A tavola, sua nonna Valeria aveva spalancato gli occhi, a ricordargli che secondo lei quello era il momento giusto. Allora lui, guardandola fisso a cercar aiuto, si era rivolto al padre che troneggiava col suo rosso maglione a trecce di lana e pareva ancora più forte e minaccioso. Sì, sì, alla fine aveva sussurrato la domanda decisiva: “Allora posso andarci, alle prove?”. L’avvocato Salmastri, raccogliendo col cucchiaio gli ultimi tortellini dal piatto, aveva espresso il suo sarcasmo esplodendo in una frase che voleva essere liquidatoria: “Ma lo sai vero che tutti gli attori sono o diventano checche? Oppure si fanno le pere? E tu mi vieni a chiedere di stare in mezzo a questa gentaglia?”. Il fatto è che era davvero esasperato con l’unico figlio. Ma come? Nell’anno della maturità classica perdere tempo in avventure equivoche? Furibondo davvero, se la moglie, di solito prudente, si era interposta con coraggio a presentare la richiesta come un impegno blando, solo due pomeriggi alla settimana, per le benedette prove, e il debutto a primavera, dunque molto prima degli stessi esami. Sapeva tutti i dettagli sua madre, del resto, come nonna Valeria, entrambe favorevoli all’esperienza. Magari così riusciva a vincere timidezza e balbuzie. Soprattutto la balbuzie.
Era alla fine riuscito a estorcere al genitore, altrimenti inflessibile, il consenso giurando di iscriversi a Legge, non a Lettere, scelta quest’ultima esecrabile per l’avvocato deciso a non pagargli le tasse in quella facoltà di falliti e di mezze maniche. Si era ritrovato finalmente nel salottino di Gianni e di Beba, la coppia di regista e di prima attrice che dirigeva una sorta di compagnia semiprofessionista, o di filodrammatici per chi non li amava. E certo, Gianni era anziano, la gamba poco spedita ma lo sguardo ancora fermo e la mente lucida. E una gran cultura, alle spalle. Aveva letto Brecht in tedesco e Artaud in francese, anche se prima della pensione era stato un semplice bancario, dietro a uno sportello di San Luca.
La moglie, più giovane ma avviata a una precoce anzianità, il volto pieno di rughe e le braccia coperte di macchie scure, non era mai stata una bellezza, e aveva per di più una voce stridula, rimpiazzata da un carattere fumantino. Dominava lei il marito che dirigeva la compagnia, in gran parte di giovani. Per la Beba, lui aveva rinunciato a una carriera importante, lontano da Venezia. Gli avevano infatti offerto in passato collaborazioni con un gruppo di avanguardia famoso nelle cantine romane, ma non intendevano assumere anche lei. Così era rimasto in laguna, citando spesso quella occasione, il treno perso per solidarietà con la sua donna, furiosa verso quei pezzenti e ignorantissimi trasteverini. Non avevano figli, al loro posto due cani bassotti sempre inquieti e mugolanti contro chi si azzardava ad entrare nella stanza, luogo appunto adibito alle prove. Era stato il compagno di classe, in banco con lui, Alfredo, arrivato da un’altra scuola dove era stato bocciato, a mettergli in testa l’idea del teatro. A vincerne la ritrosia. Pieno di ragazze, a sentire le sue millanterie, esibiva muscoli e un petto peloso.
Portava bretelle sopra la camicia. Faceva pratica agonistica di lotta libera e negli spogliatoi per l’ora di ginnastica si divertiva a far partire puzze con il botto. Le mie saette, le chiamava. Lui ne era schifato, e nondimeno gli invidiava sicurezza e naturalità. Si canzonavano a vicenda, lui lo chiamava “Amami Alfredo” per le vanterie amorose, e l’altro l’aveva battezzato “il mio nanerottolo” detto però con bonarietà. Per strada, dicevano dei due che formavano l’articolo il, tanto Alfredo sovrastava il giovane Salmastri. Nel primo incontro con la compagnia, il regista aveva introdotto con zelo La cameriera brillante di Goldoni, un progetto di revisione moderna del copione, senza ingessature di sorta o subalternità a tradizioni fasulle. Intanto, lo stesso Gianni offriva al gruppo un buon caffè su caldi bicchieri di carta. Lui ascoltava quei discorsi stimolanti ma nel frattempo non finiva di guardare all’altro capo del lungo tavolo i capelli fulvi e la piccola bocca di Selene, una ragazzina di prima liceo, ovvero forse di solo sedici anni. Costei, giunto il suo turno di leggere alcune battute, aveva sbalordito il gruppo per la sicurezza e la precisione con cui aveva afferrato subito il testo. Lui, al contrario, aveva imbarazzato gli astanti, in quanto sia per gli occhi stregoneschi di Selene che lo fissavano in modo strano, sia perché in verità era la prima volta che faceva udire la sua voce, si era bloccato sulla vu e sulla erre, come gli capitava di continuo, e non poteva usare un sinonimo, sua salvezza in quelle circostanze. Minuti umilianti per lui e sbuffi espliciti di irritazione intorno.
Pertanto, alla fine della seduta, aveva ricevuto una piccola parte nel copione dell’avvocato (come suo padre!) veneziano, e gli era così stato assegnato il ruolo del villano. Due piccole frasi soltanto erano il suo compito complessivo, oltre a quello di stare sempre in scena, quale minaccia dei ceti bassi che annunciavano di lì a poco la rivoluzione francese in Europa, secondo la lettura molto ideologica di Gianni. Quest’ultimo faceva ovviamente per l’anagrafe Pantalone, Beba era Argentina, Alfredo il ricco Florindo plebeo, e Selene era Clarice, destinata a quest’ultimo. Lui aveva dovuto seguire tutte le prove, anche se il suo contributo, al di là della presenza “giudicante”, secondo la lettura del regista, era limitato nella scena 20sima dell’atto secondo a pronunciare, rivolto ad Argentina e in abito di cavaliere, “Madama. Eccomi” e poi, dandole il braccio “Favorite”, mentre nella 23sima doveva dire, tornato se stesso: “Son qua. Vorla che la serva?”, per essere messo bruscamente alla porta da un’impaziente Argentina che prorompeva in “Via da qua!”. A casa, nella sua camera che dava sul Campo arioso di San Giacomo dell’Orio, si ripeteva con ansia quelle parole, davanti allo specchio nella postura fissata da Gianni che voleva rifinire tutto, non lasciando spazio a iniziative personali. E nessuno osava disobbedirgli, anche perché Beba si inseriva lesta a difendere il marito, seguita dall’abbaiare indignato dei bassotti.
Inevitabilmente, inciampava sulla v di “Vorla”, ma gli bastava battere col piede sul parquet e il suono gli fluiva docile dalla bocca. Una sera che pronunciava più volte le sue paroline, l’avvocato aveva messo la testa dentro la stanza, spalancando bruscamente la porta, gesto che lo demoralizzava, specie da quando aveva iniziato a immaginarsi sotto di sé in un viluppo passionale una Selene disponibilissima. Si toccava insomma fino a sfinirsi, tanto che l’impaziente Salmastri l’aveva definito con scherno “mezzasega”. Con la nonna Valeria si era lasciato andare ad un rapido accenno, alludendo al fatto che quelle prove avevano partorito belle conoscenze. Ma con Amami Alfredo era andato oltre, spingendosi a confessioni intime. Perché quelle bretelle esercitavano indubbiamente autorità su di lui. Sì, quella ragazzina era divenuta una specie di ossessione. “Te la sei fatta, nanerottolo?”, aveva rilanciato il compagno di banco, accompagnandolo dal barbiere, e lui era arrossito, gridando “Ma sei matto?”. In effetti, non aveva mai parlato con lei, se non uno scambio di saluti meccanici, i suoi un po’ sospirati e quelli di lei ambiguamente cordiali.
Per motivarlo, il buon Gianni severo ma di fondo generoso, lo aveva promosso aiuto regista, garantendogli che quella funzione sarebbe apparsa nel grande manifesto promozionale appeso fuori della sala parrocchiale di Castello, concessa da Don Silvio, il simpatico prete francescano tuttofare, alto e chiacchierone. Funzione che consisteva nello scrivere su un quadernetto tutto quello che chiosava il regista, annotando ogni spunto, e fissando sulle pagine le varie posizioni dei personaggi, scena dopo scena. Un lavoro di segretario che lo inorgogliva e insieme lo annoiava a morte. Erano stati affittati a una sartoria teatrale bellissimi costumi. Le micragnose sovvenzioni dell’Assessorato alla Cultura non permettevano sciali negli addobbi e nel décor. Per lui solo braghette e una ruvida maglia da contadino. Si avvicinava il giorno della prima. Due erano le repliche previste. Tutto quel lavoro di mesi finiva in due serate davanti a una cinquantina di sedie. Ma il clima era lo stesso eccitante, e la generale era andata bene, in linea di massima. Lui non aveva avuto problemi con la vu. Aveva, nell’euforia, anche sibilato a Selene quanto era brava, prima di vederla scappar via con il padre che era sopraggiunto per riportarla a casa, data l’ora tarda e la zona mal frequentata.
Non dovevano cenare prima, si era raccomandata la Beba, stravolta per la tensione. Era prevista infatti una pizza, ordinata a una trattoria rustica vicina, da consumarsi con il prosecco donato da un un amico trevigiano di Gianni, un imprenditore di quasi cento anni. Se il mecenate era presente in sala. significava che viveva ancora. Sempre la Beba, esultante, aveva avvisato alle ore diciannove del giorno fatidico che i posti erano “sold out”. Tanti soldini, aveva aggiunto il conte Ottavio, nobile e squattrinato, interpretato senza grinta però da una matricola universitaria a Economia, un certo Pippo che al nanerottolo stava cordialmente antipatico, dal momento che faticava a salutarlo. E tuttavia il gruppo si era stretto in cerchio, urlando con ritmica armonia “Merda merda!”, secondo i cerimoniali propiziatori dei veri attori. Tanto più che aveva saputo da Beba, non direttamente dalla ragazza, che Selene aveva intenzione di tentare gli esami, varcata la soglia dei diciott’anni, per entrare in Accademia a Roma. “Quante arie, sta ragazza!”, aveva commentato la donna chiedendo il suo assenso, ma lui aveva taciuto, per inghiottire turbato la notizia con malumore.
Ma durante gli abbracci di rito prima dell’inizio aveva colto al volo un ammiccamento tra la futura Diva e Amami Alfredo, una complicità di sorrisi, un’intesa quasi antica tra di loro che l’aveva sconvolto. Sospetti confermati quando, durante la pausa dopo il primo atto, recandosi nervoso nel piccolo bagno della parrocchia, situato un po’ distante dalla sala, aveva visto i due abbracciati. Lui la stava baciando con foga, premendole contro il suo corpo tanto robusto. Le guance della giovinetta ricevevano con evidente gusto la lingua dell’energumeno, conciato come un finto gentiluomo del Settecento. Si sentivano suoni delicati di un sommesso piacere, nonostante il silenzio pauroso intorno. Lui era scappato via, senza farsi notare, ed era corso in un angolo buio a pisciare con rabbia. Collegato a questo antefatto, se il “Madama. Eccomi” e “Favorite” erano state emesse con un filo di voce, ma senza rallentamenti, sul “Vorla che la serva?”, di tre scene successive, si era irrigidito, prossimo a sciogliersi in un pianto ansimante. Vedeva dietro le quinte del vecchio sipario, male appeso ai ganci della parete, gli occhi terrorizzati di Gianni, ma era più forte di lui. Lo spettacolo di Clarice e Florindo avvinghiati tra di loro a succhiarsi saliva e a mordersi le labbra l’aveva eccitato a morte.
Invece di indignarsi, invece di saltare addosso a quelle bretelle, aveva sentito viceversa l’intero suo corpo tendersi come una freccia luminosa. Quella era stata la sua reazione autentica, e lui credeva di impazzire davanti a tanto orrore di sé. Gli dispiaceva per il povero Goldoni, per Gianni e la Beba che pure si erano fidati di lui, per il pubblico pagante e sbigottito che intravedeva nell’oscurità incompleta della platea, ma che poteva farci?



