La battaglia culturale dell’Umanesimo

Silvio Mastrocola
Silvio Mastrocola
Docente di Letteratura italiana a Salerno con R.Montano negli anni 70/80; ordinario alla SM Nunziatella e commissario alla AM di Modena. Dal 1990 ad oggi è prof. a contratto al S. Orsola Benincasa per la Formazione primaria nella cattedra della prof. S. Zoppi. All'attivo numerose pubblicazioni.

Come già era accaduto qualche secolo prima fu inevitabile che si giungesse. allo scontro tra i filosofi che difendevano le ragioni della fede e la larga schiera di pensatori laici legati al naturalismo arabo-aristotelico. I Maestri dell’Umanesimo volevano dimostrare che la cultura classica aveva prefigurato in maniera chiara la formazione di una coscienza religiosa, soprattutto attraverso la lezione platonica e neoplatonica. Fu così che proprio partendo da Platone e dai suoi seguaci – nel tempo – gli umanisti cercarono di attuare una difesa dei valori dello spirito. 

Sicuramente Platone aveva celebrato l’immortalità dell’anima e, soprattutto, l’assoluta indipendenza dell’anima stessa dalla materia.  I pensatori umanisti ritennero allora  che la lettura di Platone potesse di nuovo rinvigorire la verità del cristianesimo dei Padri della Chiesa. Si giunse, così facendo, a definire Platone come il Mosè del mondo greco, spiegando anche che Sant’Agostino  era giunto a Platone attraverso le opere di Cicerone. Pertanto, sembrava necessario proporre una nuova forma di teologia che, mettendo da parte Aristotele, superasse anche Tommaso. In questa direzione si mosse Marsilio Ficino, la cui opera più importante Teologia platonica, seu de immortalitate animorum discusse direttamente la difficile questione. Ficino  rivendicava  l’immortalità  non solo dell’anima intellettiva ma anche  di tutte le anime, ovvero di tutti gli individui . L’anima infatti, secondo Platone, non dipende dal corpo, ma fa parte delle entità divina. Su questa direzione Ficino attrasse numerosi studiosi che si definirono piscatores hominum, cioè apostoli della Divina Sapienza platonica, ritenendo che solo in tal modo si poteva recuperare la vera  fede cristiana. 

In tale contesto, la battaglia più aspra fu quella contro l’Astrologia. Ficino  cercò di trovare una soluzione rivendicando la libertà spirituale dell’uomo, capace di liberarsi della materia, evitando così anche di ricorrere agli influssi astrali. Proseguendo su questa strada, il filosofo giunse ad affermare che solo disprezzando le cose corporee, si può divenire beati. Infatti, seguendo questa strada, l’uomo può liberarsi dai piaceri del corpo, ritrovando la strada che conduce verso la patria celeste che attende ogni uomo. Ficino, naturalmente, non esitava ad attaccare i principi stessi della dottrina cristiana, separando nettamente spirito e materia e, quindi, l’anima e il corpo. Tale scelta non poteva non suscitare la reazione nelle autorità ecclesiastiche più colte. Occorre però dire che Ficino, fino ai primi decenni del Cinquecento, continuò ad esercitare una notevole influenza su tutta la cultura europea. Non dimentichiamo, d’altra parte, che intorno a lui si riunirono le menti più elevate del tempo, come Leon Battista Alberti e Cristoforo Landino; lo stesso Lorenzo de’ Medici e  Pico della Mirandola. 

Il nobile tentativo di Pico della Mirandola 

La filosofia naturalistica continuò ad esercitare la sua influenza negli Atenei più importanti. Padova divenne sicuramente il centro culturale più ricco di indicazioni per tutta l’Europa. Alla base della contesa fra naturalisti e umanisti si poneva la consapevolezza da parte dei filosofi materialisti ed atei che gli umanisti erano solo l’espressione filosofica della fede cristiana.

Tuttavia, la vera scienza era quella dei medici e dei filosofi naturali. Infatti, per contrastare la pretesa di egemonia culturale, con grande slancio, si mosse Pico della Mirandola, clì unico capace di tentare un difficile raccordo tra la sapienza antica e la speculazione naturalistica. Pico ebbe dai suoi contemporanei il titolo di Conte della Concordia . Prima a Ferrara e poi a Padova e, ad appena 22 anni, aveva già mostrato una singolare e superiore disposizione verso la discussione filosofica,  scrivendo un’epistola molto famosa a Ermolao Barbaro, Vescovo e Patriarca di elevata cultura, che aveva accusato i pensatori medievali di essere rozzi e barbari nell’uso del latino. Pico, allora, rovesciò le accuse del prelato con un’epica accusa verso la retorica, capace di manipolare la verità con le parole; il filosofo, invece, cercava solo la verità oggettiva nella profondità dei contenuti. 

È evidente che questo scritto si presenta come uno dei più importanti momenti di disputa tra filosofi e retori. E proprio durante queste lunghe dispute egli pensò pensò che era possibile trovare un accordo fra le varie posizioni, affermando che Platone e Aristotele non erano fra di loro in contrasto, dal momento che entrambi tendevano a raggiungere la verità. D’altronde un filosofo – secondo Pico – non poteva non dirsi cristiano. Queste complesse opinioni filosofiche derivavano al giovane studioso anche dalla lettura della cabala. Era  una lunga antologia di libri cabalistici di origine divina, dove venivano spiegate le vicende della Bibbia secondo interpretazioni sconosciute ai contemporanei. Alla fine, dopo essere stato per molti anni alla scuola di Elia del Medigo, uno studioso ebreo dei testi biblici, volle dimostrare che l’Antico Testamento aveva predetto tutte le soluzioni proposte, poi, dal Nuovo Testamento. Da quel momento in poi Pico si trasferì a Parigi, dove studiò antichi testi che gli permisero di confermare la sua idea di una necessaria pax filosofica, capace di portare ad una soluzione concordata. Fu allora che ideò una sorta di disputa universale a Roma per raggiungere la pace suprema.  Presentò 900 tesi da offrire alla lettura dei filosofi più importanti del tempo.  Per rendere più credibile la sua ipotesi, volle premettere un’orazione dal titolo De dignitate hominis,  quale introduzione alla discussione . Il testo di grande valore filosofico esprime sicuramente l’esaltazione totale della filosofia, intesa come continuo esercizio spirituale capace di staccare l’uomo dalle inutili violenze del mondo. Ma la Chiesa di Roma diffidava delle scelte troppo spiritualistiche e ritenne necessaria una strenua difesa del realismo tomistico. Fu così che Pico iniziò a sostenere la violenza delle persecuzioni della Chiesa, trovando solo in Lorenzo il Magnifico un sicuro protettore e amico. Peraltro, il conte della concordia morì giovanissimo, a 32 anni, dopo aver vissuto anni di rigore ascetico che minarono inevitabilmente la sua salute.

Silvio Mastrocola
Silvio Mastrocola
Docente di Letteratura italiana a Salerno con R.Montano negli anni 70/80; ordinario alla SM Nunziatella e commissario alla AM di Modena. Dal 1990 ad oggi è prof. a contratto al S. Orsola Benincasa per la Formazione primaria nella cattedra della prof. S. Zoppi. All'attivo numerose pubblicazioni.
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