro le hanno sussurrato commossi, vedendola arrivare per la prima volta sola in albergo. Ma Marisa si è fatta maligna e aggressiva. la treccia ridicola che porta in capo, e gli abiti tirolesi che indosserà anche stasera poco compatibili con il lutto. Sì, non ha mancato la così detta amica, resa franca dalle tante villeggiature nel medesimo albergo, di informarli che il percorso affrontato da Luciano è realmente pericoloso. Uno strapiombo impressionante. “Ci sono stati parecchi incidenti, eh sì, come no? E anche mortali. Volevano perfino chiuderlo lo scorso anno”, ha aggiunto premurosa e beffarda. Michela aveva subito riso allegra: “Ma dai, mio figlio è prudente”. Loro gli avevano raccomandato in compenso di chiamarli se era in ritardo.
Soprattutto doveva rientrare in tempo per il cenone, lui aveva insistito più volte bevendo il suo caffè americano, tanto che subito dopo, appena il figlio era scomparso caracollando con la sua bici, la moglie l’aveva rimproverato con stizza “Ma tu vivi per mangiare?”, e lui era arrossito violentemente. La pancia, in effetti, faticava a non affiorare e lui evitava accuratamente i maglioni stretti che la esaltavano. No, per carità, molto meglio i giacconi spalancati e concilianti con l’indubbio aumento di peso. L’estate sta morendo, e così pure la giornata. Di fronte, e silenziosa con riccioli di nuvole sopra, si staglia la Croda Rossa, e sembra minacciarlo con la sua spietata e indifferente immobilità. Arrivano automobili dei clienti che sono andati lontano in gite che poi narreranno ai tavoli vicini.
Una noia, in fondo terribile, ma lui nonostante tutto attende, mentre spiega la Montagna del Purgatorio dantesco, e con impazienza i quindici giorni che ogni agosto passa a Moso, a cercar conferma e a distrarsi. Intorno amici o conoscenti cominciano a sparire, con un ritmo incalzante, ma lui per adesso si sente protetto. Michela in fondo è ancora piacente, e Luciano diverrà un grande specialista, superando il nonno, medico di base. Un oncologo, chissà, la madre se n’è andata per un tumore al pancreas. Già. Ma il figlio ancora non si vede e lui si alza e si dirige verso l’ascensore. Andrà in camera a sollecitare Michela e a condividere lo strano timore che lo sta invadendo. Perché non ha chiamato? Perché non li ha avvisati che avrebbe fatto tardi? Che ha avuto un piccolo contrattempo? Che ha incontrato magari qualche compagno di facoltà?
Ma Luciano è fatto così. Egoista, quasi autistico. Esausto dall’amore che la madre gli ha rovesciato addosso (figlio unico e nato tardi), deluso forse dalla freddezza di lui, che invece si strugge, lo adora, e non sa esprimere il suo affetto per il contegno che lo blocca. Ma gli uomini, si sa, non si abbracciano, non si possono abbracciare! In quel momento, come per magia, si apre l’ascensore e appare la moglie. Un golfino viola, un foulard che dal collo le scende disinvolto sulla spalla, bianco con striature rosa, una delizia pura, e gli occhi che sfavillano sotto un rimmel delicato, e un profumo seducente che sa di arancia, e che fa venir voglia di prenderla con passione, là, davanti alla gente che sta scendendo affamata. Si avviano anche loro nella grande sala, in un brusio allegro e ben disposto alla abbuffata. Una volta seduto, le soffia addosso, quasi liberandosi da un peso: “Anche stavolta, in ritardo, ovviamente. Vuol rovinarmi tutto”. E lei si versa il pinot freddo, togliendolo dal secchiello argentato che troneggia in un angolo del tavolo. Alza le spalle e ribatte divertita. “Sai com’è fatto! Uffa”. E poi mentre osserva il grande piatto degli antipasti appena servito dalla camerierina in abito rigorosamente tirolese, l’avverte: “Sai che domani pomeriggio dovrebbe arrivare Mirka” e lo sguardo le si accende. Si tratta di una ragazza ricca, figlia di imprenditori liguri con cui Luciano lo scorso anno ha fatto alcune ferrate. Loro due soli. Il ragazzo, ventidue anni, è tutt’ora singolo, condizione di cui entrambi i genitori cominciano a preoccuparsi.
All’improvviso, lui le ricorda con rabbia un episodio di molti anni prima. Erano in una spiaggia marchigiana, e il figlio, avrà avuto cinque anni, si era allontanato dalla loro postazione, i canonici sdraio e ombrellone, per andare a caccia di granchi, sua mania infantile, ed era scomparso. Passato molto tempo, si erano entrambi alzati, e mentre lui voleva recarsi all’ingresso della spiaggia, in cerca di bagnini e di megafoni, lei tranquilla si era diretta sulla diga, l’aveva percorsa tutta e si era chinata in basso, verso gli scogli e il mare scuro. Era il tramonto, e lui non riesce a scacciare di mente quell’immagine atroce, di lei che se ne va a recuperare il cadavere. “Ma cosa tiri fuori? Sono discorsi da fare, questi? E cosa dovevo fare secondo te, a quel punto? Senti piuttosto questo cappuccio!”. Lui sta per replicare “Peggio di Medea”, interrotto da una festosa Marisa, bardata come una perfetta altoatesina, non fosse per il pesante accento patavino che le balla nella bocca tremolante.
“Insomma, s’è deciso a tornare, il ragazzo?”, per tornarsene soddisfatta al suo posto, dietro numerosi tavoli per fortuna. Lui non potrebbe reggere quelle occhiate sospette e speranzose. L’amica non ha figli, chiaro, e si è sempre dichiarata felice per questo stato. Nessuna retorica della maternità con lei, almeno finché al suo fianco c’era il notaio Aldo, contenta del suo lavoro di veterinaria, da poco lasciato per la quiescenza. “Ma cosa vuole quella da noi? Portasfiga, quella!”, lui esplode e si leva di scatto. Lascia i fumanti canederli da un attimo sopraggiunti sul suo piatto. Va fuori, nella scalinata che porta verso la strada ormai buia, illuminata dai fari delle macchine che scorrono a pochi metri.
Non ha nessun Dio da pregare. Ma in qualche maniera borbotta tra sé che promette “di fare il bravo”, se il figlio torna vivo. Sì, non penserà più a Adriana, la maturanda ebrea che lo ha turbato con la sua bravura e la sua voce morbida e rassegnata. La Micol dei Finzi Contini, l’aveva descritta con ingenuo entusiasmo a Michela infastidita da tanta enfasi. Ma la ragazza scriveva come Elsa Morante, e aveva molta Shoah in famiglia. Fatto sta che ogni tanto, quando nei gesti d’amore concludere gli risultava non agevole, pensava a lei e tutto funzionava. No, se viene Luciano, tutto illeso, basta con queste sciocchezze da adolescente. Se Michela lo sapesse, del resto, guai a lui, sarebbe impossibile ogni altro contatto fisico. No, no, se il figlio ritorna non ricadrà in quei compromessi disgustosi. “Si può sapere cosa fai lì, a prendere freddo? Non mangi più?”. Michela sta in alto sulla porta d’ingresso, ma anche lei ora ha una faccia tesa e l’azzurro degli occhi non manda più luce. Ma lui non ha mai detto al figlio quanto gli vuole bene, non l’ha mai baciato! E una volta, quando Luciano non voleva fare i compiti di matematica, un pomeriggio che lui doveva correggere compiti di due classi, arretrati, s’era spinto a dargli anche due ceffoni, a una frase irrispettosa del ragazzo. Per lunghi mesi, dopo, avevano comunicato tra loro tramite Michela, molto a suo agio in quella funzione di mediatrice.
Anche lui aveva esibito con suo padre la medesima assenza di calore. Solo durante la malattia finale, e dopo la morte della madre, aveva imparato ad essere dolce con il vecchio, e una volta aveva persino accarezzato quelle guance piene di lacrime e di paura. “Guarda chi c’è”, gli grida ad un tratto la moglie e gli indica il gestore dell’albergo, Raini, rosso di capelli, indispettito davanti allo spettacolo di due clienti in difficoltà. “Dai, monta su con lui, andrete in giro con la sua macchina. Che gentile il nostro Raini!”. Non avere l’automobile, carenza di cui è sempre stato fiero in passato, ora lo penalizza. Mentre monta con lui, lo sente dire “Calma, mia moglie sta chiamando gli ospedali vicini”, e a lui viene allora da piangere.



